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Capitolo 11. La macchina

Tutti per uno

I giovani credono che la Famiglia stia in piedi con la paura. I vecchi sanno che la paura è solo una ruota. La Famiglia sta in piedi perché una ruota fa girare l’altra, l’altra fa girare la terza, e la terza di nuovo la prima. Se queste ruote le vedi, della tua ditta capisci più che in due anni di riunioni.

La ruota che accelera

Prendi la cosa più semplice. Il bottegaio paga la Famiglia perché sa una cosa: chi paga, nessuno lo tocca. I vicini vedono che nessuno lo tocca, e vengono a pagare anche loro. Più gente paga, più la Famiglia ha uomini e soldi. Più uomini e soldi, più la protezione è solida. Più la protezione è solida, più gente la vuole.

Il risultato è tornato a essere la causa. È così che è fatta la ruota che accelera da sola: ogni giro costa meno fatica di quello prima.

Don Vincenzo una ruota preferita di questo tipo ce l’aveva: il favore. Aiutava un uomo e soldi non ne prendeva. L’uomo restava in debito. Il debito non lo pagava coi soldi: portava il fratello, il consuocero, il vicino, che pure loro avevano un guaio. Ogni nuovo debitore ne portava un altro. Dopo dieci anni il Don non aveva fatto un solo annuncio pubblicitario e mezzo quartiere gli era debitore. I chimici la chiamano autocatalisi: la reazione produce da sé quello che la accelera. Noi la chiamavamo in modo più semplice: il bene torna, se lo segni bene.

In ufficio è uguale. Un cliente contento ne porta due. Un bravo professionista ne attira altri bravi, perché con lui il lavoro è interessante. I soldi rimessi nell’affare portano altri soldi. Trova da te una ruota così e non risparmiare sull’olio.

La ruota che frena

Ma ci sono anche ruote dell’altro tipo. Non spingono avanti, rimettono le cose al loro posto.

Alzi la quota che prendi dal quartiere. All’inizio la cassa della Famiglia si riempie. Poi i bottegai cominciano a chiudere, perché non hanno più di che pagare. Poi i più disperati vanno a lamentarsi, e alla polizia d’improvviso si sveglia l’interesse. Di gente che paga non ce n’è più, e l’attenzione su di te cresce. Riabbassi la quota, e tutto si calma.

E poi c’è un anello più brutto, che il sistema non lo rimette a posto: lo fa saltare. All’inizio degli anni Novanta Totò Riina rispose al numero crescente di pentiti come era abituato: col terrore. Uno dei membri della Commissione, Salvatore Cancemi, sentì Riina dire che i pentiti andavano ammazzati insieme ai parenti fino alla ventesima generazione, a cominciare dai bambini di sei anni. Più dentro faceva paura, più gente decideva che con lo Stato si stava più al sicuro. Dickie scrive che i pentiti si contavano a centinaia e che nel 1996 toccarono il massimo: quattrocentoventiquattro. Lo stesso Cancemi, dopo quel discorso, andò dai carabinieri. La paura che doveva tenere insieme l’organizzazione era diventata quello che la scioglieva. Riina schiacciava l’acceleratore, e la macchina finiva solo più in fretta nel fosso.

Anche questo è un anello, solo che tiene il sistema in un corridoio stretto. Per quanto spingi, lui ti rispinge indietro. Il capo stupido fa la guerra a queste ruote tutta la vita e crede che a ostacolarlo siano i nemici. Quello furbo le trova prima e non spreca le forze a spostare un muro.

In ufficio un anello così ha la faccia di un capo che spreme la gente con gli straordinari. Per una settimana la produzione sale. Dopo un mese la gente si ammala, sbaglia e si cerca un altro lavoro. Dopo sei mesi la produzione è più bassa di prima. Chi l’anello non lo vede, dà la colpa alla gente.

Il tempo che fa

Nessuna Famiglia vive in una stanza vuota. Intorno ci sono la città, le leggi, la polizia, i giornali, i soldi, la moda. È il tempo che fa, e non ti chiede se ti piace.

Quando in America abolirono il proibizionismo, quelli che campavano solo di alcol rimasero senza lavoro. Non erano diventati più stupidi. Semplicemente la merce di ieri adesso la versavano legalmente in qualsiasi bar e la vendevano nel negozio all’angolo, senza rischi e a meno. Il tempo era cambiato, e loro erano rimasti vestiti d’estate. Se la cavarono quelli che già sotto il proibizionismo si erano presi le bische, i sindacati e i cantieri.

A volte il tempo cambia perché il tuo lavoro comincia a farlo qualcun altro, e per giunta gratis. Negli anni Venti l’industria dell’abbigliamento di New York, racconta Gambetta, si serviva della forza di persuasione di Louis Buchalter, detto Lepke, e del suo socio, per far sì che tutti tenessero gli stessi prezzi e gli stessi salari. Era un cartello, e i gangster badavano che nessuno sgarrasse. Poi, secondo un sociologo che Gambetta cita, la prima mossa del New Deal fu la National Recovery Administration, che introdusse codici di settore e prezzi fissi. Quello che prima per i gangster era stato un ruolo «utile» diventò semplice estorsione. Procuratori ambiziosi si misero a dargli la caccia, e alla fine Lepke lo giustiziarono a Sing Sing. A licenziarlo non fu un concorrente, ma lo Stato, che si era messo a fare il suo lavoro da sé.

Ogni tempo ha i suoi esami. Ti bastano i soldi per pagare la gente? La gente sa tenere la bocca chiusa? Non sei troppo in vista per chi cerca quelli in vista? La Famiglia che sbaglia anche uno solo di questi esami sparisce. Non per cattiveria né per un errore, ma perché non ha passato la selezione. E quando il tempo cambia, cambiano anche le domande dell’esame.

La tua ditta fa gli stessi esami ogni mese: l’incasso basta per stipendi e affitto, la tua merce ha ancora compratori, non è spuntato qualcuno che fa la stessa cosa a un terzo del prezzo. Guarda il tempo che fa più spesso di quanto ti guardi allo specchio. Lo specchio non ti dirà niente di nuovo.

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