Obiettivo e abitudine
Nel febbraio del 1909 il detective newyorkese Joe Petrosino, il terrore dei banditi italiani di Manhattan, arrivò in segreto in Sicilia. Il compito era chiaro: raccogliere negli archivi della polizia locale i certificati penali degli italiani che vivevano a New York. Secondo la legge americana di allora, ognuno di quei certificati bastava per rispedire un uomo a casa. Petrosino lavorava come un ossesso: dalla mattina del primo giorno nel palazzo di giustizia di Palermo, poi tre settimane negli archivi di città lontane. La domenica, scrive Dash, se ne stava in albergo a ribattere gli appunti a macchina. I certificati si moltiplicavano.
E intanto faceva quelli che Dash chiama errori elementari. Aprì un conto in banca a suo nome. Disse il suo vero nome ai camerieri del Caffè Oreto, in piazza Marina, dove cenava con una regolarità pericolosa. Cominciò a girare per la città senza revolver, lasciandolo nella valigia in camera.
Il dodici marzo, dopo un acquazzone, alle sette e mezza di sera, Petrosino si affrettò al Caffè Oreto per cenare. Prese il suo solito tavolo contro il muro, da dove vedeva chiunque entrasse. Ordinò pasta, pesce, patate fritte e mezzo litro di vino, in tutto due lire e settanta. Quando arrivò al formaggio, entrarono due uomini, gli parlarono brevemente e uscirono. Petrosino lasciò tre lire, non aspettò il resto e li seguì. Fece duecentoventi iarde. Alle otto e cinquanta in piazza Marina risuonarono quattro colpi.
L’abitudine fa risparmiare fatica. E ti rende prevedibile
Comincio il capitolo sulle abitudini con questa storia non perché tu ne abbia paura. Le abitudini sono la cosa migliore che sia stata inventata per lavorare. Sono azioni che fai senza spenderci decisioni e volontà. Ti alzi, ti vesti, esci, fai. Più cose utili hai trasformato in abitudine, più forze ti restano per quello che richiede la testa.
Ma l’abitudine ha un rovescio: la vedono gli altri. Petrosino risparmiava forze sulla cena per spenderle sui certificati, ed era ragionevole. Solo che il suo «solito tavolo» non lo conoscevano soltanto i camerieri.
Noi, del resto, quella debolezza la conoscevamo meglio di chiunque. Dash racconta che vent’anni prima di Petrosino, nel 1889 a Corleone, il giovane Morello ebbe l’incarico di uccidere Vella, capitano della guardia campestre. Vella indagava su un furto di bestiame. Morello studiò le sue abitudini: Vella era un cliente fisso del caffè Stella d’Italia, ci passava la sera a bere un bicchiere di vino, arrivava e se ne andava da solo, e per tornare a casa dalla moglie tagliava per i vicoli. L’agguato lo prepararono a qualche iarda da casa sua.
In ufficio nessuno ti sparerà per le tue abitudini. Ma la lezione è la stessa: le tue abitudini lavorano per te e per chi ti vuole usare. Il concorrente sa che a dicembre abbassi sempre i prezzi. Il fornitore sa che la seconda partita non la controlli mai. Il sottoposto sa che il venerdì firmi senza leggere. Tieniti le abitudini utili e ogni tanto controlla chi altro le conosce.
Non quello che vuoi ottenere, ma chi sei
Adesso gli obiettivi. Il consiglio solito è darsi obiettivi chiari: che cosa, quanto e entro quando. Il consiglio è giusto. Senza una direzione, come dicevano i vecchi, qualsiasi Famiglia diventa un mercato: tutti corrono, tutti gridano, e l’affare sta fermo. L’obiettivo serve perché tutti tirino dalla stessa parte.
Ma c’è una cosa più forte dell’obiettivo, e se ne parla meno. È chi pensi di essere. L’obiettivo finisce quando lo raggiungi o lo manchi. Chi sei, invece, lavora ogni giorno e ti suggerisce da solo le decisioni.
Pistone lo dice in una frase: «Il pensiero vero è che sei un agente dell’FBI in servizio. Non lo puoi dimenticare nemmeno per un secondo». Per cinque anni ha vissuto da Donnie Brasco, ha mangiato con i mafiosi, ha bevuto con loro, è andato con loro in Florida, e non è diventato Donnie Brasco nemmeno per un giorno. Aveva un obiettivo, le prove, ma non era quello a tenerlo in piedi. Lo teneva in piedi chi era. Quando l’obiettivo è lontano, è facile perderlo di vista. Quando sai chi sei, ogni piccola decisione si prende da sola.
Anche Bernardo Provenzano, il «capo dei capi», latitante per più di quarant’anni, si reggeva su un’immagine. Nel suo ultimo nascondiglio trovarono un pasto semplice di ricotta e cicoria, un letto con la coperta ma senza lenzuola, una Bibbia e vestiti che, scrive Dickie, un contadino benestante si sarebbe vergognato di mettersi. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso riteneva che quella povertà fosse una scelta tattica: un segno dell’etica mafiosa e della solidarietà con chi stava in carcere. Provenzano comandava essendo uno che va rispettato. Non ti chiedo di ammirare la sua immagine. Guarda solo come funziona il meccanismo: un uomo che ha deciso chi è prende migliaia di piccole decisioni sempre allo stesso modo, senza spenderci forze.
E alla fine, guarda caso, tutto è finito per un’abitudine. Il segnale decisivo per l’arresto, scrive Dickie, fu la mano di Provenzano che spuntò da dietro una porta per prendere il piatto di ricotta lasciato sulla soglia. Più di quarant’anni a ricotta. E con la ricotta l’hanno preso.
L’obiettivo lontano e l’abitudine vicina
Come leghi un obiettivo lontano alla giornata di oggi? Solo con le abitudini. L’obiettivo lontano non si raggiunge subito, ma ogni giorno puoi fare qualcosa che ci porta.
Lefty Ruggiero spiegò a Pistone la strada per entrare nella mafia con una frase sola, meglio di qualunque allenatore: «Non ficcare il naso negli affari degli altri, non deludere la famiglia. Rispetta le regole, porta la tua parte, e un giorno ti proporranno per l’affiliazione». L’obiettivo lontano è l’affiliazione. Le abitudini di ogni giorno sono le regole, la parte, l’aspetto, il silenzio davanti ai più anziani. L’obiettivo dà la direzione, le abitudini ti ci portano.
Solo ricordati che quell’«un giorno» nella frase può allungarsi parecchio. Come vedrai più avanti, nelle famiglie americane i registri delle ammissioni una volta li hanno chiusi per diciannove anni. Le abitudini che costruisci per un obiettivo devono essere utili anche di per sé. Così non perdi, anche se l’obiettivo si allontana.
Diventi quello che guardi
Un’ultima cosa. La testa si sintonizza su quello che vede. Hai visto un film di gangster, e già cammini un po’ diversamente. Hai letto di gente che ha fatto tanta strada, e ti viene voglia di lavorare. La chiamano sintonia, e funziona più di quanto pensiamo.
Un veterano della squadra mobile di Napoli raccontava a Saviano che i camorristi imitano i killer dei film: dopo Tarantino, gli spiegava, avevano cominciato tutti a sparare alla bell’e meglio, la pistola dritta non la tenevano più, ormai solo di piatto o inclinata, e sparavano come al cinema. E così colpiscono alla pancia e alle gambe, non uccidono ma storpiano, e poi tocca finire il lavoro. Il cinema ha sintonizzato la mano e ha rovinato il mestiere.
Scegli su che cosa sintonizzi la tua testa. L’ambiente, i libri, la gente con cui pranzi, i discorsi che senti la mattina. Tutto questo, senza che te ne accorga, ti cambia la mano. Don Vincenzo cominciava ogni mattina allo stesso modo: faceva il giro della lavanderia, salutava ogni stiratrice per nome e assaggiava l’olio della latta nuova. Non era una cerimonia. Era una sintonia: prima di decidere, ricordarsi di che cosa si tratta e per chi.
Tirando le somme
Quello che è utile trasformalo in abitudine, così non devi deciderlo di nuovo ogni mattina. Ma ricordati che la tua abitudine non la vedi solo tu. Non sederti ogni sera allo stesso tavolo contro il muro, se in città gira gente a cui dai fastidio.
