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Capitolo 9. La gente della Famiglia

L’ordine

Nella primavera del 1981, dopo che nella famiglia Bonanno avevano ammazzato tre caporegime della fazione nemica, Sonny Black chiamò Pistone nel retro del suo circolo e lo fece sedere al tavolo da gioco. Pistone riporta la conversazione quasi parola per parola, e te la racconto, perché è un modello di ordine come se ne vedono pochi.

Sonny gli disse che uno era scappato, il figlio di uno dei capitani ammazzati. Pensiamo che sia andato a Miami. Lì ha contatti coi colombiani, e lui si fa tremila dollari di cocaina al giorno. Trovalo. Quando l’hai trovato, ammazzalo. E sta’ attento: quel drogato, quando è pieno di coca, fa cose da pazzi. Di suo è una pappamolla, ma con una pistola in mano sono pericolosi tutti. Magari con lui c’è lo zio. Ti serve aiuto?

Pistone rispose che se la cavava da solo e propose un piano: a Miami ci sono un paio di posti dove quei tipi bazzicano, chiedo ai miei, preparo tutto, poi ci teniamo coperti qualche giorno a guardarci intorno. Sonny rispose con una frase sola: «Fa’ come ti pare meglio».

Sonny, si capisce, non sospettava di dare un ordine a un agente dell’FBI che non aveva nessuna intenzione di ammazzare nessuno. Ma come ordine era perfetto. L’obiettivo è detto. Il motivo è chiaro. I pericoli sono elencati. L’aiuto è offerto. E il modo è lasciato a chi deve farlo.

Che cosa e perché, non come

Questa è la regola principale dell’ordine: di’ che cosa vuoi ottenere e perché, e non dire come farlo, se la persona lo sa fare. I militari lo chiamano l’intento del comandante. Il comandante non può prevedere tutto quello che succederà sul posto. Per questo spiega l’obiettivo, e chi esegue, quando si trova davanti l’imprevisto, decide da solo come arrivarci.

Il cattivo capo fa il contrario. Scrive ogni passo: alle nove telefona, alle dieci vai lì, di’ questo. E l’obiettivo non lo dice. L’uomo fa i passi, arriva l’imprevisto, e lui non sa che fare, perché non sa a che cosa serve tutto quanto. Telefona al capo. Il capo è occupato. Tutto si ferma.

Don Vincenzo dava ordini che si sentivano anche dall’altra parte del muro, eppure non alzava mai la voce. Diceva: «L’albergo sul lungomare è scontento, minacciano di passare ai vicini. Mi serve che restino, e che fra un mese parlino di noi come prima. Che cosa ti serve per farlo?» Come ci sarei riuscito, non me lo chiedeva. Chiedeva solo che cosa mi serviva e quando ci sarebbe stato il risultato.

I vecchi del nostro mestiere dicevano che un ordine dev’essere chiaro, corto e fattibile, e che di ordini in generale ce ne devono essere il meno possibile. Chiaro, perché non lo si possa capire in due modi. Corto, perché lo si ricordi. Fattibile, perché l’uomo non fallisca prima ancora di cominciare. E pochi ordini, perché la gente che strattoni di continuo smette di pensare con la sua testa e aspetta la disposizione successiva. Decide uno solo, ma spiega il perché.

Quando guardano tutti, non fa niente nessuno

Seconda cosa. Un ordine dato «a tutti» non è dato a nessuno.

Quando a Palermo si combatteva la mafia, il giudice Falcone una volta disse una cosa amara sui suoi concittadini: sembrava che tutta la città guardasse dalla finestra una corrida, chiedendosi chi l’avrebbe spuntata. Tutti vedevano, tutti sapevano, nessuno si metteva in mezzo. Ognuno pensava che fosse affare di qualcun altro.

Saviano descrive la stessa cosa a Napoli. Le strade di Secondigliano erano diventate piazze di spaccio sorvegliate, e negli abitanti, scrive, si era formata una specie di vista selettiva, che davanti a qualunque cosa sgradita si trasforma all’istante in cecità. L’abitudine di scegliere che cosa vedere e che cosa no. L’istinto di sopravvivenza.

In ufficio la vista selettiva ha un’aria pacifica, ma funziona allo stesso modo. Il compito dato «al reparto» non si fa, perché ognuno pensa che se ne occupi il vicino. Il problema che vedono tutti non si risolve, perché ognuno aspetta che a dirlo sia qualcun altro. La mail mandata a venti destinatari resta senza risposta.

La cura è semplice. Ogni compito deve avere un nome solo. Non «bisognerebbe», ma «Mario, questo è tuo, per giovedì». Se non c’è il nome, non c’è il compito.

Pensiamo sempre di fare prima

Terza cosa. Qualunque piano prende più tempo e più soldi di quanto sembra quando lo scrivi. È vero come è vero che dopo l’inverno arriva la primavera.

Facciamo sempre i conti sul caso migliore: andrà tutto come previsto, nessuno si ammalerà, il fornitore non ci tradirà, il tempo non si guasterà. E invece qualcosa va storto di sicuro. Quando Don Vincenzo pensò al primo carico d’olio direttamente dalla Sicilia, io feci il piano: due settimane per il contratto, una settimana di viaggio, una settimana per distribuirlo ai ristoranti. Vennero sei settimane invece di quattro. Il contratto ci mise di più, perché il padrone del frantoio era partito per il matrimonio del nipote. Il piroscafo lo trattennero a Napoli. Nel nostro porto il carico restò fermo tre giorni, perché mi ero scordato una carta. Ogni ritardo, preso da solo, era una sciocchezza. Tutti insieme si mangiarono un mese e mezzo.

Il Don guardò il mio piano e disse: «Moltiplica per una volta e mezza e non offenderti». Da allora moltiplico. Prova anche tu: prendi la tua stima più onesta e aggiungi la metà. Se finisci prima, ti faranno i complimenti. Se finisci dopo, almeno avevi avvertito.

Presentati con una risposta

Un’ultima cosa, sugli ordini dal basso verso l’alto. Quando vai dal capo con un problema, non chiedere «che faccio?». Presentati con una proposta: ecco il problema, ecco due o tre strade, ecco cosa ti consiglio e perché.

Per quarant’anni sono andato dal Don così. Non sopportava le domande senza risposta. Se gli dicevo «l’albergo è scontento, che facciamo?», rispondeva: «Va’ a pensarci, e torna quando hai qualcosa da propormi». Se gli dicevo «l’albergo è scontento, propongo di stirargli le tovaglie gratis per una settimana e di cambiare l’autista sul loro giro», mi diceva sì o no in un minuto. Il capo a cui portano decisioni già pronte decide in fretta. Il capo a cui portano domande decide piano, oppure decide al posto tuo, e non come avresti voluto tu.

Ed è anche il modo migliore per crescere. Chi si presenta con le soluzioni, un giorno comincia a prenderle da solo. Chi si presenta con le domande resta per sempre quello che chiede.

Tirando le somme

Di’ che cosa serve e perché, e il come lascialo a chi lo sa fare. E dai capi vacci con le risposte, non con le domande. Sonny Black, tra l’altro, tutto questo lo sapeva fare. Gli è solo andata male con l’esecutore.

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