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Capitolo 10. Una squadra tutta tua

Chi se ne va, chi ruba, gli anni di magra

Il quattordici agosto 1981, diciassette giorni dopo che gli agenti dell’FBI avevano mostrato a Sonny Black una fotografia di Donnie Brasco, i boss convocarono una grande riunione nel New Jersey. Sonny, scrive Pistone, aveva tre possibilità: venire da noi a costituirsi, scappare o andare alla riunione. Scelse l’ultima. Pistone non se ne stupì affatto. A casa Sonny non tornò più.

Appena si seppe che Sonny era sparito, Pistone disse al suo capo: se qualcuno viene a prendergli i piccioni, potete chiudere il caso, Sonny è morto. Una settimana dopo sul tetto comparve della gente che fece a pezzi la piccionaia.

Esattamente un anno dopo, nell’agosto 1982, il suo corpo fu ritrovato a Staten Island. La colpa di Sonny, secondo i criteri del suo mondo, Pistone la spiega in modo semplice: si era messo vicino un agente dell’FBI, si fidava di lui come di un fratello e stava per proporlo per l’affiliazione.

Di chi assume risponde chi lo ha assunto

Comincio da questa storia cupa perché c’è dentro la regola principale di questo capitolo. Di un uomo nella squadra risponde chi lo ha portato. Nel nostro mondo questa responsabilità si faceva pagare nel modo più terribile. Nel tuo la si fa pagare con la reputazione, la fiducia, la carriera. Ma la si fa pagare sempre.

Perciò ogni volta che prendi un uomo, ricordati che rispondi di lui. E ogni volta che licenzi, ricordati che stai correggendo anche un errore tuo. Non scaricare tutta la colpa su chi licenzi. L’hai scelto tu. L’hai tenuto tu. Non te ne sei accorto in tempo tu.

Licenziare in fretta e senza umiliare

Licenziare è sgradevole, e per questo tutti tirano per le lunghe. È la cosa peggiore che si possa fare. Chi non ce la fa se ne accorge da solo. Il suo tormento si allunga, la squadra vede che non ti decidi e comincia a dubitare di te. Un cattivo lavoratore tenuto per pietà costa alla squadra più di uno buono che toccherebbe cercare.

Hai deciso? Muoviti in fretta. Diglielo di persona, a quattr’occhi, in breve, senza lunghe accuse e senza bugie. Spiega perché. Non umiliarlo: non davanti alla gente, non urlando, non elencando tutti i peccati degli ultimi dieci anni. Aiutalo ad andarsene con dignità: dagli una referenza, se c’è di che, pagagli quello che gli spetta e un po’ di più. Chi è stato licenziato con rispetto parlerà bene di te, o almeno starà zitto. Chi è stato licenziato con disonore si vendicherà per tutta la vita, e per farlo avrà il tempo e anche quello che sa di te.

In quarant’anni Don Vincenzo ha licenziato una decina di persone, non di più. Ognuna la chiamava nel retrobottega, le versava un caffè e diceva tutto in cinque minuti. Poi pagava un mese in anticipo. Due di quei dieci sono andati poi a lavorare dai nostri concorrenti. Che cosa dicessero del Don alla tavola degli altri non lo so. So che al suo funerale sono venuti tutti e due.

Il ladro non si perdona

C’è un’eccezione alla gentilezza: il furto. Chi ruba all’affare non ha una seconda occasione.

Pistone scrive che nella mafia, per aver nascosto il bottino o mancato di rispetto al proprio capo, non ti cacciavano e non ti multavano: ti ammazzavano e basta. Nascondere i guadagni ai boss era considerato lì il secondo peccato mortale, dopo fare la spia. Si capisce che in ufficio non ci si comporta così. Ma l’idea è giusta: il furto ai propri non si può perdonare, perché il furto perdonato diventa la regola. Se uno ha rubato ed è rimasto, gli altri concluderanno che si può.

Da noi una volta un’addetta all’accettazione, in una delle lavanderie, si faceva pagare la stiratura urgente e la registrava come normale, tenendosi la differenza. Poco, ma tutti i giorni. Il vecchio contabile se ne accorse dai libri dopo tre mesi. Il Don la chiamò la sera stessa, le mostrò il libro e le disse che l’indomani non sarebbe venuta. Niente urla, niente polizia, niente scenate. I soldi li restituì da sola, ma non tutti: quello che era sparito prima di quei tre mesi, il contabile non riuscì mai a ricontarlo. Agli altri il Don non spiegò niente: il giorno dopo sapevano già tutto. Miracoli non ne fece. Un paio d’anni dopo un autista cominciò a spillare benzina dal furgone, e il Don dovette chiamare un’altra volta qualcuno nel retrobottega, con il libro. Ma la stiratura urgente fatta passare per normale, da noi, non la diede più nessuno.

Quelli presi per un lavoro solo

A parte, una parola sulla gente che si prende per un lavoro solo e poi ce se ne sbarazza. Nel nostro mondo lo si faceva alla lettera. Gambetta scrive che la mafia affida di rado incarichi delicati agli estranei. Se lo fa, li affida a spie ed esecutori della malavita, facili da ricattare, e questa gente rischia di sparire subito dopo aver fatto il lavoro, perché diventa insieme pericolosa e inutile. Un ladruncolo di Torino, Giuseppe Scozzari, andò in Sicilia a fare un lavoro per un boss del posto, fu ferito, il cognato lo riportò a Torino, e lì sparì. I resti li trovarono quattro anni dopo in un pozzo.

In ufficio, grazie a Dio, i lavoratori temporanei non li buttano nei pozzi. Ma il modo di trattarli a volte somiglia: presi per un progetto, spremuti, buttati via. Ricordati che quella persona si porterà via tutto quello che ha imparato del tuo affare, e racconterà come l’hanno trattata. Tratta i temporanei come se potessero tornare. A volte tornano da clienti.

Gli anni di magra

Un’ultima cosa. Ogni affare ha i suoi anni di magra: calano gli ordini, se ne va un cliente grosso, salgono i prezzi. Allora tocca tagliare le spese. Come si fa?

Prima regola: taglia dall’alto. Comincia da te. Se in un anno di magra il capo non ha toccato il suo stipendio e ha tagliato quello dei soldati, perderà i soldati, e con loro l’affare, quando l’anno di magra sarà finito. Quando da noi ci fu un anno cattivo, con un lungo sciopero al porto, l’olio che non arrivava e i ristoranti che cominciarono a prenderlo da altri, il Don per prima cosa dimezzò la propria parte, poi la mia. E solo dopo, quando non bastò, ridusse l’orario in una delle lavanderie, senza licenziare nessuno. Un anno dopo, quando tutto tornò a posto, da noi se n’era andata una sola stiratrice, e quella per sposarsi.

Seconda regola: non tagliare quello che tiene la gente. Ti ricordi che cosa diceva a Comito l’uomo che lo reclutava nella banda di Morello? Anche quando abbiamo un gran bisogno di soldi, appena la polizia comincia a muoversi, non c’è mai difficoltà a trovare i soldi per difendere i membri della società. Era un discorso per reclutare, non un bilancio, ma l’idea è giusta. In un anno di magra si può tagliare molto, ma non quello su cui regge la fedeltà della tua gente: la certezza che nei guai non verrà abbandonata.

E terza: l’anno di magra è il momento di fare ordine. Quando i soldi sono tanti, il superfluo non lo guarda nessuno. Quando sono pochi, si vede tutto quello che non serve. Approfittane. Metà di quello che taglierai in un anno di magra non ti serviva nemmeno negli anni grassi.

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