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Capitolo 12. Smontare e contare

Smontare e contare

Nell’aprile 1903, in Stanton Street, a Little Italy, comparvero dei facchini nuovi. Lavoravano in modo strano: dalle otto del mattino fino al buio stavano davanti a una porta di fronte a un negozio e non caricavano niente. Ogni tot ore gli davano il cambio altri, sempre in coppia. Erano agenti del Secret Service e facevano il lavoro più noioso del mondo: annotavano chi entrava e quando nella bottega dove si riuniva la banda di Morello, e chi usciva e quando.

Il nostro vecchio amico William Flynn non ci era arrivato per sfizio. Infiltrare un suo uomo nella banda non gli era riuscito: i siciliani stavano alla larga dagli estranei, e all’uomo di Flynn, un commerciante del continente, uno di loro rispose dall’alto in basso che i siciliani erano già stati imbrogliati abbastanza. Se non si poteva guardare da dentro, restava contare da fuori. Per sorvegliare un solo indirizzo servivano almeno tre uomini, e Flynn aveva nove agenti per tutta New York. Un terzo delle sue forze lo mise a stare davanti a una porta a guardare.

Dopo due settimane, scrive Dash, i risultati erano misti. Alcuni dei visitatori più assidui il Secret Service li conosceva già. Con l’aiuto degli informatori si riuscì a dare un nome a una decina di membri della banda. Altre sette o otto persone non si riuscì mai a identificarle, e Flynn andò in Stanton Street a vedere di persona.

Nota l’ultimo numero. Flynn non fece finta di conoscerli tutti. Scrisse: dieci noti, sette-otto sconosciuti. Questa è la contabilità onesta. Un elenco che ha la colonna «non lo so» vale più di un elenco che non ce l’ha.

Scomponi il tutto in parti

Qualche anno prima di Flynn, a Palermo, una contabilità del genere la fecero per intero. Il questore Ermanno Sangiorgi, di cui ti ho già parlato, compilò un rapporto di 485 pagine scritte a mano. Dickie paragona la lettura di quel rapporto al lavoro di un archeologo che ripulisce con il pennello un vaso antico e alla fine si accorge di aver dissotterrato una bomba inesplosa.

Sangiorgi non scrisse «in città opera la mafia». La smontò in parti. Otto cosche, ognuna con la sua borgata: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza. Il nome del capo di ognuna, i nomi dei sottoposti. Notizie su 218 «uomini d’onore»: chi possiede terra, chi fa la guardia agli agrumeti, chi rivende la frutta. Il rito di affiliazione. Il codice. Come si falsificano i soldi, come si intimidiscono i testimoni. E perfino che la mafia ha una cassa comune, da cui si pagano le famiglie dei carcerati e gli avvocati.

Questa è decostruzione allo stato puro. Finché dici «gli affari vanno male», non ci puoi fare niente. Quando hai smontato «gli affari» in parti, ogni parte ha il suo nome, la sua misura e il suo colpevole.

Don Vincenzo lo faceva senza parole come «decostruzione». Quando gli riferivano che la seconda lavanderia andava male, alla parola «male» non ci credeva. Chiedeva in ordine: perdiamo all’accettazione? Roviniamo al lavaggio? Ci fermiamo alla pressa? La consegna è in ritardo? Di solito veniva fuori che il «male» abitava in un posto solo, e gli altri tre andavano come un orologio. Aggiustare tutta la lavanderia non serviva. Serviva aggiustare un anello.

E adesso, come andò a finire il rapporto di Sangiorgi. Nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1900 la polizia fece una retata sulla lista del rapporto. Alla sentenza passò più di un anno. Nel giugno 1901 furono riconosciuti colpevoli solo trentadue imputati, e quasi tutti uscirono subito, con il tempo passato in custodia cautelare che gli valeva come pena scontata. La descrizione più precisa della mafia di tutto il secolo finì in archivio. Una buona scomposizione da sola non cambia niente. Ti mostra solo dove scavare. Scavare è un’altra fatica.

Tre numeri

Adesso, che cosa contare esattamente.

Quando Joe Pistone stava con Lefty, quello cominciò a mandarlo al «Toyland», il club di Nicky Marangello, sottocapo della famiglia Bonanno, con i resoconti settimanali sulle scommesse. Pistone riferiva solo coi numeri. Quanto si era tirato su nel fine settimana. Quanto si era dovuto pagare. Quanto si era guadagnato alla fine. Alle domande rispondeva asciutto e nel club non si tratteneva.

Tre numeri. Incasso, uscite, quello che resta. Un uomo che teneva in mano le scommesse di tutta la famiglia non aveva bisogno di racconti su com’era andato il fine settimana. Gli serviva sapere che cosa aveva reso il punto vendita. Tutto il resto era rumore.

Ecco cosa sono gli indicatori chiave. Non tutto quello che si può contare, ma quel poco senza cui non si comanda. Se tieni d’occhio trenta numeri, non ne tieni d’occhio nessuno. Scegline tre o quattro, legati dritti al risultato, e guardali con regolarità, sempre nel giorno fissato.

Don Vincenzo numeri così ne aveva tre, e li guardava il lunedì: quanti chili di biancheria erano entrati in settimana, quanti capi erano tornati con un reclamo e quanto era rimasto in cassa. Il primo diceva se l’affare cresceva. Il secondo, se si guastava. Il terzo, se era ancora vivo.

E una finezza. Pistone capiva che, mentre lui riferiva, Marangello prendeva informazioni su di lui. Il resoconto non controlla solo il punto vendita, ma anche chi lo fa. Chi porta ogni settimana gli stessi tre numeri, senza fronzoli, ispira fiducia. Chi porta un lungo racconto invece dei numeri, fa nascere domande.

Spazzatura sul nastro

I numeri valgono quanto vale la roba da cui li hai tirati fuori.

Nel 1975, in una delle sue prime operazioni in Florida, Pistone si mise addosso un registratore. A cassetta, dieci centimetri per quindici, glielo attaccarono sulla schiena, e da fuori pareva che l’agente avesse la gobba. Il compratore di un pick-up rubato continuava a girargli intorno, e Pistone doveva voltarsi di continuo per stargli di faccia. La sera venne fuori che il registratore si era mangiato il nastro. La registrazione non c’era.

Poi Pistone spiega perché registrare è in generale un lavoro ingrato. Il microfono prende tutto: il fruscio dei vestiti, il brontolio della pancia, il condizionatore, le macchine in strada. E i mafiosi accendono sempre la televisione o la radio, in camera, in macchina, dovunque, perché hanno paura delle microspie. La mafia per anni si è difesa dall’FBI con la tecnologia più economica del mondo: un televisore acceso.

I programmatori l’hanno detta da tempo in modo brutale: se dentro ci metti spazzatura, fuori ti esce spazzatura. Se i dati sono raccolti male, nessuna analisi, per quanto intelligente, ne tirerà fuori la verità. Il sondaggio dove ai clienti si chiedeva in modo tale che rispondere sinceramente li metteva in imbarazzo. Il rapporto dove i venditori si segnano da soli le vendite e da soli ci prendono il premio. Il registro dei reclami, dove si scrivono solo i reclami che non si è riusciti a mettere a tacere. Tutti questi numeri sembrano numeri. Solo che vengono da un nastro dove in sottofondo va la televisione.

Prima di credere a un numero, chiedi come l’hanno ottenuto. Chi l’ha contato, che cosa ha contato, e se gli conveniva che venisse fuori proprio quello.

Smettere di contare

Un’ultima cosa, la più spiacevole.

Nel 1929 Mori, il «prefetto di ferro», ricevette dal Duce un telegramma breve: il lavoro è finito. Negli anni Trenta ufficialmente si riteneva che il fascismo avesse sconfitto la mafia per sempre. E il successore di Mori, scrive Dickie, diede alla stampa l’indicazione di ridurre le notizie sui delitti. Niente retate, niente processi esemplari. Le persone sospette le mandavano al confino in silenzio, senza processo.

È il modo più economico di far calare la criminalità: smettere di scriverne. Il numero era migliorato. La mafia era rimasta. Dickie tira le somme: era stata repressa, ma per niente sradicata. Quattordici anni dopo il regime crollò, e la mafia tornò come se non se ne fosse mai andata.

In ufficio lo fanno con più garbo. Tolgono dal rapporto la riga scomoda. Cambiano il modo di contare, quando quello vecchio cominciava a mostrare il brutto. Smettono di chiedere ai clienti, perché le risposte guastano l’umore. Ogni volta il numero migliora, e l’affare no. L’onestà nell’analisi vuol dire una cosa sola: misuri per sapere, non per tranquillizzarti. Se il numero non ti piace, cambia l’affare, non il metro.

Tirando le somme

Tieni nell’elenco la colonna «non lo so» e non vergognartene. Flynn è stato davanti a quella porta due settimane per dieci nomi e sette punti interrogativi. Poco più di sei anni dopo ha mandato dentro Morello.

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