Capitolo 1. Con che cosa arriva
Il giudice Giovanni Falcone sapeva di Cosa nostra più di qualunque inquirente d’Italia. Verbali, soprannomi, fotografie. Chi aveva sposato chi, chi era stato in galera con chi. Gli mancava una cosa sola. La lingua.

A cura di Sergio Killuminati
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Il giudice Giovanni Falcone sapeva di Cosa nostra più di qualunque inquirente d’Italia. Verbali, soprannomi, fotografie. Chi aveva sposato chi, chi era stato in galera con chi. Gli mancava una cosa sola. La lingua.
La lingua gliela diede Tommaso Buscetta, il primo grande boss a parlare. Furono interrogatori di ore e ore. Falcone disse poi che Buscetta era stato per loro una specie di professore di lingue: uno che ti manda in Turchia e ti vieta di cavartela a gesti. Un maestro severo. Vuoi capire? Impara le parole, col dito non ci arrivi. Da quegli interrogatori il pool del giudice ricompose il quadro intero: com’è fatta l’organizzazione, come la si governa, come ragiona.

Il giudice Giovanni Falcone sapeva di Cosa nostra più di qualunque inquirente d’Italia. Verbali, soprannomi, fotografie. Chi aveva sposato chi, chi era stato in galera con chi. Gli mancava una cosa sola. La lingua.
Nei manuali per venditori c’è scritto che all’altro devi piacere, e che per piacergli devi fargli da specchio. Lui accavalla le gambe, e tu le accavalli. Lui parla piano, e tu parli piano.
Per tutto il 1977 Lefty non disse a Pistone il suo cognome. E Pistone, s’intende, nemmeno il suo. Uno era Lefty o Benny, l’altro Donnie.
Al ristorante Casa Bella di New York un mafioso di nome Mike spiegava all’agente Tony Conte com’era andata a finire la storia di Milwaukee.
Pistone ha messo per iscritto il racconto di un autista di nome Sonny. Durante un colpo, Sonny stava in macchina davanti a una casa, motore acceso, ad aspettare i suoi. Lì accanto c’era una chiesa.
Vincenzo Marsala raccontò agli inquirenti come parlava Michele Greco. La famiglia aveva condannato Gigino Pizzuto. Greco, alludendo a quella condanna, osservò che chi firma cambiali e non paga, prima o poi deve saldare il conto.
Una camicia stropicciata addosso al Don non l’ho vista mai. Non era un damerino. Semplicemente aveva tre lavanderie, e il suo colletto lo vedeva ogni direttore d’albergo con cui si sedeva a tavola.
Il direttore dell’albergo in piazza del mercato stava per lasciarci e passare a una lavanderia che si faceva pagare un terzo di meno. Io avevo preparato un discorso. Sull’amido, sulle lenzuola senza macchie gialle, sul doppio pagato per ogni lenzuolo perso.
Una volta il Don lodò la stiratrice Anna davanti a tutto il turno. Disse che i colletti suoi erano i più dritti di tutti. Lo disse col cuore, ed era la verità. Dopo una settimana Anna stava alla pressa da sola.
La prima volta che il Don andò in Sicilia dal padrone del frantoio, io mi aspettavo una trattativa. Trattativa non ce ne fu. Per due sere parlarono di tutto, tranne che dell’olio da vendere. Il padrone ci portò su e giù per il pendio.
La prima volta il Don mi portò con sé a pranzo dal padrone di un ristorante nuovo vicino al porto. Quello ci stava pensando, se prendere l’olio da noi. Tra la minestra e il pesce gli chiesi quanto doveva ancora al fornitore di prima.
Nel 1913 un medico di Palermo aprì uno studio a Caltanissetta. Passarono alcuni mesi e non si presentò nemmeno un paziente. Tornò a Palermo e si lamentò con un amico, un alto funzionario. Il funzionario andò da un macellaio di sua conoscenza.

Roberto Saviano era seduto in una pizzeria con dei ragazzini del clan. Avevano dai tredici ai sedici anni. I camerieri, loro coetanei, li guardavano con ammirazione, racconta Saviano, e non osavano nemmeno servirli.
In Florida un padre e un figlio si impegnarono a vendere cocaina a Donnie e al suo socio Tony Rossi. Promisero una purezza intorno all’ottanta per cento e lasciarono un campione. Il campione finì nel laboratorio dello sceriffo.
Sonny Black, il capo di Pistone, una volta chiese a Donnie di non raccontare tutto a Lefty. Si ricordava che Lefty l’aveva aiutato in galera. La spiegazione stava in due frasi: «È un bravo ragazzo, ma ha un carattere esplosivo. E di ogni cosa fa una tragedia».
Una volta io e il Don andammo in un piccolo albergo dove il padrone aveva appena finito i lavori. Il padrone ci portava su e giù per i corridoi e parlava di soldi. Quanto erano costate le finestre nuove. Come avevano aspettato gli operai per sei mesi.
Diego Gambetta, che la mafia siciliana l’ha guardata con l’occhio dell’economista, una volta l’ha paragonata a un ufficio pubblicità. In Sicilia chi vende protezione sfila per il paese sotto lo stendardo del santo.

Antonino Calderone, mafioso di Catania diventato collaboratore di giustizia, raccontava di un padre. Questo padre voleva a ogni costo fare del figlio un avvocato. Il figlio studiava male.
Quando Pistone diventò Donnie Brasco, aveva in tasca un elenco di bar e ristoranti di Manhattan frequentati da ricettatori con agganci nella mafia. Non andava a presentarsi a nessuno. Non buttava soldi.
Ogni novembre, quando arrivava l’olio nuovo, il Don organizzava nel retrobottega una serata per i giovani cuochi. Non vendeva niente. Metteva sul tavolo le latte, il pane e una padella.
In quarant’anni Don Vincenzo non ha dato neanche un’intervista. Quando gli chiedevano perché, rispondeva: «Si fanno fotografare solo le spose e i morti». Nemmeno per l’olio faceva pubblicità. Eppure lo conosceva ogni cuoco del quartiere.
A un ristorante nuovo il Don lasciava una latta d’olio. Gratis, per una settimana. Niente carte e niente discorsi sul prezzo. Al cuoco diceva solo questo: «Lasciatela stare un po’ da voi. Poi ne parliamo, se ci sarà da parlarne».
Nella banda di Brooklyn che frequentava Pistone c’era un’usanza tutta sua: «Contrattare non gli piaceva. Se un possibile compratore cercava di tirare sul prezzo, di rado gli venivano incontro». Lui spiega perché.
Alla fine del viaggio a Milwaukee Lefty stava seduto con l’agente Tony Conte a bordo piscina del motel. Sorseggiava il suo spritzer e tirava le somme. Prima l’affare: torno a New York, dico ai nostri che bisogna entrarci, il via libera è praticamente fatto.
Pistone è uscito dall’operazione, ma un’abitudine gli è rimasta. Scrive che i mafiosi non prenotano mai il tavolo al ristorante. Entrano e basta, e dicono il loro nome.
Robert Cialdini, psicologo americano, ha descritto come gli Hare Krishna raccoglievano soldi negli aeroporti. Ti si avvicinavano e ti mettevano in mano un fiore. Un regalo. Rifiutarlo era imbarazzante. Poi ti chiedevano un’offerta.
Il 9 maggio 1978 a Roma trovarono Aldo Moro ucciso. I giornali parlavano solo di questo. Lo stesso giorno a Cinisi, vicino all’aeroporto di Palermo, morì Peppino Impastato. Aveva trent’anni e prendeva in giro alla radio il boss del posto.
Una volta Roberto Saviano passava a Secondigliano davanti al punto dove avevano ucciso Carmela Attrice. E sentì due ragazzini che litigavano. Litigavano sul serio: su quale fosse il modo migliore di morire.
Da giovane ho perso un ristorante del Don con una frase sola. Il cuoco era bravo. Ma le tovaglie ci tornavano indietro in uno stato pietoso: vino, unto, cera di candela. Sono andato a parlargli delle macchie.
Anna, quella che poi ha mandato avanti la seconda lavanderia, una volta volle una lavatrice nuova. Il Don era contrario. Da vent’anni diceva che le macchine nuove masticano la biancheria, e lo sapeva tutto il quartiere. Discutere con lui era inutile.
Nel 1864 il barone siciliano Nicolò Turrisi Colonna pubblicò un libro su una «setta» che teneva nella paura i dintorni di Palermo. La parola «mafia» allora ancora non la scriveva nessuno.

Finora ti ho insegnato soprattutto a parlare con quelli di fuori: il cliente, il fornitore, lo sconosciuto. Anche i nostri, Anna, gli autisti, sono saltati fuori, ma così, per inciso.
Prima del giorno del Ringraziamento Lefty chiamò Donnie in Florida. L’ordine era corto: andare a prendere quattro persone, prenotare due stanze vicine con uscita sulla piscina, noleggiare una macchina grande. «Quattro persone. Non fare domande».
Una volta Sonny Black tagliò fuori Tony Rossi da un affare e disse a Donnie che d’ora in poi le cose sarebbero passate solo da lui. E gli spiegò la sua regola: «Io mi vedo sempre a tu per tu, perché in tre è già associazione a delinquere».
Una mattina, in Florida, Sonny Black passò dal club e notò la macchina di Tony Rossi. Le targhe della Pennsylvania non gli piacquero. Chiese a Lefty, Lefty chiese a Donnie. Donnie spiegò: è una macchina a noleggio. Ma Lefty decise di controllare di persona.
Quando prese Donnie con sé, per prima cosa Lefty gli proibì di parlare di affari al telefono. «Mai parlare di affari al telefono apertamente: ci ascoltano. Parla per allusioni, gira intorno alle cose. Ma in modo che io capisca di che si tratta».
I personaggi della Famiglia sono inventati; gli episodi storici sono raccontati sulla base di fonti pubbliche.