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Capitolo 12. Smontare e contare

Come mentono i numeri

All’inizio del 1910 Giuseppe Morello finì in un penitenziario federale, e il Secret Service poteva festeggiare. Il suo capo, John Wilkie, sosteneva che la banda di Morello era responsabile del sessanta per cento delle estorsioni della Mano Nera in tutta l’America negli ultimi dieci anni. Adesso il capobanda era dentro, e i numeri, come previsto, crollarono. Secondo i dati del Servizio, i reati in stile Mano Nera tra gli italiani di New York erano calati «di oltre il 75 per cento».

Un rapporto magnifico. C’è solo un particolare che non torna. Critchley lo riferisce asciutto: nel 1911 in città scoppiarono settanta bombe della Mano Nera. Nel 1910 erano state trentacinque.

L’estorsione cala di tre quarti, e le bombe raddoppiano. A rigore, una cosa non esclude l’altra: le minacce potevano essere diminuite, e chi non pagava poteva saltare in aria più spesso. Potevano aver contato in modo diverso e dentro confini diversi. Ma una coppia di numeri così è un buon motivo per prendere il rapporto e controllarlo, prima di festeggiare. Critchley spiega come stavano le cose: la banda di Morello si occupava soprattutto di soldi falsi, e la Mano Nera per lei era un affare secondario. Il Servizio voleva che il cattivo principale fosse la causa di tutto il male. Hanno messo dentro il cattivo, e nel rapporto il male è calato, obbediente. In strada non l’ha saputo nessuno.

I numeri quasi mai mentono da soli. Mentono le persone che li leggono, e il più delle volte a se stesse. Ecco qualche modo in cui si fa.

Un numero senza vicini

Nel Padrino, che è un film, ricordiamolo, Michael Corleone passeggia per il paese di cui porta il nome, vede le persiane chiuse e gli annunci funebri e chiede dove sia finita la gente. La guardia del corpo risponde: tutti morti, di vendetta. Lo dice come se la vendetta fosse la peste.

Dickie è andato a vedere com’era davvero. Negli anni in cui Michael, nel film, passeggiava per Corleone, gli abitanti soffrivano non tanto per la mafia quanto per il tifo: nell’estate del 1947 ne morirono una quarantina. Gli omicidi in paese furono undici nel 1944, sedici nel 1945, diciassette nel 1946, otto nel 1947 e cinque nel 1948. Alla moria del cinema non ci si arrivava. Ma per un paese piccolo, scrive Dickie, erano tantissimi.

Vedi cos’è successo? Lo stesso numero, «otto omicidi nel 1947», può suonare come una sciocchezza o come un incubo, a seconda di cosa gli metti accanto. Accanto al film, una sciocchezza. Accanto ai quaranta morti di tifo, meno di un’epidemia. Accanto a un normale paese tranquillo della stessa grandezza, un motivo per scappare.

Un numero senza vicini non vuol dire niente. «Abbiamo venduto il dieci per cento in più»: in più di cosa? Dell’anno scorso, quando c’era la crisi? Dei concorrenti, che sono cresciuti del trenta? Prima di rallegrarti o di spaventarti, trova i vicini al numero: l’anno scorso, il quartiere accanto, una ditta simile.

Un solo testimone

Nel 1963 Joseph Valachi, soldato di una delle famiglie di New York, raccontò a una commissione del Senato come era fatta la mafia. La commissione stabilì che aveva rivelato la «realtà del crimine organizzato». Critchley scrive che la testimonianza di Valachi, così come la interpretarono, diventò la base empirica di tutti i modelli successivi: un impero unico, rigido, centralizzato.

E dal 1969 cominciarono a venire a galla i dati di una lunga sorveglianza dell’FBI. Disegnavano un altro quadro: frammentazione, nessuna direzione comune, affari di dimensioni modeste. Un soldato aveva visto la sua famiglia dal basso. Dal suo racconto avevano tirato le conclusioni su tutto il paese.

È un campione di una persona sola. L’errore più frequente in qualunque ufficio. Si lamenta un cliente che alza la voce: «i clienti sono scontenti». Un venditore dice che la merce non gira: «il mercato è crollato». Un conoscente ha provato e gli è piaciuto: «la domanda c’è». Prima di tirare le conclusioni, chiediti: quante persone me l’hanno detto, e somigliano a tutti gli altri? O sto sentendo solo quelli che gridano più forte, o quelli che per caso si trovavano lì vicino?

Più o meno

Nel 1987 i carabinieri contarono a Palermo e provincia quarantasei famiglie mafiose. Il rapporto del 1990 ne indica già quarantotto. Ad Agrigento erano trentasei, diventano trentotto. A Trapani erano quattordici, diventano ventuno. Gambetta riporta entrambe le cifre e osserva che non coincidono del tutto.

Da quattordici a ventuno è una crescita di una volta e mezza. La mafia di Trapani è cresciuta di una volta e mezza in tre anni? Può darsi. Verificarlo non lo può nessuno. È più probabile che altre persone abbiano contato in un altro modo, su altre informazioni: le famiglie non si registrano e non pubblicano bilanci. Per questo il numero onesto qui non è un punto ma un segmento: «da qualche parte tra quattordici e ventuno, e magari anche di più».

Oppure guarda questa. Alla fine del 1995 a Totò Riina avevano confiscato beni per centoventicinque milioni di sterline. Una cifra enorme. Dickie aggiunge subito che quasi certamente non rispecchia la vera grandezza del suo patrimonio. Hanno confiscato quello che hanno trovato. Quanto non hanno trovato, non lo sa nessuno.

Uno studioso lo chiamerebbe divergenza tra rilevazioni e incompletezza dell’osservazione. La parola «intervallo di confidenza» qui non va bene: quello si ottiene con un calcolo apposito sul campione e con un’affidabilità stabilita, mentre i carabinieri hanno semplicemente contato due volte in due modi diversi. A noi bastano parole più semplici: «più o meno quanto?» Quando ti portano una previsione di vendita per l’anno prossimo precisa al centesimo, non ammirare la precisione. Chiedi quanto può essere l’errore. Se la risposta onesta è «più o meno un terzo», tutti quei centesimi erano un ornamento.

Quota e causa

Nel 1990 in Sicilia viveva il nove per cento della popolazione italiana. E le rapine erano il ventiquattro per cento di tutte le rapine del paese. La conclusione viene da sé: la protezione mafiosa, nel migliore dei casi, non serve a niente, nel peggiore è una truffa.

Gambetta con questa conclusione non è d’accordo. La protezione funziona, scrive. Solo che protegge le persone sbagliate. Anche ai ladri non piace essere imbrogliati, e alla polizia non ci possono andare. Per questo la protezione serve a loro più che a tutti, e dove c’è la mafia rubare è più sicuro.

Qui le lezioni sono due. La prima: i rapporti tra numeri sono roba forte. «Il nove per cento della gente, il ventiquattro per cento delle rapine» dice più di un semplice «tante rapine». La seconda: anche un rapporto esatto non ti dice che cosa è causa di cosa. C’è la mafia e ci sono tante rapine. Non vuol dire che la mafia non sappia proteggere. Può voler dire che protegge i ladri. Può voler dire anche che lì c’è disoccupazione, e la mafia non c’entra. Due fenomeni che camminano insieme non per forza si tengono per mano.

Morello e le bombe, tra l’altro, sono la stessa storia, solo al contrario. Hanno messo dentro Morello, e il numero è calato. Allora la causa era Morello? Le bombe hanno risposto da sole.

Il boss medio

Gambetta riporta un altro numero. Nel 1987 l’età mediana dei boss siciliani era di cinquantasette anni, quella dei napoletani di trentacinque. Ventidue anni di differenza.

In una nota spiega perché ha preso la mediana e non la media: regge meglio i valori strani agli estremi. Se a Napoli un boss arriva a novant’anni, la media salta su, e la mediana quasi non si muove. La mediana è semplicemente l’uomo nel mezzo: metà sono più vecchi, metà più giovani.

E poi Gambetta fa una cosa che andrebbe ripetuta a chiunque legga numeri. Propone due spiegazioni della differenza e le mette a confronto. La prima è la cultura: i siciliani, dice, obbediscono di più agli anziani. La seconda, secondo lui, è migliore: in Sicilia le imprese sono costruite più solide, in alto si sale per turno, mentre a Napoli i giovani sfrontati e violenti sfondano senza aspettare il proprio turno. L’età del boss non parla del carattere di un popolo, ma di com’è fatta l’impresa. Dove il boss ha i capelli bianchi, la scala non la rompe nessuno.

Una volta mi portarono un rapporto: l’ordine medio dei nostri ristoranti in un anno era cresciuto di un quarto. Ero contento. Don Vincenzo chiese soltanto: «Di chi?» Venne fuori che era di un albergo sul lungomare, che aveva aperto un secondo ristorante e aveva cominciato a prendere l’olio a botti. Gli altri prendevano quanto prima, e due anche meno. La media era cresciuta. L’affare no. Era cresciuto un albergo. Da allora il Don chiedeva sempre di fargli vedere non la media, ma quello nel mezzo e quello sul bordo.

Tirando le somme

Metti dei vicini a ogni numero e chiedi «più o meno quanto?». E quando il rapporto annuncia una vittoria, guarda fuori dalla finestra. Se là fuori le bombe continuano a scoppiare, non è detto che il rapporto menta. Ma è ora di leggerlo con più attenzione.

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