In caso di guerra
Nel maggio del 1926 Cesare Mori, il «prefetto di ferro», arrivò nel paese dove comandava don Vito Cascio Ferro e parlò in piazza. Soffiava lo scirocco e faceva volare la sabbia per la piazza. Mori cominciò con un gioco di parole: il suo cognome suona come «morire», e promise che la delinquenza sarebbe sparita come quella sabbia portata via dal vento.
Pochi giorni dopo la polizia fece una retata a Bisacquino, Corleone e Contessa Entellina. Arrestarono più di centocinquanta persone, e tra loro don Vito. Il suo figlioccio andò a cercare appoggio da un proprietario terriero che conosceva, e gli spiegarono con garbo che i tempi erano cambiati.
Poi vennero anni che la mafia non ha mai dimenticato. Sessant’anni dopo un pentito ricordava: sotto Mussolini ai mafiosi davano cinque anni di confino senza processo, e quando i cinque anni finivano usciva un nuovo decreto, e altri cinque. Suo zio Luigi, raccontava, che era un capo e aveva potere, l’avevano ridotto a rubare per un pezzo di pane.
Fu la prova di resistenza più dura che la mafia abbia passato fino alla fine del Novecento. E la cosa più interessante non sono quelli che si sono spezzati, ma quelli che hanno tenuto. Di questo parliamo: che cosa si romperà per primo da te, quando arriva il colpo, e come saperlo prima del colpo.
Chi ha resistito
Secondo i calcoli delle fonti ufficiali americane che Dickie cita, cinquecento mafiosi se ne andarono semplicemente negli Stati Uniti. L’America del proibizionismo si rivelò per loro molto ospitale. Altri scoprirono che il pugno di ferro del fascismo spesso si apriva in una mano tesa. Giuseppe Genco Russo, capo della cosca di Mussomeli, sopravvisse a tutte le retate di Mori. Lo accusarono di furti, estorsioni, omicidi, e ogni volta il processo si sgonfiava «per insufficienza di prove». Dopo la guerra diventò uno degli uomini d’onore più in vista dell’isola.
E nel 1943 il regime crollò, e la mafia tornò come se non se ne fosse mai andata.
Guardala come una prova di carico. Mori ha schiacciato il sistema con tutta la forza che aveva, e subito si è visto quali pezzi reggevano e quali no. Non hanno retto quelli legati a un posto e senza conoscenze. Hanno retto quelli che avevano un’uscita di riserva: il piroscafo per New York, l’uomo giusto in tribunale, testimoni che avevano più paura di loro che della polizia. E la cosa nel suo insieme ha retto perché è sopravvissuta non tanto a Mori, quanto al regime che gli stava alle spalle.
Non aspettare che sia la vita a mettere alla prova il tuo affare. Mettilo alla prova tu. Che succede se se ne va il cliente più grosso? Se i prezzi delle materie prime raddoppiano? Se si ammala l’uomo su cui si regge tutto? Se la banca ti nega il credito? Si chiama stress test. Il colpo non lo puoi evitare, ma puoi sapere in anticipo quale anello si spezzerà per primo, e rinforzarlo finché c’è calma.
Un piano per il peggio
Un giorno di ottobre Joe Pistone ricevette un ordine dal quartier generale: chiudere subito l’operazione. Si era scoperto che Frank Balistrieri, il boss di Milwaukee, aveva saputo che Tony Conte, quello che Pistone gli aveva portato, era un agente dell’FBI. Secondo le regole della mafia, Balistrieri doveva farlo sapere a New York. E a quel punto lo smascheramento di Donnie diventava una questione di tempo.
Pistone volò dal suo agente responsabile e si sedette a pensare. Il suo ragionamento vale la pena di riportarlo quasi per intero, perché è un modello di pianificazione per scenari.
Balistrieri non si era ancora messo in contatto con New York, altrimenti Pistone l’avrebbe saputo. Mettiamo che lo faccia. E poi? Se a New York decidono di ammazzarlo, lo faranno senza avvisare. Ma Pistone non ci credeva. Sì, aveva messo Conte in contatto con Milwaukee, ma ne garantiva solo fino a un certo punto. E se Lefty si mette a fare domande, la risposta è pronta: ci ho lavorato insieme dieci anni fa, e problemi non ce n’erano. Magari era già un agente allora, io che ne so? E poi Lefty stesso si troverebbe tra due fuochi: aveva garantito di persona per Conte davanti a Balistrieri e lo chiamava suo amico.
Vedi come funziona? Prima: cosa so di sicuro. Poi: quali strade ci sono. Poi: cosa dirò e cosa farò su ogni strada. E alla fine: cosa conviene all’altra parte, perché a Lefty non conveniva ammettere che un agente dell’FBI era passato con la sua garanzia. Pistone e i colleghi salvarono l’operazione, e lui ci lavorò fino all’uscita. Ma, dice lui, ogni volta che lo convocavano dalla famiglia gli passava per la testa un pensiero: vuoi vedere che Balistrieri l’ha detto davvero?
Il piano non ti toglie la paura. Ti toglie lo smarrimento. Quando il peggio succede, la risposta ce l’hai già, e non devi inventartela sotto lo sguardo di un altro.
La leggenda del piano geniale
C’è anche il rovescio della medaglia. Col senno di poi qualunque colpo di fortuna sembra un piano geniale.
Avrai sentito la leggenda di come l’esercito americano sbarcò in Sicilia nel 1943 con l’aiuto della mafia. Lucky Luciano, dal carcere, si sarebbe messo d’accordo con i boss siciliani, e un don del posto, con un fazzoletto giallo in mano, avrebbe guidato gli Alleati attraverso l’isola. Molti siciliani ci credono ancora. La maggior parte degli storici, scrive Dickie, la considera una favola.
Com’è andata davvero? Nel febbraio del 1942 sull’Hudson prese fuoco e si rovesciò un transatlantico di lusso, il Normandie. Probabilmente fu un incidente, ma allora nessuno ne era sicuro. I servizi segreti della marina, temendo sabotaggi nel porto, si rivolsero a chi il porto lo teneva in mano: prima a Joseph Lanza, detto Socks, padrone dell’enorme mercato del pesce di Fulton, e tramite lui a Luciano. Lucky lo trasferirono in un carcere più vicino e più comodo, e gli ufficiali andavano a parlarci.
La marina si preparava a uno scenario reale, i sabotaggi nel porto di New York, e per farlo trovò una risorsa inaspettata: gente che il porto lo conosceva meglio di qualunque servizio segreto. Fu una mossa intelligente. Ma non c’è nessuna prova che Luciano sia stato in Sicilia durante la guerra, né che l’abbiano liberato in cambio di un aiuto per lo sbarco. Lo rilasciarono e lo espulsero nel 1946, e per quei tempi dieci anni per il suo reato erano la pena più lunga.
Quando qualcuno ti racconta come aveva previsto tutto alla perfezione, controlla cosa c’era nei documenti e cosa ci ha aggiunto la leggenda. E non vergognarti se i tuoi piani non si avverano per filo e per segno. La marina aveva un piano modesto e sensato. Quello geniale l’hanno inventato dopo.
La via di mezzo
A volte il primo a spezzarsi è proprio chi picchia più forte di tutti. Ci sono guerre che è meglio non vincere fino in fondo.
Totò Riina fece una guerra di sterminio: prima contro i suoi, poi contro lo Stato. Dickie scrive che i corleonesi, senza volerlo, per poco non hanno fatto finire la mafia come organizzazione criminale. Il suo successore Bernardo Provenzano scelse un’altra strada. Sai già come si nascondeva e come lavorava in silenzio. Ecco invece come faceva la guerra. Il suo principio era mangiare e far mangiare. Il suo primo obiettivo era la pace interna. Puntò sul pizzo alle imprese, perché, scrive Dickie, si sposa bene con la strategia dell’«inabissamento»: ammazzare quasi non serve, di solito basta un incendio o una rapina dimostrativa.
Non mi fa piacere lodare Provenzano, ma su una cosa aveva ragione: tra la guerra totale e la resa c’è una fascia larga, e la gente assennata ci vive dentro. Con un concorrente puoi non fare la guerra fino alla morte, ma dividerti il mercato. Con un cliente difficile puoi non rompere, ma rivedere le condizioni. Con un socio che ti ha deluso puoi non farti causa per anni, ma metterti d’accordo. Una vittoria dopo la quale non ti restano né uomini, né soldi, né amici è una sconfitta, solo confezionata bene.
Prima prova
C’è un modo per sapere cosa si romperà che costa meno di una guerra: dare tu stesso un piccolo colpo, finché la posta è bassa. Si chiama esperimento. Quando ci arrivò l’offerta di un secondo frantoio, Don Vincenzo non cambiò fornitore e non disse di no. Prese dal frantoio nuovo l’olio per cinque ristoranti per un mese, e a loro non disse niente. Dopo un mese chiese ai cuochi com’era l’olio. Tre non avevano notato la differenza, due dissero che era peggiorato. Il Don restò col vecchio frantoio. La prova ci costò cinque latte e un mese. L’errore ci sarebbe costato vent’anni di amicizia.
Non è ancora finita
Un’ultima cosa: il colpo può arrivare anche dopo la vittoria, quando metterti alla prova sembra ormai superfluo. Una guerra di rado finisce dove sembra.
Pistone scrive che l’omicidio del capo di una famiglia non è mai la fine, ma solo l’inizio. Dopo che il boss è stato ammazzato, tutti i suoi uomini devono passare alla coalizione vincente, altrimenti comincia la pulizia, e può andare avanti per anni. Sembra che tutto si sia deciso con un colpo solo. In realtà comincia tutto adesso.
E ora una storia con cui voglio chiudere questo capitolo. Ignazio Lupo, detto il Lupo, un tempo socio di Morello, il terrore dei quartieri italiani, uscì di prigione a metà degli anni Trenta. E tornò alle vecchie abitudini: si mise a spremere i fornai di Brooklyn come li spremeva vent’anni prima. Solo che il mondo intorno era cambiato. I vecchi amici erano morti o si erano ritirati. Il nuovo sindaco aveva rivoltato la polizia. I fornai non avevano più paura. L’undici gennaio 1936 sporsero denuncia al governatore, e venne fuori che la grazia di Lupo era condizionata. D’estate, senza processo, lo rimandarono ad Atlanta. Gli restavano da scontare settemilacentosettantaquattro giorni.
Uscì solo il ventuno dicembre 1946, con sette dollari e ottantatré centesimi in tasca. Un secondino gli prestò i soldi per il viaggio fino a New York. Tre settimane dopo, il tredici gennaio 1947, Lupo morì. I giornali, scrive Dash, non ne scrissero una riga.
Lupo non ha perso contro la polizia. Ha perso perché non si è accorto di come era cambiato il mondo mentre lui stava dentro. È tornato con le vecchie abitudini in una città dove non funzionavano più. Il suo stress test l’ha fatto la vita stessa, e lui non l’ha passato.
Nessuna vittoria è definitiva, e nessuna sconfitta nemmeno. Mori pensava di aver chiuso con la mafia, e lei è tornata. Lupo pensava di essere tornato, e invece era già tutto finito. Ogni mattina il mondo è un po’ diverso da ieri, e chi si orienta con la mappa di ieri, un giorno sbaglia uscita.
