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Capitolo 7. Don di te stesso

Una cosa alla volta

Nel 1903 la polizia di New York arrestò Giuseppe Morello e Ignazio Lupo, e gli arresti non portarono a niente: le prove non bastavano, il caso crollò. Il capo del Secret Service William Flynn, che seguiva la banda da tempo e con pazienza, era furioso e disse chiaro e tondo ai vertici della polizia che gli arresti erano stati prematuri. «Troppi poliziotti», si lamentava, «commettono l’errore di considerare l’arresto la loro funzione più importante. Il compito più importante di un poliziotto non è l’arresto, ma la condanna. Un arresto senza le prove necessarie per la giuria non è soltanto lavoro sprecato, ma una confessione della propria debolezza».

Queste parole le appenderei sopra la scrivania di ogni capo, cambiandone un paio. Il compito più importante non è darsi da fare, ma il risultato. L’arresto fa effetto: giornali, fotografie, rapporto ai superiori. La condanna è noiosa: mesi di pedinamenti, carte, testimoni che hanno paura. Ma conta solo la condanna. Alla fine Flynn mandò Morello dentro per venticinque anni. Non perché arrestasse più spesso, ma perché sapeva che cosa conta.

La cosa principale e tutto il resto

Ogni mattina hai una lista di cose da fare, e ce n’è sempre più di quante ne riuscirai a sbrigare. Quasi tutti cominciano da quello che è più facile, più veloce o che strilla più forte. La sera sono stanchi, hanno fatto un sacco di cose e non hanno fatto quella principale.

Comincia la giornata con una domanda: quali sono le una, due, tre cose che, se le faccio oggi, spingono avanti l’affare più di tutto? Quelli sono i tuoi compiti principali. Falli per primi, finché la testa è fresca e nessuno ha ancora fatto in tempo a chiederti niente. Tutto il resto dopo, se avanza tempo. Se non avanza, pazienza: hai fatto quello che conta.

L’agente Pistone racconta che nell’estate del 1977, un anno dopo l’inizio dell’operazione, aveva abbastanza prove contro la banda di Jilly a Brooklyn, quella con cui aveva cominciato: furti di camion, rapine, colpi. Sarebbero bastate per chiuderli tutti in un colpo solo. La tentazione era enorme: un risultato pronto, gli arresti, gli elogi dei capi. Ma intanto aveva già cominciato ad allacciare rapporti con gli uomini della famiglia Bonanno a Little Italy. E non ebbe fretta. La piccola banda di Brooklyn passò in secondo piano. Scelse la cosa principale, la strada verso la famiglia, e sacrificò il successo veloce a quello vero. Quattro anni dopo le prove bastavano per una famiglia intera.

Una scelta simile, solo nel verso opposto, l’ha fatta la mafia stessa. Mentre Totò Riina era tutto preso dalla guerra allo Stato, scrive Dickie, Bernardo Provenzano rafforzava senza far rumore i legami d’affari e politici che alla mafia siciliana avevano sempre reso bene: l’edilizia, la sanità, lo smaltimento dei rifiuti. Riina era occupato con il rumore. Provenzano con il guadagno. Riina lo arrestarono nel 1993. Provenzano rimase latitante altri tredici anni.

La testa sa fare una cosa alla volta

Perché è così difficile fare la cosa principale? Perché la testa non sa tenere due compiti nello stesso momento. Sa passare in fretta dall’uno all’altro, e a noi sembra di fare due cose insieme. In realtà ne facciamo un pezzetto per volta, e ogni volta perdiamo tempo a ricordarci dove eravamo rimasti.

Pistone per quasi cinque anni ha tenuto in testa tutto quello che vedeva e sentiva, perché tenere appunti in casa era pericoloso. Discorsi su affari sporchi, partite di merce rubata, facce nuove, cifre esatte. I mafiosi, scrive, potevano parlare mezz’ora di tagli di capelli, scarpe e baseball, e tra una cosa e l’altra lasciar cadere una frase su un omicidio su commissione o su un politico comprato. Chiedere di ripetere non si poteva. «La chiave del mio successo era la concentrazione», scrive. E lo ammette con onestà: vorresti ricordare tutto e subito, ma è impossibile, devi fare scelte difficili.

Quasi cinque anni ad ascoltare di scarpe per una frase sola. Ecco che cos’è la concentrazione, senza nessuna meditazione. Pistone è sopravvissuto e ha mandato dentro decine di persone perché in ogni momento sapeva che cosa gli importava in quel momento.

Ogni passaggio da una cosa all’altra ti costa tempo e forze. Per questo fai una cosa alla volta. Spegni quello che distrae. Raccogli le faccende piccole e simili in un mucchio e sbrigale tutte insieme: le telefonate di fila, le carte di fila. Non aprire la porta dell’ufficio a chiunque bussi quando sei preso dalla cosa principale. Don Vincenzo aveva una regola: dalla mattina fino a pranzo da lui si entrava solo se c’era un incendio, alla lettera. Tutto il resto aspettava. La città non è crollata nemmeno una volta.

Quattro modi per sbrigare una faccenda

Ogni faccenda della lista ha quattro destini, e solo uno è farla tu.

Farla. Se la faccenda è importante e richiede poco, falla adesso e dimenticatela.

Buttarla. Tante faccende non vanno fatte affatto. Sono finite nella lista per abitudine, per educazione o perché qualcuno te l’ha chiesto. Cancellale. Ti stupirai di quanto poco cambia.

Passarla. Se la faccenda la può fare un altro, che la faccia lui. Un capo che si ricontrolla le bolle da solo non è un capo, è un ragioniere che costa caro.

Rimandarla. Se la faccenda non brucia, dalle un orario e toglitela dalla testa fino a quel momento.

Pistone descrive un’applicazione molto elegante del secondo e del terzo modo insieme. L’FBI gli aveva vietato di partecipare ai furti di camion e alle rapine: la banda andava ai colpi armata, e una pallottola vagante poteva mandare all’aria tutta l’operazione. Prima o poi lo chiamarono per un colpo. Rifiutare di petto sarebbe stato sospetto. Spiegò che le rapine da cowboy non erano il suo campo, e si offrì di dare una mano a scaricare la refurtiva. E i ragazzi, scrive, furono perfino contenti: meno si è, più tocca a ciascuno. Ha buttato via quello che non si poteva fare e al suo posto ha offerto una cosa utile a tutti. Un rifiuto presentato come un regalo: è la forma più alta di gestione del proprio tempo.

Don Vincenzo mi insegnò a gestire il tempo in poche parole: scrivi tutto, distribuisci quello che puoi, e quello che resta distribuiscilo un’altra volta. Io con gli anni ci ho aggiunto del mio: prima cancella. Metà di quello che volevi passare a qualcuno non serve proprio a nessuno.

Tirando le somme

Sappi che cosa conta per te: la condanna, non l’arresto. E non confondere l’essere occupato con il lavorare. Riina era molto occupato. Provenzano lavorava.

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