Quanto costa mantenere la baracca
A metà degli anni Novanta Cosa nostra passava tempi duri. Dopo gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino lo Stato l’aveva presa sul serio, i processi si susseguivano uno dopo l’altro, centinaia di uomini erano dentro. Molti detenuti avevano smesso di ricevere il loro stipendio. Com’era la faccenda vista da dentro, lo si capisce dalle lettere che il boss del quartiere palermitano di Brancaccio, chiuso in carcere, scriveva a uno dei suoi aiutanti. John Dickie ne riporta alcuni passi, che qui rendo a senso.
«Venti dei nostri sono stati rovinati da questi processi. Non hanno i mezzi per sopravvivere. Quindi bisogna trovare il modo di dare a ciascuno di loro tre o quattro appartamenti, per assicurare a loro e alle loro famiglie un futuro decente… I ragazzi in carcere mi chiedono continuamente perché dopo il mio arresto hanno tagliato i pagamenti mensili… Due milioni al mese coprono a malapena qualcosa… Io pagavo cinque milioni… Raccomando vivamente di non pagare meno di quanto pagavo io… Quando c’ero io al timone, avevamo un fondo per i pagamenti annuali di duecento milioni, e qualcosa tra un miliardo e un miliardo e mezzo andava in pagamenti aggiuntivi… Quelli che si occupano di edilizia devono dare gli appartamenti ai ragazzi».
È la lettera di un contabile, non di un assassino. Un uomo sta in cella e si preoccupa delle spese generali. E fa bene a preoccuparsi. Dickie scrive che sotto Bernardo Provenzano, che allora prese la guida dell’organizzazione, il fondo di aiuto ai detenuti fu ricostituito, e a rimpinguarlo erano tutte le articolazioni di Cosa nostra. Un influente magistrato palermitano, Guido Lo Forte, spiegò il perché: tra quello che offre ai detenuti lo Stato e quello che garantisce la mafia, loro scelgono il secondo. In altre parole, tagli i pagamenti a chi è dentro, e quelli cominciano a parlare con gli inquirenti. Il risparmio più pericoloso è quello che sembra più sensato.
Fisse e variabili
Le spese sono di due tipi. Alcune le paghi anche se non hai venduto niente: l’affitto, lo stipendio della gente fissa, l’assicurazione, gli interessi sul prestito. Queste sono le spese fisse. Le altre crescono insieme alle vendite: l’olio che hai comprato per rivenderlo, la benzina per le consegne, la percentuale all’agente. Queste sono le variabili.
La camorra napoletana paga le spese fisse con una puntualità sorprendente. Saviano descrive come il clan continui a pagare lo stipendio alle famiglie degli arrestati e degli uccisi. I soldi li portano in giro persone che vengono dette fantasmi: pensionati, ex contabili di negozi, vecchi ragionieri di bottega, per cui è un’aggiunta alla pensione e un motivo per uscire di casa. Il ventotto di ogni mese bussano alla porta, posano le borse sul tavolo, tirano fuori dalla tasca interna una busta con il nome del camorrista e la consegnano alla moglie o al figlio maggiore. Quasi sempre, insieme ai soldi, portano un po’ di spesa: prosciutto, frutta, spaghetti, uova, pane. Saviano nota che dal numero di borse del corriere si capisce quante mogli e vedove di camorristi vivono in quella strada.
L’arresto di un dipendente non cancella il suo stipendio. Cancella solo il suo lavoro. Ecco le spese fisse in tutto il loro splendore: non ti chiedono se hai avuto un buon mese.
Perché è importante? Perché da come stanno tra loro i due tipi dipende come il tuo affare regge i tempi brutti. Se quasi tutto è variabile, nel mese cattivo vendi meno e spendi meno, e ne esci tranquillo. Se quasi tutto è fisso, nel mese cattivo vendi meno e spendi lo stesso, e la cassa si svuota molto in fretta. In compenso, nel mese buono è tutto il contrario: le spese fisse non crescono, e quasi ogni dollaro in più di incasso è tuo. Quindi la domanda non è che cosa sia meglio, ma quanto rischio sei disposto a tenerti.
Il punto da cui comincia il guadagno
Da qui viene il concetto più utile della contabilità: il punto di pareggio. È il volume di vendite a cui l’incasso copre tutte le spese, sia le fisse sia le variabili. Sotto quel punto lavori in perdita. Sopra, ogni vendita porta un utile.
Mike Dash riporta un calcolo che a inizio secolo appassionò Morello e Lupo. New York accoglieva ogni anno un milione di immigrati nuovi, e quelli da qualche parte dovevano pur vivere. Un caseggiato d’affitto di sei piani costava circa venticinquemila dollari. Dentro, ventiquattro appartamentini, ognuno affittabile a centotrenta dollari l’anno. Ne veniva fuori che il costruttore rientrava dell’investimento in otto anni, e intanto la casa gli restava.
L’aritmetica è giusta: ventiquattro per centotrenta fa tremilacentoventi dollari l’anno, venticinquemila diviso tremila fa otto anni. Ma guarda cosa ci manca. Le riparazioni. Le tasse. I mesi in cui l’appartamento resta vuoto. Gli inquilini che non pagano. Chi passa a riscuotere l’affitto. Tutto questo sposta il punto di pareggio, e otto anni diventano facilmente dodici. I bei calcoli contano quasi sempre l’incasso con onestà e le spese con ottimismo. Tu conta al contrario.
Tutto si consuma
La casa che sembrava eterna invecchia. La pressa comprata nuova, dopo dieci anni sta più in riparazione che in funzione. Il camion invecchia, e insieme a lui crescono i conti del meccanico. Si chiama degrado progressivo: tutto quello che hai costruito, a poco a poco, va in rovina, anche se non fai niente. Soprattutto se non fai niente.
Da qui due regole. La prima: metti l’usura nel prezzo. Se la pressa durerà dieci anni, ogni camicia che ci hai stirato sopra deve pagare un pezzetto di quella pressa. Il contabile lo chiama ammortamento: divide il prezzo della pressa per gli anni di servizio e ogni anno ne scrive un pezzetto nelle spese. Però lo scrive sul libro, non lo mette nel cassetto. La cassa non ingrassa per questo, e la pressa nuova tra dieci anni non costerà quanto la vecchia. Per questo i soldi per sostituirla si mettono da parte a sé, e se ne dimenticano tutti quelli a cui gli affari vanno bene, finché la pressa non si rompe del tutto e non chiede soldi che in cassa non ci sono. Don Vincenzo teneva nella cassa una cassetta a parte, che si chiamava proprio così: «pressa nuova». Lì dentro, ogni settimana, finiva la stessa somma. Quando la vecchia pressa morì, quella nuova fu comprata il giorno dopo, mentre la lavanderia vicina, a cui la pressa era morta nello stesso anno, chiuse per un mese.
La seconda: non comprare il nuovo quando basta un buon vecchio. Gambetta osserva che alla Famiglia, per il suo mestiere principale, il capitale fisso quasi non serve: un ufficio nel retro del circolo, mezzi di sorveglianza, accessori alla moda come gli occhiali scuri e qualche nascondiglio. A volte serve un’auto blindata. Antonino Calderone, per risparmiare, la sua la comprò usata, per tre milioni di lire, nel 1977, da uno dei più grandi produttori di pasta d’Italia. Persino la blindatura, da noi, era di seconda mano, però di buona famiglia: famiglia di pastai. Un uomo che avrebbe potuto comprarsi un’auto nuova comprò quella che fa lo stesso lavoro, e tenne i soldi per quello che rende.
Quanto costano i soldi
Un’ultima cosa. Anche i soldi si consumano. Nella lettera del boss di Brancaccio le somme sono in lire, e Dickie le converte per il lettore inglese: due milioni di lire al mese, circa seicento sterline. Tra vent’anni quelle seicento sterline compreranno meno, e le lire non ci sono proprio più. Dash scrive che nel 1903 una famiglia normale a New York poteva vivere con trecento dollari l’anno. Oggi con quei soldi non ci campi nemmeno una settimana.
Si chiama potere d’acquisto. I soldi che stanno fermi ogni anno comprano un po’ di meno. Per questo confronta le cifre di anni diversi tenendone conto, e non rallegrarti di un incasso cresciuto del cinque per cento se intorno i prezzi sono cresciuti del sette. Non sei cresciuto. Sei dimagrito, solo piano piano.
