Di che cosa ha paura
Il quindici novembre 1909, verso le undici del mattino, il capo dell’ufficio newyorkese del Secret Service, William Flynn, con una mezza dozzina di agenti e qualche detective, salì in silenzio la scala scricchiolante fino all’appartamento di Giuseppe Morello. Avevano aspettato tutta la notte che al quarto piano si spegnesse la luce: Morello lavorava fino all’alba. Flynn aveva la chiave, e la serratura si aprì senza uno scatto. In camera da letto, su un materasso, Morello dormiva della grossa, e sul letto accanto il suo fratellastro Nick Terranova. «Non avevamo, a dire il vero, nessuna voglia di svegliarli», ricordava Flynn, «finché non ci siamo seduti sopra di loro». Li immobilizzarono tutti e due prima che facessero in tempo a svegliarsi.
Poi cominciarono a perquisire la stanza. «Sotto il cuscino di Morello», raccontava Flynn, «trovammo quattro rivoltelle cariche, sotto quello di Terranova cinque. Una cosa che, sapete, fa una certa impressione. Due fucili erano caricati a pallettoni. Come se Giuseppe si preparasse a fare la guerra da solo. Mi sono chiesto spesso se non avesse paura di se stesso».
Nove rivoltelle sotto due cuscini. E nemmeno una è servita. Un uomo che per anni era vissuto nella paura, che si infilava nei portoni degli altri, si guardava alle spalle e riceveva la posta a un indirizzo segreto, fu arrestato nel sonno. La paura gli aveva tolto le forze, il sonno e la pace. La protezione non gliel’aveva data.
Perdere fa più male che trovare
Cominciamo dalla proprietà principale della paura: la gente ha più paura di perdere di quanto goda a trovare. Perdere cento dollari fa più male di quanto faccia piacere trovarne cento. Non è teoria, lo sa chiunque abbia contrattato almeno una volta.
Ne viene che un uomo minacciato da una perdita è capace di cose che non farebbe mai per vincere. Rischia di più, si aggrappa più a lungo alle posizioni perdenti, raddoppia la posta proprio dove dovrebbe alzarsi dal tavolo.
Dickie descrive la situazione in cui si trovò Totò Riina nel gennaio 1992, quando la Cassazione confermò le condanne del maxiprocesso. Per anni Riina aveva promesso ai suoi che Roma avrebbe sistemato tutto. Non aveva sistemato niente. Erano in pericolo la sua autorità e la sua vita. Il pubblico ministero Guido Lo Forte lo spiega meglio di qualunque psicologo: nella mafia non puoi semplicemente presentare le dimissioni, ti eliminano e basta. La scelta di Riina e dei suoi era questa: o rassegnarsi a essere eliminati, o dimostrare ancora una volta a tutta l’organizzazione di avere la forza.
Riina scelse la seconda. Bisognava fare la guerra, diceva, per poi fare la pace. Poi vennero le esplosioni in cui morirono Falcone e Borsellino, e le bombe del 1993. Lo scopo: costringere lo Stato a fare marcia indietro su due questioni che a Riina stavano a cuore più di tutto, le condanne del maxiprocesso e la legge del 1982 sulla confisca dei beni dei mafiosi. Un uomo minacciato di perdere tutto raddoppiò la posta. E perse tutto: un anno dopo lo arrestarono, e lo Stato, invece di fare marcia indietro, andò all’attacco come non aveva mai fatto.
In ufficio è lo stesso, solo senza bombe. Il capo che ha paura di ammettere che un progetto è fallito ci mette altri soldi. Il commerciante che ha paura di perdere un cliente accetta condizioni in perdita. Il manager che rischia il licenziamento comincia a rischiare i soldi degli altri. Quando vedi uno messo con le spalle al muro, aspettati da lui non la cosa ragionevole, ma quella disperata. E non mettere la gente con le spalle al muro senza bisogno: chi è messo all’angolo non ha nessun motivo per comportarsi bene.
Quando la paura chiude la testa
La seconda proprietà della paura: restringe la vista. Chi ha paura vede solo la minaccia e niente intorno. La testa entra in stato d’assedio, tutto il superfluo si spegne. È utile quando ti corre incontro un leone, e dannoso in quasi tutti gli altri casi.
Morello con le sue nove rivoltelle è proprio uno di questi casi. La sua testa era così occupata dalla minaccia che tutta la sua giornata era diventata difesa: guardarsi alle spalle, svoltare, controllare, cambiare indirizzo. E per pensare a dove fosse davvero vulnerabile non gli restavano forze. Non l’hanno preso per strada, dove si guardava alle spalle, ma a letto, dove finalmente si era addormentato.
Buscetta spiegava ai giudici che il mafioso, in generale, vive in una paura continua. Non della legge, ma dei pettegolezzi malevoli dentro Cosa nostra. La paura che qualcuno dica male di lui lo perseguita senza tregua. Dickie ne conclude che il risultato è una paranoia acuta. Gente che fa paura a tutta la città vive come in una fortezza assediata.
C’è un film che l’ha mostrato meglio di tutte le ricerche. Nella prima puntata dei Soprano (è una serie, ricordiamolo), il boss Tony Soprano, un uomo di cui ha paura tutto il suo quartiere, perde i sensi all’improvviso davanti al suo barbecue. Un attacco di panico. Va da una psichiatra, la dottoressa Melfi, e viene fuori che tutto è cominciato con le anatre che vivevano nella sua piscina e sono volate via. L’uomo più temuto della zona ha paura di perdere le sue anatre. Fa ridere, finché in Tony non riconosci qualcuno che conosci. A volte nello specchio.
Che cosa fare con una testa chiusa a chiave? Prima di tutto ammettere che è chiusa. Chi ha paura non riesce a pensare in grande, e nemmeno tu. Perciò non prendere grandi decisioni quando hai paura: rimanda, dormici sopra, consigliati con qualcuno che non ha paura. E se ha paura uno dei tuoi, non pretendere da lui soluzioni creative. Prima togli la minaccia, poi chiedi le idee.
Numeri che non si sentono
La terza proprietà della testa: non sa sentire i numeri grandi. Un morto è una tragedia, mille sono una statistica. Non è cinismo, è come siamo fatti. La testa del cavernicolo contava sulle dita: un leone, tre cervi, cinque nella tribù. Un milione non è della sua misura.
Roberto Saviano, nel suo libro, riporta anno per anno quante persone ha ammazzato la camorra. Centoquarantotto, centoquarantasette, centotrenta, novantuno, centodiciotto. Poi tira le somme: negli anni della sua vita sono morte tremilaseicento persone. Più che per mano della mafia siciliana, della ’ndrangheta, dell’ETA basca, dell’IRA irlandese e delle Brigate rosse messe insieme. E osserva che sulle mappe dei punti caldi che pubblicano i giornali i fuochi sono disegnati sul Kurdistan, sul Sudan, sul Kosovo, mentre sul Sud Italia non c’è un solo simbolo.
Saviano sa che il numero «tremilaseicento» non verrà sentito. Per questo in un altro punto fa quello che sa fare ogni buon narratore: trasforma il numero in un’immagine. Secondo i calcoli degli ambientalisti, tutti i rifiuti non registrati che i clan hanno sotterrato al Sud formerebbero una montagna alta quattordicimilaseicento metri su una base di tre ettari. Il Monte Bianco: quattromilaottocentodieci. L’Everest: ottomilaottocentoquarantaquattro. Il numero «quattordici milioni di tonnellate» non lo sentirà nessuno. Una montagna di spazzatura alta un Everest e mezzo se la ricorderanno tutti.
Questa lezione ti serve in tutte e due le direzioni. Quando ti dicono numeri grandi di rischio, un milione di perdita, mille clienti scontenti, la testa non li sentirà. Traducili in qualcosa che si può immaginare: quanti stipendi sono, quanti camion, quanti anni di lavoro. E quando sei tu a voler essere ascoltato, non sparare numeri. Fai vedere la montagna.
Tirando le somme
Non mettere la gente all’angolo, dove non ha più niente da perdere, e non decidere le cose importanti sotto la paura. E non confondere il numero delle serrature con la sicurezza. Nove rivoltelle sotto il cuscino garantiscono una cosa sola: dormirai della grossa, perché sei stanco di avere paura.
