Un cavernicolo in giacca e cravatta
L’otto maggio 1922, a New York, a un isolato dal comando di polizia, cinque uomini in Grand Street aprirono il fuoco l’uno contro l’altro. Era in corso una guerra per il potere fra due bande, e fra quelli che sparavano c’era Giuseppe Masseria, il futuro «capo dei capi». Il New York Herald fece il bilancio dello scontro con una precisione micidiale: i pistoleri avevano ferito quattro uomini e due donne, ma fra loro non si erano nemmeno sfiorati. Masseria buttò la pistola, si mise a correre e lo arrestarono.
Tre mesi dopo, l’otto agosto, contro Masseria, questa volta disarmato, spararono due uomini che lo aspettavano all’angolo fra la Seconda Avenue e la Quinta Strada. Tre colpi a bruciapelo. Masseria si abbassò, e i giornali poi scrissero che aveva schivato le pallottole «con un’agilità sorprendente». I sicari scapparono in macchina. Feriti gravi risultarono due passanti che avevano cercato di fermare quella macchina.
Professionisti armati, esperti, decisi, sparano quasi a bruciapelo e non colpiscono. Perché? Il giornale non lo sapeva, e non lo so nemmeno io. La confusione, la distanza, le pistole scadenti, il caso e basta. Ma un sospetto ce l’ho, e non viene dai giornali. In un secondo così la mano la guida non tanto l’esperienza quanto la paura, e alla paura la mira non interessa. Vuole una cosa sola: sopravvivere. Buttati giù, scappa, premi il grilletto, non pensare. Se Masseria si abbassò con tanta agilità perché sapeva farlo o perché si era spaventato prima di pensare, non lo dirà nessuno. Si può dire un’altra cosa: in quel minuto sulla Seconda Avenue il bersaglio era lui, e i feriti furono i passanti.
Sotto il vestito
È la cosa più importante che voglio dirti sulla gente, prima di dirti qualsiasi altra cosa. Sotto ogni vestito, a ogni tavolo di trattative, in ogni ufficio contabilità c’è seduto un cavernicolo. La testa è la stessa che avevano i cacciatori con la lancia. Il mondo intorno è cambiato più in fretta di quanto la testa abbia fatto in tempo ad adattarsi.
Il cavernicolo vuole mangiare, dormire al caldo, essere uno della tribù, non perdere quello che ha e non finire tra i denti di una belva. Tutto il resto, contratti, rendiconti, strategie, è dipinto sopra questi desideri in uno strato sottile. Quando la pressione sale, lo strato sottile è il primo a venire via. Per questo la gente che ragiona benissimo davanti a una tazzina di caffè, in una lite urla, nella paura scappa, e con la fame diventa insopportabile.
Non aspettarti dalla gente, e prima di tutto da te stesso, un comportamento che non reggerebbe nemmeno un cacciatore con la lancia. Organizza il lavoro in modo che il cavernicolo di ciascuno sia sazio, tranquillo e non si senta minacciato. Allora potrà lavorare anche quello che sa pensare.
Il serbatoio
L’agente Pistone racconta di una volta che aveva fatto la notte in giro con Anthony Mirra, qualche mafioso e le loro ragazze. Verso le quattro del mattino a tutti venne voglia di fare colazione. Alla tavola calda Mirra partì per l’ennesima volta: le uova fredde, il servizio schifoso. Una parola tira l’altra e, come scrive Pistone, tutto finì in una vera crisi isterica. Pistone, con calma, prese le difese della cameriera: la ragazza non ha colpa, fa già quello che può. Mirra si sporse sopra il tavolo e, davanti a tutta la compagnia, gli promise che l’avrebbe sgozzato se apriva bocca un’altra volta.
Pistone rispose: «Tony, hai ragione. Mi sono lasciato andare un po’». Ma dentro, racconta, ribolliva: lavoro come un mulo, la mia famiglia non la vedo da mesi, sto qui alle quattro del mattino in compagnia di questi mostri e mi mando giù tutto. A casa non si era ancora calmato.
Che cosa è successo lì te lo spiego senza nessuna psicologia. Le quattro del mattino. Una notte senza dormire. L’alcol. Lo stomaco vuoto. Mirra e lo stesso Pistone avevano il serbatoio a secco, e tutta la buona educazione, tutte le regole, tutto l’«uomo d’onore» si erano consumati fino al cavernicolo che vuole mangiare e non sopporta di essere contraddetto davanti alla tribù.
L’uomo è una macchina con un serbatoio. È un’immagine, non fisiologia, ma funziona bene. La macchina si riempie di cibo, sonno, movimento, riposo. Quando il serbatoio si svuota, i primi pezzi a cedere sono quelli più cari: la pazienza, il giudizio, la buona educazione. Gli ultimi sono la rabbia e la paura, che vanno avanti anche coi vapori.
Don Vincenzo non aveva mai letto un articolo su questa faccenda, ma la regola la teneva di ferro: degli affari seri si parla solo dopo pranzo. Mai a stomaco vuoto, mai dopo mezzanotte, mai se uno è appena arrivato dal viaggio. Una volta venne da noi di mattina un fornitore che pretendeva di rivedere il prezzo, arrabbiato, sceso dal treno, senza colazione. Il Don lo fece sedere a tavola, gli diede da mangiare, gli versò il caffè, gli chiese dei figli e solo dopo un’ora gli permise di parlare del prezzo. Una conversazione che poteva finire con una rottura finì con una stretta di mano e un piccolo sconto, per il quale il fornitore lo ringraziò pure. Prima di trattare, chiediti se quell’uomo ha mangiato. E se hai mangiato tu.
Due voci
Una volta la testa la disegnavano volentieri come una cipolla: dentro l’antico cervello della lucertola, sopra uno strato di sentimenti, fuori una crosta sottile di ragione, e ogni strato l’evoluzione l’avrebbe costruito sopra il precedente. Bella figura. Gli scienziati l’hanno buttata via da un pezzo: il cervello non l’hanno costruito come una casa, piano dopo piano, e lì dentro non c’è un appartamento a parte per la paura e un altro per l’aritmetica. A me basta un’immagine più semplice, e ti avverto onestamente che è un’immagine, non anatomia. Nella testa litigano in due. Uno è veloce: si è spaventato, si è offeso, ha afferrato. L’altro è lento: fa i conti, fa i piani e parla bene. Quello veloce spesso arriva primo. Prima ti spaventi, poi ti inventi perché ti sei spaventato.
Nel gennaio 1993 i carabinieri arrestarono finalmente Totò Riina, il «capo dei capi», latitante da quasi un quarto di secolo. Riconoscerlo era difficile: l’unica fotografia che aveva la polizia era del 1969. Aiutò un mafioso arrestato, che nelle riprese della sorveglianza riconobbe il giardiniere di Riina, suo figlio e sua moglie. La mattina Riina uscì di casa in macchina, e quando l’auto si fermò al semaforo in piazza Einstein, quattro uomini si buttarono su di lui e sull’autista. Dickie scrive che Riina non oppose resistenza: era chiaramente in preda al panico, e si riprese un po’ solo quando seppe che l’agguato l’avevano teso i carabinieri e non dei mafiosi nemici.
Eccola, questa lite, in un solo episodio. Prima l’agguato, e la paura risponde subito: la morte. Solo dopo arriva il calcolo: è lo Stato, quindi avvocati, processi, galera, ma la vita. L’uomo più potente della mafia siciliana, a stare al racconto di Dickie, si riprese solo quando seppe che lo stavano arrestando. La paura del suo stesso mondo era più forte della paura della legge.
C’è una scena del Padrino (è un film, ricordiamolo, non una cronaca) che amo proprio per questo. Michael Corleone sta di notte davanti all’ospedale dove è ricoverato suo padre, insieme al fornaio Enzo, spaventato a morte. Arriva una macchina con degli uomini che potrebbero essere degli assassini. Poi Michael porge l’accendino a Enzo. Al fornaio tremano le mani al punto che non riesce ad accendersi la sigaretta. Michael si guarda le mani: non tremano. In quel minuto la voce lenta, per la prima volta, sovrasta quella veloce. È lì che comincia il Don.
Tirando le somme
Se qualcuno si comporta da selvaggio, prima chiediti com’è messo col serbatoio e di che cosa ha paura, e solo dopo decidi che cosa pensare di lui. E ricordati di Grand Street: quando in una stanza si spara, ci vanno di mezzo i passanti. L’abilità principale di un capo è fare in modo che nella sua stanza non si spari proprio.
