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Epilogo

Invece di un addio

Don Vincenzo arrivò a ottant’anni e morì nel suo letto. Nel nostro mestiere questo è già di per sé un traguardo, su cui varrebbe la pena scrivere un libro a parte. Ma quel libro non ci sarà, perché il segreto del Don era noioso. Non correva dietro alle cose che fanno rumore. Manteneva la parola. Contava i soldi. Non litigava con quelli di cui non poteva fare a meno. E ogni mattina faceva il giro della lavanderia come se la vedesse per la prima volta.

Qualche mese prima di morire smise di venire in ufficio, e allora cominciai ad andare io da lui, il martedì, con le carte. Le carte quasi non le guardava. Chiedeva come stavano le stiratrici, quanta biancheria avevamo ricevuto, se l’albergo sul lungomare si lamentava. Uno di quei martedì gli raccontai che un giovane capo del quartiere accanto aveva aperto il terzo punto vendita in un anno e raccontava a tutti quanto cresceva in fretta.

Il Don restò zitto un momento e chiese: «Quanto di questo è suo?»

Non lo sapevo. Lui annuì, come se gli avessi risposto. Due anni dopo a quel capo non era rimasto nemmeno un punto vendita.

Non te lo racconto perché tu abbia paura di crescere. Crescere bisogna. Te lo racconto perché in quarant’anni al tavolo della cucina del Don non ho imparato delle regole. Le regole le hai già lette, in questo libro ce ne sono più di trecento, e metà le avrai dimenticate entro la primavera. Ho imparato delle domande. Chi lo comprerà? Perché da me? Che cosa prometto, e riuscirò a mantenerlo? Quanto resterà a noi? Che cosa succede se ho sbagliato? Chi lo verrà a sapere e che cosa farà?

Se ti ricordi le domande, le regole te le ricavi da solo. Se ti ricordi solo le regole, sfoglierai smarrito questo libro proprio il giorno in cui succede quello che qui dentro non c’è. E quel giorno arriverà di sicuro. I libri si scrivono sul passato. L’affare si fa sempre nel futuro.

Un’altra cosa, e questa è una mia conclusione, non una legge. In questo libro non mancano le storie in cui ha deciso la fortuna, in cui hanno pagato gli innocenti e in cui l’impegno da solo non è bastato. Ma in quarant’anni ho notato una cosa: chi si credeva più furbo di tutti pagava più spesso degli altri. E quelli che sotto i miei occhi hanno tenuto più a lungo sono stati quelli che, con pazienza, facevano bene le cose semplici. Una brutta notizia per chi cerca il segreto.

Va’. Fa’ il tuo lavoro in modo che il cliente torni e la gente resti vent’anni. Conta quello che resta in tasca. Mantieni la parola, anche quando costa cara. E ogni tanto siediti al tavolo della cucina con qualcuno più giovane di te. Non per insegnare. Per sentire che domande fa.

Se ti chiede quanto di questo è suo, allora vi andrà tutto bene.

2 min di lettura

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