Il Consigliere
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Capitolo 10. Una squadra tutta tua

Chi è chi nella squadra

Quando nel 1984 Tommaso Buscetta cominciò a parlare con il giudice Falcone, una delle prime cose che spiegò fu la struttura dell’organizzazione. Dickie la riassume. Alla base ci sono i soldati, divisi in decine, comandate da un capodecina. Ogni capodecina risponde al capo eletto della famiglia. Il capo ha un vice e uno o più consiglieri. Tre famiglie di territori vicini formano un mandamento. I capimandamento siedono nella Commissione, che Dickie chiama il parlamento mafioso, o il consiglio di amministrazione, della provincia di Palermo. Circa cinquemila uomini d’onore. Gli omicidi importanti si decidono in alto e si eseguono solo con l’approvazione dei vertici.

Una piramide ordinata. Poi Gambetta, dopo aver passato al setaccio le deposizioni di tutti i mafiosi che hanno parlato, le ha aggiunto delle correzioni che rendono il quadro molto più onesto. I consiglieri, secondo Buscetta, non sono mai più di tre, ma in alcune famiglie queste cariche non esistono affatto o non contano niente. La parola «capodecina» viene da «decina», ma è una convenzione. Nel 1981 la famiglia Bontate aveva almeno centoventi membri, quella dei Calderone nel 1962 trenta-trentacinque, quella di Colletti a Ribera una quindicina, quella di Marsala a Vicari dieci. A Terrasini erano in due. E secondo Buscetta una famiglia può essere fatta anche di un uomo solo.

Una famiglia di un uomo solo, che è capo, consigliere e capodecina di se stesso. Non è una battuta, è un promemoria: le cariche servono a misura dell’affare, non secondo il manuale.

Ruoli, non targhette

In ogni squadra, grande o piccola, ci sono dei ruoli. Esistono anche se non li hai nominati. Qualcuno fa il lavoro principale. Qualcuno comanda quelli che lo fanno. Qualcuno consiglia chi decide. Qualcuno tiene i soldi. Qualcuno sa tutto quello che succede, perché da lui passano tutte le carte e tutte le telefonate. Qualcuno sceglie le persone. Se non sai chi nella tua squadra fa quale parte, non conosci la tua squadra.

Pistone descrive così lo schema americano. Ogni boss ha un vice, ha un consigliere, il consigliere appunto, che appiana le liti e aiuta il boss a prendere le decisioni, e ha i caporegime, che comandano i soldati. E poi c’è una marea di associati: fanno affari con gli affiliati, ma nella famiglia non ci sono. Per duecento affiliati ci sono una decina di volte tanti associati. Rispettano le regole, versano la loro parte, ma, scrive Pistone, li si rispetta di meno, e non li si difende come si difendono i propri.

Guarda quanti ruoli ci sono in questo quadro e come vengono trattati in modo diverso. Di ruolo e fuori ruolo, dei nostri e quasi dei nostri. In ufficio è lo stesso: dipendenti fissi e collaboratori esterni, il nucleo e la periferia. Ogni gruppo ha i suoi diritti e le sue aspettative. I guai cominciano quando l’esterno crede di essere dei nostri e lo trattano da estraneo, o viceversa.

Soldati e luogotenenti

Cominciamo dal basso. I soldati sono quelli che fanno il lavoro. Senza di loro non c’è niente. I luogotenenti, o caporegime, sono quelli che li comandano. Un buon soldato si rovina facilmente facendolo luogotenente: saper lavorare bene con le mani e saper guidare le persone sono due capacità diverse. La stiratrice migliore non diventa per forza la direttrice migliore. A volte sì, come la nostra Anna. Più spesso no, e allora perdi una brava stiratrice e ti ritrovi una cattiva direttrice.

Dash nota una cosa utile sulle cosche siciliane dell’Ottocento. Lì la gerarchia proteggeva il capodecina: lui passava gli ordini attraverso un secondo e i luogotenenti, e il lavoro sporco lo facevano i novellini e una quantità di «cani sciolti», che non erano membri a pieno titolo. Visto che il capodecina i reati non li commetteva di persona, provare qualcosa contro di lui era quasi impossibile. La gerarchia non era solo un modo di comandare, ma anche un modo di tenere chi comanda lontano da quello di cui possono chiedergli conto.

In ufficio suona innocente, ma l’idea è la stessa. Il capo non deve fare il lavoro del soldato, e non solo perché la sua ora costa di più. Ma perché deve vedere tutto l’insieme e rispondere dell’insieme, non di un pezzo.

Il consigliere

Adesso del mio ruolo, visto che l’ho fatto per quarant’anni. Il consigliere è l’uomo che dice al Don quello che il Don non vuole sentire. Il resto sono dettagli.

Il Don ha tanta gente che esegue. Tanta gente che lo adula. Poca gente che guarda l’affare da fuori e dice: «Fermati, pensaci un’altra volta». Il consigliere non comanda i soldati e i soldi non li guadagna lui. La sua merce è il giudizio. Se il giudizio è cattivo, il consigliere non serve. Se è buono ma lui ha paura di dirlo, serve ancora meno.

Se hai un uomo così, tienitelo stretto, anche quando ti dà sui nervi. Soprattutto quando ti dà sui nervi. Se non ce l’hai, trovalo. Può essere un vecchio socio, un ex capo, tua moglie, un amico di un altro settore. L’importante è che non dipenda da te al punto da avere paura di contraddirti.

La segretaria e il contabile

E due ruoli che tutti sottovalutano. La persona da cui passano tutte le carte e tutte le telefonate, e la persona che tiene i soldi. Sanno dell’affare più di chiunque, Don compreso. Perché vedono tutto: chi ha telefonato, che cosa è stato firmato, dove sono finiti i soldi, chi deve a chi.

Da Don Vincenzo il libro degli ordini lo teneva la signora Lucia. Per quarant’anni ha saputo quale albergo paga e quando, quale cuoco si arrabbia, quando è il compleanno di chi, quale cliente sta per andarsene, e lo sapeva prima di me. Il vecchio contabile, di cui ti ho già parlato, sapeva quanto valeva ogni proposta che portavano al Don e quanto ognuna aveva poi reso. Se uno qualsiasi dei due avesse voluto far danni, ne avrebbe fatti più di qualunque concorrente.

Da qui due regole. Prima: le persone in questi posti sceglile con cura particolare e pagale bene. Non per quello che fanno, ma per quello che sanno e che non dicono. Seconda: non offenderle mai. La segretaria offesa e il contabile offeso sono le persone più pericolose di qualunque ufficio. Ti ricordi come andò a finire con Vollero, quando non rispose alla lettera del soldato da quindici dollari. Immagina che cosa sarebbe successo se fosse stato il suo contabile.

Chi sceglie le persone

E l’ultimo ruolo di cui vale la pena parlare. Chi sceglie le persone decide come sarà la squadra fra cinque anni. Nel nostro mondo se ne occupavano i garanti e quelli che compilavano le liste per l’affiliazione. In ufficio può essere l’ufficio del personale, ma puoi anche essere tu. Se chi sceglie le persone sbaglia, gli errori si moltiplicano: la gente cattiva porta altra gente cattiva, quella buona se ne va. Per questo la scelta delle persone non si dà a chi non sa dove altro mettersi. La si fa da sé o la si affida ai migliori.

Tirando le somme

Non fare del tuo soldato migliore un cattivo luogotenente, e tieniti accanto un consigliere che non ha paura di contraddirti. E ricordati che esistono famiglie di un uomo solo. Ma non durano a lungo.

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