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Capitolo 9. La gente della Famiglia

Il potere

Charles Luciano, detto Lucky, fino al 1936 era uno degli uomini più potenti di New York. Poi lo misero dentro, e nel 1946 lo espulsero dall’America e lo rimandarono in Italia. Siciliano di nascita, non andò a stare in Sicilia ma a Napoli, e da lì, fino alla morte, diresse il contrabbando, droga compresa. Di soldi ne aveva quanti ne voleva. Di amicizie, di qua e di là dall’oceano, pure.

Dickie ne ricava una distinzione che vale la pena ricordare. Prima della galera Luciano era a capo di quello che a volte chiamano un sindacato del potere: una banda che sul suo territorio riscuoteva il tributo da tutti, onesti e disonesti. A Napoli era a capo di un sindacato d’impresa: commercio, ma senza nessun potere sul territorio. E un giorno, scrive Dickie, un ladruncolo napoletano qualsiasi mostrò in modo lampante gli svantaggi di quella posizione: picchiò Luciano in pubblico, e Luciano non riuscì a vendicarsi.

Uno dei gangster più ricchi del mondo, e un borseggiatore lo mena per strada. Mentre il don più povero, nella sua strada, non lo tocca nessuno.

I soldi non sono potere

Ecco la prima cosa da capire sul potere: non sono i soldi, non è la carica, non è la fama. Il potere è la capacità di far andare le cose come vuoi tu, attraverso altre persone. A Napoli Luciano aveva soldi e fama. Non aveva gente, in quella strada, che facesse quello che diceva lui. Per questo il ladruncolo l’ha fatta franca.

In ufficio è uguale. Puoi avere una carica alta e nessun potere: alla riunione ti ascoltano e poi non fanno quello che hai detto. Puoi non avere nessuna carica e un potere enorme: la vecchia segretaria senza la quale non si firma niente, il contabile che sa dove stanno i soldi, il capo officina dietro al quale si muove tutto il reparto. Non guardare le targhette sulle porte. Guarda di chi è la parola che diventa un fatto.

Da dove viene il potere? Da più fonti, e le conosciamo tutte, noi e tu. Da quello che puoi dare alla gente: soldi, lavoro, protezione, una promozione. Da quello che le puoi togliere. Dal sapere quello che gli altri non sanno. Dal fatto che ti rispettano e si fidano di te. E dal fatto che dietro di te ci sono altre persone. Quest’ultima fonte è la più solida. I soldi finiscono, la paura svapora, il sapere invecchia. La gente che sta con te resta, finché non la tradisci.

Ognuno fa quello che gli riesce meglio

Seconda cosa: potere non vuol dire fare tutto da solo. Anzi. L’uomo intelligente lascia agli altri quello che sanno fare meglio di lui e si tiene quello in cui è più forte di tutti.

Dickie descrive in Cosa nostra due strade per fare carriera. La prima è politica: capodecina, consigliere, boss, potere sugli uomini e sul territorio. La seconda è commerciale: viaggi, contatti, commercio internazionale. Tommaso Buscetta, scrive Dickie, con tutto l’enorme rispetto di cui godeva, non salì mai più in alto del semplice uomo d’onore. In compenso ha passato la vita a girare il mondo ed è diventato il «boss dei due mondi». Era forte in una cosa e non ha cercato di essere forte nell’altra.

Gli economisti lo chiamano vantaggio comparato, e il ragionamento è questo. Anche se sai fare tutto meglio del tuo aiutante, ti conviene lasciargli quello in cui la tua superiorità è più piccola e tenerti quello in cui è più grande. Don Vincenzo stirava le camicie meglio di metà delle nostre stiratrici. Ma in quarant’anni non l’ho visto alla pressa una volta. Un’ora del Don valeva più di cento camicie stirate: in quell’ora si accordava con l’albergo che dava lavoro alla lavanderia per un anno. A stirare potevano pensarci altri. Ad accordarsi come lui, nessuno.

Non sprecare il tuo potere in quello che possono fare gli altri. Non è pigrizia e non è aria da signore. È contabilità. Ogni ora che un capo passa a fare il lavoro di un soldato è un’ora in cui il lavoro del capo non lo fa nessuno.

Più gente, più costa parlarsi

Terza cosa, e se la scordano tutti quelli che fanno crescere una squadra. Più gente è coinvolta in un affare, più costa ogni conversazione. A due persone basta scambiarsi una parola. A dieci serve una riunione. A cento servono ordini, biglietti, controlli. E a ogni passaggio qualcosa si perde.

In Cosa nostra la cosa costava particolarmente cara, perché tutto si reggeva sul segreto. Buscetta lo spiegava così: se un uomo d’onore deve mettersi in contatto con un membro di un’altra famiglia, lo chiede al suo boss, e il boss lo manda da qualcuno che conosce tutte e due le parti. Così i contatti si riducono allo stretto necessario, e ognuno sa pochissimo delle altre famiglie. Il segreto è salvo. Ma Buscetta diceva anche il prezzo: nel suo mondo i malintesi erano continui, perché, a parte quelli in cima, nessuno sapeva che cosa succedeva nelle alte sfere. Con questo passaparola, voci e mezze parole spesso prendevano il posto della verità.

E a volte parlarsi costa troppo perfino per il potere. Dickie racconta che nel 1979 nel clan Bonanno di New York un mafioso siciliano acquistò un grande potere. Si dice che abbia rinunciato a guidarlo ufficialmente solo perché parlava male l’inglese. Un potere che non riesci a far arrivare alla gente non è un potere, è un titolo.

In ufficio vale la stessa legge. Ogni persona nuova nella squadra non aggiunge un collegamento, ne aggiunge tanti: uno con ciascuno degli altri. Per questo le squadre grandi sono più lente di quelle piccole, e più la squadra cresce, più forze se ne vanno non nel lavoro ma nel parlare del lavoro. Tieni le squadre piccole. Parla chiaro e corto. Non far passare le cose importanti per cinque paia di mani. E controlla che quello che hai detto sia arrivato così come l’hai detto.

Tirando le somme

Non confondere i soldi, la carica e il potere: guarda di chi è la parola che diventa un fatto. E se un giorno ti ritrovi in una città che non è la tua, coi soldi ma senza la tua gente, sii gentile coi borseggiatori. Costa meno di quanto sembri.

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