I nostri e gli altri
La mattina del cinque dicembre 1928 l’agente di pattuglia della polizia di Cleveland Frank Osowski notò alcuni uomini dall’aria robusta che scendevano da due macchine davanti all’Hotel Statler. Avevano un aspetto tale che l’agente chiamò i rinforzi. La polizia controllò il registro dell’albergo e fece irruzione nelle stanze. Fermarono ventitré italiani. Lo storico Critchley riporta un dettaglio dal resoconto di un giornale che non riesco a leggere senza sorridere: quasi tutti indossavano biancheria di seta nuova e camicie fini.
Nessuno dei fermati ammise di conoscere gli altri. Eppure erano tutti armati, e quasi tutti avevano precedenti. Dieci giorni dopo quindici di loro si dichiararono «persone sospette», li minacciarono di multa o di galera se non se ne andavano, e se ne andarono. Gli altri furono assolti e sparirono in fretta anche loro dalla città. Era, come si scoprì poi, una riunione della mafia di diverse città.
Ventitré uomini che non si conoscono arrivano nello stesso albergo con la pistola e con la stessa biancheria di seta nuova. I nostri riconoscevano i nostri. E li ha riconosciuti anche la polizia.
La tribù
La gente vive a tribù, e non c’è niente di male: è così che siamo sopravvissuti. Stiamo coi nostri, ci fidiamo dei nostri, aiutiamo i nostri, e con gli altri stiamo in guardia. Ognuno di noi appartiene a più tribù insieme: la famiglia, la città, il mestiere, l’ufficio, il circolo.
Ogni tribù ha i suoi segni, da cui si riconoscono i suoi: i vestiti, le parole, le abitudini, i posti. Lefty, te lo ricordi, per prima cosa disse a Pistone di tagliarsi i baffi e di uscire in giacca sportiva e pantaloni. Erano segni della tribù. Pistone scrive poi che nella famiglia Bonanno ognuno stava nel suo quartiere: quelli di Brooklyn a Brooklyn, quelli di Manhattan a Manhattan, così si usava. Perfino dentro la stessa famiglia c’erano piccole tribù, coi loro confini.
I segni servono ai nostri per trovarsi e agli altri per capire con chi hanno a che fare. Funziona in tutti e due i sensi, come a Cleveland. Se vuoi che ti accettino in un certo giro, impara i suoi segni. Se vuoi che non ti riconosca chi non deve, non metterti la biancheria di seta per un incontro di cui la polizia non deve sapere niente.
Un solo dettaglio
Seconda cosa: i segni devono combaciare. Un solo dettaglio fuori posto fa crollare tutto il personaggio.
Per tutta l’operazione Pistone non si tolse mai dal dito l’anello che gli aveva regalato la moglie: un anello irlandese di Claddagh, due mani che tengono un cuore sotto una corona. Un segno d’amore e di fedeltà. Secondo la copertura, Donnie Brasco era scapolo. Nessuno ci aveva mai fatto caso, finché un’estate, a un barbecue da uno dei banditi, la ragazza di qualcuno gli chiese: «Don, carino l’anellino. È un Claddagh, vero? Non è l’anello dell’amore? Da fidanzamento? E perché lo porti? Non sei mica sposato».
Pistone rispose che era il regalo di una ragazza che aveva amato, che dopo qualche mese si erano lasciati e che lo portava per ricordo. Uno dei ragazzi ci pensò su e chiese: «Ma sei sicuro di non essere sposato?… Mah, non mi torna. L’amavi così tanto che porti l’anello anche dopo che ti ha mollato?» Pistone se la cavò dicendo che nella vita ognuno ha quella giusta, quella speciale. Di questo non gli chiesero più niente.
La spia che per quasi cinque anni aveva preso in giro la mafia per poco non la tradì non una cimice, ma la fedeltà alla moglie. Sta’ attento che tutti i tuoi segni dicano la stessa cosa. Se ai clienti prometti attenzione e hai la sala d’attesa sporca, la sala d’attesa parlerà più forte della promessa. Se dici che tieni alla gente e poi arrivi in ritardo quando la devi vedere, il ritardo dirà la verità.
Chiedi in giro
Terza cosa: la gente crede a quello a cui credono gli altri. Se tutti intorno pensano che sei affidabile, ti crederanno prima che se ti mettessi a dimostrarlo tu.
Gambetta porta un esempio furbo dalla Calabria. L’estorsore telefona e dice: ti consiglio di metterti in contatto con gli «amici» di Palizzi (è un paesino calabrese). La vittima, naturalmente, chiede: chi sono e dove li trovo? E la risposta, più o meno, è questa: chiedi in giro e lo saprai. Perché tanta complicazione? Perché un indirizzo preciso si falsifica facilmente: chiunque può telefonare e dire di essere gli amici di Palizzi. Se invece viene fuori che tutti intorno sanno chi sono questi amici, quella è la garanzia che hai a che fare con quelli veri. Non per niente, conclude Gambetta, il capitale principale del mestiere della protezione è la reputazione.
Guarda come funziona in un affare onesto. Al cliente che sceglie un fornitore le tue parole non bastano. Ha bisogno che di te parlino gli altri: i vicini, i conoscenti, i colleghi. Lascia che «chieda in giro» e lo venga a sapere. Per questo la pubblicità migliore non è la tua, ma quella che raccontano di te. Fa’ in modo che alla domanda «ma chi è che lo fa meglio di tutti, da voi?» i vicini facciano il tuo nome.
I parenti poveri
Un’ultima cosa: i confini tra i nostri e gli altri non sono eterni. Gli altri di oggi domani possono diventare dei nostri, e i parenti poveri di ieri i padroni.
Dickie racconta come negli anni Cinquanta e Sessanta i mafiosi americani trattavano i colleghi venuti dalla Sicilia. Li prendevano sotto la loro ala, li trattavano da parenti poveri, li chiamavano «zips» perché parlavano troppo in fretta il loro dialetto siciliano. Ma appena agli «zips» permisero di mettere le mani sul traffico di droga in Nordamerica, si scordarono in fretta dell’obbedienza. Negli anni Settanta, scrive Dickie, gli «zips» dirigevano già il traffico di droga di quella che un tempo era la potente famiglia Bonanno.
E adesso quello che succedeva al cinema: in Quei bravi ragazzi, ed è un film, ricordiamolo. Henry Hill, il protagonista, spiega fuori campo che né lui né il suo amico Jimmy diventeranno mai affiliati, perché hanno sangue irlandese, e affiliano solo gli italiani purosangue. Una tribù può tenere il confine così stretto da lasciar fuori perfino chi le porta più soldi di tutti.
Per te le lezioni sono due. Non disprezzare gli altri: tra loro può esserci chi domani deciderà del tuo destino. E non tenere troppo stretti i confini della tua tribù: quelli che lasci fuori troveranno dove andare, e magari dai tuoi concorrenti.
