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Capitolo 5. Fare i conti

Quanto hai messo e quanto hai perso

All’inizio degli anni Settanta Michele Sindona passava per il finanziere più potente d’Italia. Guidava una delle più grandi banche degli Stati Uniti, gestiva gli investimenti esteri del Vaticano, finanziava a piene mani la Democrazia cristiana e, almeno così si sospettava, riciclava i soldi di Cosa nostra. Nel 1974 il suo impero crollò sotto le accuse di frode, e Sindona scappò in America.

Da lì in poi, racconta Dickie, si mise a salvare quello che era già perduto. Nel 1979 assoldò un mafioso per far uccidere l’avvocato che stava liquidando le sue attività italiane. Quando le autorità dalle due parti dell’oceano vollero fargli qualche domanda, con l’aiuto dei mafiosi della filiera dell’eroina si organizzò da solo il proprio rapimento. Come rapitori figurava un «Comitato proletario di eversione per una giustizia migliore»; un’organizzazione che, si capisce, non era mai esistita. Sindona passò circa tre mesi in Sicilia «dai terroristi» e si fece perfino sparare a una coscia, in anestesia, per poter poi esibire la prova delle torture. Lo scopo vero era spedire lettere di minaccia ai vecchi alleati politici, perché si spaventassero e trovassero il modo di salvare le banche di Sindona, e con loro i soldi di Cosa nostra.

Il trucco non funzionò. Sindona fu «rilasciato», si consegnò all’FBI e nel 1986 morì in carcere dopo aver bevuto un caffè al cianuro.

Guarda il conto di quest’uomo. Per salvare le sue banche ci ha messo i soldi dei risparmiatori, la fiducia del Vaticano, l’amicizia dei politici, la vita di un avvocato, tre mesi in Sicilia e la propria gamba. Resa: zero. Tutto quello che aveva messo prima del 1974 era già perso. Tutto quello che ci metteva dopo non lo investiva nel futuro, ma nel passato.

Che cosa ti è tornato di quello che hai messo

Cominciamo con un po’ di aritmetica tranquilla. Il rendimento di un investimento è quanto ti torna per ogni dollaro che ci metti. Metti cento, ti tornano centoventi: rendimento del venti per cento. Metti cento, ti tornano novanta: hai pagato dieci per il piacere.

Una formula semplice, eppure frega tutti. Li frega perché nel «messo» la gente conta solo i soldi, e nel «tornato» solo il caso migliore. Facciamo onestamente il conto di un’operazione.

Pistone descrive la «Notte di Las Vegas» che gli agenti dell’FBI organizzarono con Sonny Black nel loro locale in Florida. Sonny ci mise diecimila dollari per il banco. Mille dollari in un biglietto d’auguri «per un amico» li portò a Santo Trafficante, e quello, a sentire Sonny, il biglietto lo apprezzò. L’incasso si erano accordati di dividerlo in tre: a New York, a Trafficante e alla squadra di croupier di Miami. Un capitano dell’ufficio dello sceriffo si prese la sua mazzetta e mandò le pattuglie dall’altra parte della contea. Sei croupier, un barista, le ragazze, un uomo alla porta. A mezzanotte in sala c’erano un centinaio di giocatori, e gli organizzatori erano sopra di qualche migliaio.

All’una e un quarto di notte alla porta si presentarono due dell’ufficio dello sceriffo. Uno infilò un quarto di dollaro in una vecchia slot machine guasta, che stava lì per fare atmosfera, si riprese la moneta e dichiarò che lì si praticava il gioco d’azzardo. Gli ospiti li dovettero far uscire dalla porta di dietro, gli organizzatori li portarono via per l’identificazione. Sonny, ripartendo per Brooklyn, buttò lì: «Tony, ti consiglio di restituire in fretta i diecimila».

E adesso fai il conto del rendimento come andava fatto prima. Non «qualche migliaio sopra a mezzanotte» su diecimila messi. Ma un terzo dell’incasso, meno il biglietto, meno la mazzetta, meno i croupier, moltiplicato per la probabilità che la notte finisca bene, contro la probabilità di perdere tutto, reputazione col «vecchio» compresa. Un rendimento che non tiene conto del rischio non è un rendimento, è un sogno con la calcolatrice. Conta non il caso migliore, ma quello medio, con tutte le spese e con tutti i modi in cui la faccenda può finire male.

L’investimento più conveniente del mondo

A volte il rendimento è enorme, e allora conviene guardare bene perché.

Dickie racconta che a Palermo, all’inizio degli anni Sessanta, in pieno delirio edilizio, quando l’assessorato ai lavori pubblici era nelle mani di Salvo Lima e Vito Ciancimino, il consiglio comunale rilasciò 4.205 licenze edilizie. L’ottanta per cento di quelle licenze andò a cinque persone. Di magnati dell’edilizia non avevano niente. La qualifica gliel’avevano riconosciuta in base a una regola del 1889, secondo cui in un’impresa edile doveva figurare un capomastro muratore. Uno dei cinque risultò essere un commerciante di carbone. Un altro era stato muratore una volta, ma poi si era messo a fare il portiere e lo spazzino in uno dei palazzi di cui, in teoria, dirigeva la costruzione. All’interrogatorio spiegò che firmava le licenze e basta, per far piacere agli amici, così da non complicarsi la vita.

Fai il conto del rendimento dell’«investimento» in un posticino modesto all’assessorato ai lavori pubblici. Una sedia in un ufficio, una scrivania, un timbro. E di lì passò una fetta enorme dei soldi della città. Dickie ne tira una conclusione che dovrebbe conoscere chiunque lavori con le regole: più la regola è severa, più alto è il prezzo che si può chiedere per una scorciatoia.

La morale per l’ufficio è semplice. Se il rendimento di un investimento sembra incredibile, cerca a spese di chi viene fuori. Qualche volta hai trovato un vero affare. Più spesso hai trovato la tasca di un altro, e prima o poi il padrone se ne accorge.

Soldi che non ci sono più

Adesso parliamo dell’errore più caro che si possa fare coi soldi. I costi irrecuperabili sono i soldi, il tempo e le forze che hai già speso e che non riavrai, qualunque cosa tu decida dopo. Una decisione giusta sul futuro non ne tiene conto per niente. Non importa quanto ci hai già messo. Importa solo che cosa ti porterà il prossimo dollaro.

Detto così sembra facile, ma tutti vivono in un altro modo. Gambetta, in una nota, riporta il caso di un creditore a cui un debitore doveva un miliardo e duecento milioni di lire. Il creditore fu convinto a comprare dal debitore un terreno per un miliardo e quattrocento milioni, cioè a sborsare altri duecento milioni oltre il debito. Il terreno valeva più o meno la metà di quel prezzo. Perché accettò? Certo, l’avevano «convinto», e immaginiamo come. Ma guarda la logica in cui l’hanno preso: per recuperare quello che hai già perso, mettici dell’altro. Più uno ha già perso, più è facile convincerlo a perdere ancora.

Ti ricordi la cooperativa di Morello? Nell’autunno del 1908, quando i soldi finirono, Morello andò dagli azionisti con la stessa richiesta: dividendi non ce ne saranno, mettiamoci dell’altro per salvare quello che abbiamo già messo. Gli azionisti rifiutarono, e bisogna riconoscere che fu una scelta sensata, anche se il modo in cui espressero il loro disaccordo non te lo consiglio.

Come non cadere nella trappola

C’è una domanda che smonta quasi tutte le trappole dei costi irrecuperabili. Se oggi ripartissi da un foglio bianco, sapendo tutto quello che so adesso, ci metterei dei soldi? Se la risposta è «no», tutto quello che ci hai già messo non è un motivo per metterne ancora. È un motivo per fermarti.

Don Vincenzo chiuse la trattoria del nipote dopo un anno, anche se ci aveva messo parecchio e al ragazzo voleva bene. Il nipote chiedeva altri sei mesi: «Zio, ci abbiamo messo tanto, è un peccato mollare». Il Don rispose che quello che aveva messo l’aveva già perso, mentre sei mesi erano soldi nuovi, e gli chiese a che cosa gli servissero adesso. Il nipote rispose: «Perché non vadano persi quelli di prima». Il Don disse: quelli di prima sono già persi, i nuovi per ora posso ancora salvarli. Fu l’unica volta che vidi il Don negare dei soldi a un parente. E una delle poche in cui poi non si pentì di niente.

Tirando le somme

Calcola il rendimento sul caso medio, non su quello migliore, e se sembra incredibile, cerca a spese di chi.

Sindona la domanda del foglio bianco non se l’è mai fatta. Ha investito nel passato finché non ci ha investito una gamba. A te costerà meno, se impari a dire in tempo: «Questi non sono più soldi nostri».

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