Prologo
Mi hanno chiesto spesso dove ho studiato. Me lo chiedevano in tanti modi: i banchieri con garbo, gli investigatori con interesse, i ragazzi di buona famiglia con una compassione che nascondevano male. Io rispondevo onestamente.

A cura di Sergio Killuminati
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Mi hanno chiesto spesso dove ho studiato. Me lo chiedevano in tanti modi: i banchieri con garbo, gli investigatori con interesse, i ragazzi di buona famiglia con una compassione che nascondevano male. Io rispondevo onestamente. Al tavolo di cucina di Don Vincenzo Carmuso, per quarant’anni, senza ferie e senza vacanze. Diplomi lì non se ne davano. L’esame lo davi tutti i giorni, e non c’era una seconda sessione. Anche l’espulsione era senza appello.
Sorridi. Male. Il nostro mondo ha sempre avuto le sue scuole, solo che non avevano l’insegna. Il carcere dell’Ucciardone, a Palermo, gli storici che hanno passato la vita a studiare la mafia siciliana lo chiamano proprio così: dalla metà dell’Ottocento è stato per la mafia una specie di università. Lì si stava dentro, si aspettava il processo, ci si scambiavano notizie e conoscenze. Lì si imparava a parlare in modo che gli estranei non capissero, a chiedere, a dire di no, a capire a chi pagare e a chi non si deve.
Mi hanno chiesto spesso dove ho studiato. Me lo chiedevano in tanti modi: i banchieri con garbo, gli investigatori con interesse, i ragazzi di buona famiglia con una compassione che nascondevano male. Io rispondevo onestamente.
Negli anni Ottanta arrivò a Palermo un giovane sociologo italiano, Diego Gambetta. Voleva capire la mafia da economista: che cosa produce, a chi lo vende e perché la gente la paga. Girava per le botteghe, si sedeva nei negozi di mobili, ascoltava.
Negli anni Quaranta, in Sicilia, non c’era faccia più famosa di quella di Salvatore Giuliano.
Nicola Gentile, che in America chiamavano zu Cola, ha passato mezzo secolo nel nostro mondo e da vecchio ha dettato le sue memorie. Era un uomo vanitoso, e gli storici lo leggono con prudenza. Ma una sua parabola vale un’intera biblioteca sulle vendite.
Verso il 1902 Giuseppe Morello, di cui hai già sentito parlare come falsario, si trovò davanti a un problema che conosce chiunque produca qualcosa.
Don Vincenzo Carmuso non sapeva leggere un bilancio. In compenso sapeva fare una domanda, e la faceva a chiunque gli portasse buone notizie: «Quanto di questo è nostro?»
L’otto maggio 1922, a New York, a un isolato dal comando di polizia, cinque uomini in Grand Street aprirono il fuoco l’uno contro l’altro.
Nel 1903 la polizia di New York arrestò Giuseppe Morello e Ignazio Lupo, e gli arresti non portarono a niente: le prove non bastavano, il caso crollò.
Nel maggio del 1976, in Sicilia, fu affiliato alla mafia il diciannovenne Giovanni Brusca, l’uomo che più tardi avrebbe fatto saltare in aria il giudice Falcone. Dickie descrive il rito sulla base delle sue stesse dichiarazioni.
Charles Luciano, detto Lucky, fino al 1936 era uno degli uomini più potenti di New York. Poi lo misero dentro, e nel 1946 lo espulsero dall’America e lo rimandarono in Italia.
Nel 1945, poco dopo la guerra, al giovane Tommaso Buscetta cominciarono ad avvicinarsi, come raccontò poi, uomini cortesi e misteriosi, che esprimevano i loro pensieri con mezze frasi e allusioni sottili. Sentiva di essere osservato e valutato.
Nell’ottobre 1957, al ristorante Spanò di Palermo, durante quel famoso pranzo di cinque ore di cui abbiamo parlato, Joe Bonanno propose ai tre o quattro mafiosi siciliani che gli sedevano intorno di creare una Commissione.
Nell’aprile 1903, in Stanton Street, a Little Italy, comparvero dei facchini nuovi. Lavoravano in modo strano: dalle otto del mattino fino al buio stavano davanti a una porta di fronte a un negozio e non caricavano niente.
Nell’autunno del 1933 Charles Luciano, detto Lucky, si mise a capo di un sindacato che prese in mano le case di tolleranza di New York. L’idea era da uomo d’affari: controllare tutto il mestiere e far pagare un tributo a ogni casa.
Don Vincenzo arrivò a ottant’anni e morì nel suo letto. Nel nostro mestiere questo è già di per sé un traguardo, su cui varrebbe la pena scrivere un libro a parte. Ma quel libro non ci sarà, perché il segreto del Don era noioso.
I personaggi della Famiglia sono inventati; gli episodi storici sono raccontati sulla base di fonti pubbliche.