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Capitolo 2. La reputazione

Far parlare di sé

Negli anni Quaranta, in Sicilia, non c’era faccia più famosa di quella di Salvatore Giuliano. Figlio di contadini, nato a Montelepre, un paese di montagna, a ventun anni sparò a un carabiniere che l’aveva sorpreso con un sacco di grano del mercato nero, se ne andò in montagna e mise su una banda. Gli storici scrivono che aveva un suo fascino e un talento innato per farsi pubblicità. Posava volentieri per i fotografi: giacca tolta, camicia aperta, pollici infilati nel cinturone con la fondina, sguardo dritto nell’obiettivo. Una volta mise pubblicamente una taglia sulla testa del ministro dell’Interno. Era, nello stesso momento, a portata di mano dei giornalisti e irraggiungibile per la polizia. Dopo la sua morte gli dedicarono quarantuno biografie. Da vivo tanti lettori non li avrebbe mai avuti: i banditi vivi li leggono soprattutto i magistrati.

Di attenzione ne ebbe quanta ne voleva. Guarda che cosa gli ha portato.

Finché fu utile, lo coprivano gli uomini d’onore: senza di loro, scrivono gli storici, non avrebbe superato nemmeno i primi anni. Quando i parenti delle persone che sequestrava volevano riavere i loro cari, andavano dal capomafia del posto, e quello, in cambio di una parte del riscatto, combinava la restituzione. La mafia, insomma, prendeva la sua parte sia dal bandito sia dalle sue vittime. In ufficio lo chiamano lavorare su tutti e due i lati del mercato. Poi il vento politico cambiò. Il primo maggio 1947 gli uomini di Giuliano aprirono il fuoco su un comizio di contadini a Portella della Ginestra; morirono undici persone, bambini compresi. Qualche anno dopo il bandito era diventato scomodo per tutti, e la mafia cominciò a consegnare i suoi uomini alla polizia. Nell’estate del 1950 il suo corpo fu trovato nel cortile di una casa a Castelvetrano. Gli storici ritengono che a tradirlo, e probabilmente a ucciderlo, sia stato suo cugino, Gaspare Pisciotta, che agiva per conto dei carabinieri. Pisciotta, da parte sua, morì nel 1954 nel carcere di Palermo, dopo un caffè alla stricnina.

L’attenzione non è reputazione

Non te lo racconto per farti paura con una favola nera. I giovani confondono spesso l’attenzione con la reputazione. L’attenzione è quando ti guardano. La reputazione è quello che la gente pensa di te quando si è voltata dall’altra parte. Giuliano era un maestro dell’attenzione e un fallito della reputazione: alla fine non gli era rimasto nessuno che avesse interesse a tenerlo vivo.

Con Al Capone è andata in modo simile, solo all’americana. La sua passione per la pubblicità e la sua vita rumorosa, scrivono gli storici, gli valsero la maledizione della mafia siciliana. Nel 1930 la Commissione sul crimine di Chicago stilò una lista di «nemici pubblici», e Capone era il numero uno. L’anno dopo lo misero dentro per evasione fiscale, undici anni. Il rumore che l’aveva reso famoso lo aveva reso anche il bersaglio più visibile del paese.

Don Vincenzo Carmuso in tutta la vita non ha mai dato un’intervista. Per strada lo conoscevano tutti quelli che dovevano conoscerlo. Gli piaceva ripetere che si fanno fotografare solo le spose e i morti, e che un uomo d’affari non ha motivo di farlo. Lui si era fatto fotografare due volte: al matrimonio e per il passaporto. La terza foto, diceva, gliela faranno senza chiedergli il permesso.

Ma non concludere da questo che l’attenzione non ti serve. Senza attenzione non c’è né Affare né Famiglia. Anche di Peppe del mercato la gente deve sapere, se no da lui non ci va nessuno. La questione è un’altra: di chi ti serve l’attenzione, e che cosa fai per averla.

L’attenzione costa cara

La gente ne ha poca. Ogni giorno a ciascuno piovono addosso centinaia di richieste: guarda, ascolta, compra. Lui le scaccia quasi tutte. Per questo l’attenzione non si può semplicemente prendere: bisogna guadagnarsela, e ogni volta costa soldi, tempo o rischio.

Guarda bene da chi la compri, quest’attenzione. Giuliano si era preso l’attenzione di tutti in una volta, ministri e carabinieri compresi. A un uomo d’affari serve l’attenzione di chi può comprare, non di chi può mettergli i bastoni fra le ruote.

Si nota quello che serve adesso

C’è una cosa che ho capito tardi: la gente non ti nota quando gridi più forte, ti nota quando parli di quello che già le sta a cuore. Chi ha fame vede le insegne delle trattorie. Uno a cui piove in casa si accorge all’improvviso degli annunci dei copritetti, che stavano appesi nella sua strada da anni.

Don Vincenzo lo sapeva senza bisogno di libri. Ogni anno a novembre, quando in Sicilia si spreme l’olio nuovo, facevamo il giro dei nostri ristoranti con una frase sola: «È arrivato l’olio nuovo». D’estate la stessa offerta non l’avrebbe sentita nessuno. A novembre i cuochi l’olio nuovo lo aspettavano, e ci chiedevano loro quando l’avremmo portato. Ci costava una latta da far assaggiare e una giornata, e gli ordini bastavano fino a primavera.

Vuoi che ti sentano? Presentati da una persona nel momento in cui è lei a cercare una risposta. Non prima, quando non gliene importa niente. E non dopo, quando ha già trovato un altro.

Sii uno di cui valga la pena raccontare

Un’ultima cosa. Perché si parli di te, devi avere qualcosa che a uno venga voglia di raccontare al vicino. Non «una buona lavanderia», di quelle ce ne sono tante, ma «la lavanderia dove la giacca te la ridanno in tre ore» oppure «quella dove mi hanno restituito un gemello che non mi ero nemmeno accorto di aver lasciato in tasca». La gente racconta quello che è fuori dal comune. Il comune lo usa e se lo dimentica.

Solo, controlla bene che cosa racconteranno. Di Giuliano si raccontava molto, e alla fine gli è costato la vita. Di Capone si raccontava ancora di più, ed è arrivato l’ispettore delle tasse. Fa’ che di te si dica quello che ti porta clienti, non magistrati. Capisci?

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