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Capitolo 8. La scalata

Il segreto

Nel 1990 l’FBI, con apparecchiature sofisticate, registrò per la prima volta nella storia un rito di affiliazione alla mafia. Successe a Medford, in Massachusetts, nella famiglia Patriarca. Gambetta riporta quello che poi finì negli atti del processo e sui giornali. Le quattro reclute venivano tenute in stanze separate e affiliate uno alla volta, davanti al boss, a quattro luogotenenti seduti, al consigliere e a undici soldati. Il consigliere chiese a una delle reclute, Carmen Tortora, se avrebbe lasciato la madre in punto di morte qualora lo avesse chiamato Cosa nostra. Lui rispose di sì. Poi pronunciò il giuramento, che suonava pressappoco così: io, Carmen Tortora, voglio entrare in questa organizzazione per proteggere la mia famiglia e i miei amici, giuro di non rivelare questo segreto e di obbedire con amore e omertà. Gli misero tra le mani un santino e gli diedero fuoco: come brucia questo santo, così brucerà la mia anima. Entro nell’organizzazione vivo e ne uscirò morto.

Giurava di non rivelare il segreto, Tortora, proprio nel microfono dell’FBI.

Tutti i nodi vengono al pettine

Questa è la prima cosa, e la più importante, da sapere sui segreti. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Non perché qualcuno non si sia impegnato abbastanza. Ma perché il segreto lo sanno delle persone, e le persone cambiano, litigano, invecchiano, si spaventano, si pentono e finiscono in galera.

La mafia si è costruita per secoli sul segreto. E adesso guarda come i suoi segreti sono venuti fuori. Il ventinove marzo 1973 un giovane mafioso, Leonardo Vitale, trentadue anni, capodecina di una famiglia della periferia di Palermo, andò di sua iniziativa in questura e raccontò tutto: la struttura, l’affiliazione, la Commissione. Stava attraversando quella che Dickie chiama una crisi spirituale: aveva trovato Dio, si tormentava, camminava scalzo per la cella gridando «Sono pazzo!». Gli psichiatri lo dichiararono seminfermo di mente. Nel 1977 si arrivò al processo, e dei ventotto imputati furono condannati solo Vitale e suo zio: gli altri vennero assolti, perché la corte non credette a un testimone «seminfermo». Vitale passò anni in manicomio, uscì nel 1984 e poco dopo lo ammazzarono. E quasi tutto quello che aveva raccontato nel 1973, dieci anni dopo lo confermò Buscetta.

Ancora prima, nel 1962, in America, sotto la minaccia della sedia elettrica, si mise a parlare Joseph Valachi, un sicario di una delle famiglie di New York. Non parlava, scrive Dickie, in modo molto convincente, e nella commissione del Senato gli credettero in pochi. Ma lo ascoltò Edgar Hoover. Nel 1959 quattrocento agenti della sede newyorkese dell’FBI si occupavano del partito comunista americano e solo quattro della criminalità organizzata. Nel 1963 a occuparsene erano già in centoquaranta.

Guardala bene, questa storia. Il segreto non tiene per sempre. Tiene finché quelli che lo sentono non sono pronti a crederci. Dopo, basta un uomo solo.

Dove stanno davvero i segreti

Seconda cosa: i segreti non scappano da dove li sorvegli.

Lefty Ruggiero ha avuto paura delle microspie per tutta la vita. Ti ricordi come mostrava a Pistone le antenne sul tetto della scuola. Al telefono parlava solo per allusioni. Era convinto che lo seguissero dappertutto. Eppure a Milwaukee, come scrive Pistone, lo registrarono per la prima volta: l’agente Tony Conte girava con lui in una macchina in cui era nascosto un registratore. Lefty cercava cimici sui tetti delle scuole e raccontava tutto all’uomo seduto accanto al microfono.

A Pistone stesso, tra l’altro, la tecnica non riuscì subito. Nella sua prima operazione, ancora prima della mafia, gli diedero un registratore da portare sulla schiena. Passò tutta la giornata a girarsi verso i banditi di fronte, perché nessuno notasse la gobba, e poi telefonò al suo capo: quel maledetto registratore non me lo metto più, sembro un gobbo. Per giunta il registratore si mangiò la cassetta, e la registrazione andò persa.

I segreti non escono dai muri, escono dalle persone. Da chi ti siede accanto. Dalle carte che hai buttato senza strapparle. Dalle bozze che hai dimenticato nella stampante. Dai pizzini che la guardia del corpo teneva insieme alle pistole. I vecchi del nostro mestiere dicevano che tutti i segreti stanno nel cestino della carta straccia. In ufficio è così alla lettera: nel cestino, nella posta, nella chat, nella cartella lasciata sulla scrivania. Sta’ attento non solo a quello che dici, ma anche a quello che scrivi e a quello che butti.

Che cosa non dire in casa

Terza cosa: ci sono posti dove degli affari non si parla affatto. Prima di tutto, a casa.

Salvatore Contorno spiegò ai giudici la regola: è vietato parlare con le donne delle cose di Cosa nostra. Una regola dura e all’antica, ma il senso non sta nelle donne: sta nel fatto che la casa non deve sapere quello che può farle del male. Gambetta riporta una storia che mostra quanto costa un segreto così. La moglie di un grosso mafioso che sconta l’ergastolo comprò dei vestiti costosi in una boutique della Valle d’Aosta, e sulla strada di casa, verso Palermo, in treno le rubarono la scatola. La titolare della boutique insisteva perché facesse denuncia, così da prendere l’assicurazione, e non riusciva a capire perché la cliente rispondesse educatamente che il marito non aveva tempo. Alla fine la moglie del mafioso preferì pagare la merce rubata. L’uomo d’onore non denuncia un furto alla polizia, nemmeno se hanno derubato sua moglie. Il segreto le era costato il prezzo pieno della scatola.

In ufficio è tutto più morbido. Non portarti a casa quello che può fare del male alla tua famiglia, se un giorno viene fuori. Non raccontare a cena di affari che i figli non devono sapere. E non raccontare al lavoro le cose di casa. Due parti della vita separate da un muro reggono meglio di una sola dove è tutto mescolato.

Non dire quello che pensi

Nel Padrino, il film, c’è una scena che ho rivisto più di una volta. Dopo l’incontro con Sollozzo, in cui Sonny, il figlio maggiore del Don, ha interrotto il padre e ha fatto vedere di essere interessato all’affare, Don Corleone lo rimprovera: non dire mai più a nessuno fuori dalla famiglia quello che pensi. Una sola frase di Sonny aveva detto a Sollozzo più di un’ora di trattative, e per poco non costò la vita al Don.

È un film, ricordiamolo, ma la regola è vera. Le fughe più pericolose non sono i documenti rubati, ma i pensieri detti senza volerlo. Hai fatto vedere che l’offerta ti piace, e hai perso il prezzo. Hai fatto vedere che sei scontento del capo, e la cosa arriverà al capo. Hai fatto vedere che hai paura, e qualcuno ne approfitterà. I tuoi pensieri tienili per te, finché non hai deciso che è ora di mostrarli. E quando li mostri, mostrali apposta.

Tirando le somme

Comportati come se un giorno tutto dovesse essere letto, e tieni d’occhio il cestino, la posta e chi ti siede accanto. E ricordati di Carmen Tortora. A volte il modo più rumoroso di rivelare un segreto è giurare solennemente di custodirlo nella stanza sbagliata.

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