Che cosa si racconta
Lefty Ruggiero, come la maggior parte dei mafiosi, era convinto di essere pedinato. «Gli agenti ci stanno addosso dappertutto», ripeteva. Una volta lui e Pistone camminavano sul marciapiede, e Lefty all’improvviso puntò il dito contro l’edificio di una scuola: «Vedi lassù, sul tetto? Quelli ce li hanno messi gli agenti, per sentire di che cosa parliamo».
Sul tetto spuntavano delle normalissime antenne della televisione.
E accanto a Lefty, sullo stesso marciapiede, camminava un agente dell’FBI che Lefty in persona, con le sue mani, aveva portato nella famiglia Bonanno, e per il quale aveva garantito con la testa.
Questo episodio lo racconto a ogni giovanotto che mi viene a dire che lui la gente la sa leggere. Anche Lefty la sapeva leggere. Trent’anni nel nostro mondo gli avevano insegnato a sospettare. La sua testa aveva imparato a riconoscere il pericolo dalla forma: fili, antenne, macchine sconosciute. E lo riconosceva benissimo, dappertutto, tranne che nel posto dove il pericolo c’era davvero.
La testa ama riconoscere
La testa umana è una macchina per riconoscere. Non esamina ogni cosa da capo: la confronta con quello che ha già visto e ci attacca un’etichetta. Un filo sul tetto: microspia. Un uomo con un vestito costoso: ricco. Un nuovo arrivato che fa tante domande: sospetto. È rapido e di solito utile: i nostri antenati che restavano a lungo a studiare un’ombra fra i cespugli per capire se fosse un leone non hanno lasciato discendenti.
Ma questa macchina ha due debolezze. La prima: vede una forma conosciuta dove non c’è, e le antenne diventano microspie. La seconda, più pericolosa: non vede il pericolo che non ha una forma conosciuta. Lefty non aveva il modello «agente dell’FBI che vive per anni da mafioso». Per questo guardava Donnie e ci vedeva uno dei suoi.
In ufficio la cosa ha questo aspetto. Un cliente somiglia a quello che ti ha fregato, e tu dici di no a una brava persona. Un progetto nuovo somiglia a quello che ha sfondato cinque anni fa, e tu ci metti i soldi senza controllare che cosa è cambiato. Un concorrente non somiglia a quelli di cui sei abituato ad avere paura, e tu te ne accorgi quando ti ha già portato via metà dei clienti. Quando la testa ha attaccato l’etichetta in un lampo, chiediti: che cosa ho riconosciuto, questa cosa o solo una che le somiglia?
Provare la scena in anticipo
La testa ha anche un’altra capacità, utile: far girare gli avvenimenti prima che succedano. Immaginare che cosa succede se faccio così, e che cosa se faccio diversamente. È una prova gratis: un errore in testa non costa niente.
Pistone racconta che, ancora prima della famiglia Bonanno, aveva fatto amicizia con una squadra di Brooklyn della famiglia Colombo. Uno dei suoi uomini era Guido, uno che, come scrive Pistone, era temuto e rispettato. Una volta giravano per affari nella macchina di Pistone, e Guido all’improvviso chiese: «Senti, Don, cos’è che fischia?» Pistone non sentiva niente. Guido insisteva che il fischio veniva dal cruscotto, andò a prendere gli attrezzi che si portava sempre dietro e in cinque minuti smontò tutto il cruscotto. Guardò bene, disse «tutto a posto» e cominciò a rimontarlo. E quando Pistone si arrabbiò, ammise con tutta franchezza: «Sei sbucato dal nulla, perciò ti controllavo il cruscotto per vedere se c’erano microspie».
Guido aveva fatto girare in testa la scena «nuovo arrivato uguale poliziotto col registratore» e l’aveva verificata nel modo più economico. Il fischio era inventato, il controllo era vero. E Pistone, a quanto dice, una microspia nella sua macchina non l’aveva mai messa. Perché? Perché la stessa scena l’aveva fatta girare in anticipo al posto di Guido. Ha vinto chi aveva provato la scena più in là.
Fai così prima di ogni conversazione importante. Immagina che cosa dirà l’altra parte, di che cosa avrà paura, che cosa controllerà. Immagina che cosa andrà storto. Cinque minuti in testa ti risparmiano ore al tavolo. Solo ricordati che la tua immaginazione lavora sui modelli che hai già. Perciò controllala con quello che vedi, e non il contrario.
Un mondo dove tutto vuol dire qualcosa
La terza cosa che fa la testa è interpretare. Vedere non le basta, ha bisogno di capire che cosa significa.
Nel nostro mondo questa era l’occupazione principale. Il giudice Falcone osservò una volta che interpretare segni, gesti, frasi enigmatiche e silenzi è una delle occupazioni principali di un mafioso. Buscetta spiegava la stessa cosa da dentro: nel suo mondo le domande non si fanno, ma chi ti sta davanti, quando lo ritiene opportuno, ti fa capire con una frase, un cenno del capo o perfino un sorriso, di chi era la mano dietro certe storie che tutti conoscono. E aggiungeva che anche il silenzio può parlare.
Un esempio magnifico è quello che Saviano vide a Napoli, in piena guerra di Secondigliano, quando arrestarono Cosimo Di Lauro. Lo trovarono in un appartamentino minuscolo, su un vecchio letto sfondato. Mentre lo portavano fuori, la gente del quartiere scatenò il finimondo: spaccavano le macchine, lanciavano bottiglie di benzina, bruciavano copertoni. Uno da fuori avrebbe pensato che volessero liberare il boss. Saviano la spiega diversamente. Non serviva a mandare all’aria l’arresto, ma a prevenire la vendetta. Un segnale per Cosimo: non l’avevano tradito, il nascondiglio non l’avevano scoperto i vicini di casa. Un intero quartiere aveva bruciato le auto della polizia per un solo spettatore, che doveva leggere bene la lettera. Senza parole, ma col fumo.
Dove si parla poco chiaro, il resto lo completa chi ascolta. È pericoloso in tutte e due le direzioni. Puoi leggere nel silenzio di un altro una minaccia che non c’è. E possono leggere te in un modo che non avevi in mente. Perciò in ufficio parla più chiaro di come si usa da noi. Non costringere la gente a interpretarti: interpretano quasi sempre peggio di quanto pensi. E quando sei tu a interpretare, tieni in testa due o tre spiegazioni, non una sola.
Raccontarsela in un altro modo
E l’ultima capacità della testa, la più utile: interpretare di nuovo la stessa cosa. Il fatto è uno, ma il racconto che ne fai lo puoi scegliere.
I giudici Falcone e Borsellino, i due più grandi nemici della mafia, vivevano a Palermo sotto una minaccia continua. Ogni mattina Falcone andava al lavoro in un’auto blindata, dietro venivano altre tre macchine di scorta con gli uomini armati di mitra, e i vigili bloccavano le strade. Dickie racconta che il Giornale di Sicilia pubblicava lettere di cittadini che consideravano quegli ingorghi una disgrazia più seria della mafia. Un vicino propose perfino di trasferire il giudice da qualche parte in periferia. Quella lettera mandò Falcone su tutte le furie. Borsellino invece, uomo di carattere più bonario, la prendeva in un altro modo. Diceva che quella gente, semplicemente, non li lasciava rilassare.
Il fatto è sempre lo stesso: la gente che proteggi si lamenta che le dai fastidio. Uno lo lesse come ingratitudine e ci soffriva. L’altro come qualcosa che ti tiene in forma, e ci scherzava sopra. La mafia li uccise tutti e due nel 1992, a due mesi di distanza. Ma quegli anni li vissero in modo diverso, e Borsellino, credo, più leggero.
Non scegli tu che cosa ti capita. Scegli quale racconto ti fai di quello che ti è capitato. Il no di un cliente è o «mi hanno respinto», o «ho scoperto che cosa non gli serve». Un affare andato male è o «sono un fallito», o «adesso so dov’è la trappola». Non è prendersi in giro. È scegliere l’interpretazione con cui si può continuare a lavorare.
Tirando le somme
La tua testa riconosce e interpreta più in fretta di quanto tu faccia in tempo a pensare. Approfittane, ma quando qualcosa ti è «chiaro» all’istante, chiediti se per caso non è un’antenna.
E quando ti sembra di leggere dentro tutti, ricordati di Lefty davanti alla scuola. Vedeva l’FBI in ogni antenna. E non lo vedeva nel suo protetto, che gli camminava accanto e probabilmente guardava anche lui il tetto.
