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Capitolo 7. Don di te stesso

Il carattere

Nell’agosto del 1981, qualche settimana dopo che l’FBI gli aveva mostrato la fotografia di Donnie Brasco, Sonny Black partì per un appuntamento nel New Jersey. I dettagli non li raccontò a nessuno. La sua donna, Judy, venne a sapere poi che proprio prima di partire aveva lasciato a Charlie, il barista, tutti i suoi gioielli, le chiavi di casa e roba del genere. Con sé si era portato solo le chiavi della macchina.

«Sapeva che non sarebbe tornato», disse Pistone quando Judy glielo raccontò.

E poco prima Sonny aveva telefonato a Santo Trafficante in Florida e gli aveva detto per che cosa erano venuti da lui gli agenti. Pistone scrive che non si giustificò e non avanzò nessuna ipotesi. Lo stesso giorno mandò un messaggio al boss della sua famiglia in carcere e al capo di un’altra delle famiglie di New York. Un uomo che aveva commesso un errore imperdonabile per le regole del suo mondo, portare un agente nella famiglia, non si mise a cercare colpevoli. Fece rapporto, distribuì le sue cose e partì.

Non ti chiedo di ammirare la vita di Sonny Black. Ti chiedo di guardare come ha affrontato quello che non dipendeva da lui. C’è una lezione lì dentro che manca nella maggior parte dei libri sul carattere.

Che cosa dipende da te

Le persone si dividono in due razze, secondo un criterio semplice. Le une pensano che la loro vita dipenda soprattutto da loro stesse. Le altre, che dipenda dalle circostanze, dai capi, dai concorrenti, dal tempo e dalla gente cattiva. Le prime cercano che cosa si può fare. Le seconde cercano di chi è la colpa.

Lefty Ruggiero era un campione della seconda razza. Sempre al verde, sempre pieno di debiti, e sempre per colpa di qualcun altro. Quando l’agente Tony Conte, per non dare a Lefty i soldi di un affare con i videoregistratori, fece finta di avere un infarto, Lefty andò su tutte le furie. Conte per lui era ora un pezzo di merda, ora un fanfarone che si fa prestare i soldi dalla moglie, ora un cretino completo. «Adesso faccio una telefonata a chi dico io, e gli portano via l’attività in due minuti!» E intanto Lefty amava ripetere: «Sono trent’anni che sto nel giro e conosco tutti i trucchi come le mie tasche».

Trent’anni nel giro, e nemmeno un anno con i soldi in tasca. L’esperienza che non insegna niente è solo anzianità di servizio. E non gli insegnava niente perché in ogni fallimento Lefty vedeva la cretinaggine degli altri e mai, nemmeno una volta, la sua.

Sonny era della prima razza, perfino alla fine. Non poteva annullare quello che era già successo. Ma come andarci incontro restava in mano sua, e di questo ha disposto.

Tu non comandi il mercato, il tempo, le decisioni degli altri. Comandi le tue azioni e il tuo atteggiamento. Comincia ogni fallimento con una domanda: che cosa dipendeva da me, qui? Quasi sempre qualcosa dipendeva. Trovala, correggila, e la prossima volta andrà meglio. Se cerchi solo i colpevoli, la prossima volta sarà uguale.

Senza rete

La seconda qualità del carattere è saper vivere nell’incertezza. Quasi tutti cercano certezze, garanzie, un’assicurazione. Si capisce. Ma il mondo certezze non ne dà, e chi non sa farne a meno sarà sempre nervoso.

Nel settembre del 1976 l’agente Joseph Pistone sparì. Svuotò la sua scrivania nella sede newyorkese dell’FBI, il suo nome fu tolto da ogni parte, il fascicolo personale finì in cassaforte. A chiunque telefonasse a chiedere di lui rispondevano che un dipendente con quel nome non esisteva. I colleghi non sapevano dove fosse finito. Gli amici nemmeno. Negli anni seguenti, scrive, non si avvicinò nemmeno a un ufficio del Bureau. Appartamento, macchina, conto in banca, doveva procurarseli da solo, senza l’aiuto dei federali, e telefonare ai conoscenti non si poteva. «Donald Brasco adesso poteva contare solo su se stesso».

Come si vive in un’incertezza così? Pistone aveva una ricetta semplice, e io la considero uno dei migliori consigli sulla vita in generale. Donnie Brasco una copertura doveva averla, ma senza dettagli. «Meno parli, meno menti», scrive. «Sotto copertura, quando potevo, mi sono sempre tenuto alla verità». Orfano, un orfanotrofio a Pittsburgh, i documenti bruciati. Il minimo dei dettagli, il massimo della verità dove si può.

L’incertezza non va sconfitta. Bisogna saperci stare in piedi dentro. Per questo serve un appoggio piccolo ma solido: qualche regola in cui credi, e la verità dove è possibile. Con un appoggio così puoi andare dovunque.

Tenerci, ma non aggrapparsi

Terza cosa: l’attaccamento. Tenere alle persone, alle cose, agli affari va bene. Aggrapparsi così forte da non riuscire a mollare quando è ora va male.

Pistone su Sonny scrive con un’onestà sorprendente. Si erano davvero avvicinati, lo rispettava parecchio. E nello stesso tempo non gli importava per niente che per colpa sua Sonny finisse dentro o ammazzato. Sono le regole del gioco. Teneva una disciplina emotiva di ferro. A un collega che si tormentava al pensiero di guardare negli occhi gli imputati ricordò che aveva solo fatto il suo lavoro. E aggiunge: quando ogni giorno in gioco c’è la tua vita, un attaccamento emotivo di troppo è solo d’intralcio.

Sonny, come ricordi, diceva a Judy: «Io gli ho voluto bene come a uno di famiglia». Uno si è attaccato, l’altro no. Sonny l’attaccamento l’ha pagato con la vita. Pistone senza ha portato a termine il compito.

A te una freddezza così non serve: non vivi in mezzo a gente che domani ti può ammazzare. Ma il pensiero serve anche in ufficio. Rispetta il socio, ma non sposare l’affare. Ama il tuo lavoro, ma sappi chiuderlo quando ha smesso di funzionare. Tieni alle persone, ma non tenerti vicino chi tira giù la squadra solo perché vi conoscete da tanto. L’attaccamento che ti impedisce di vedere non è fedeltà, è cecità.

Crescere

Un’ultima cosa. C’è gente convinta che carattere e capacità siano dati una volta per tutte. E c’è gente convinta che si possano sviluppare, se ci lavori. I secondi crescono. I primi se la prendono con la vita.

William Flynn, il capo dell’ufficio newyorkese del Secret Service, dopo il primo fallimento con la banda di Morello nel 1903 non si mise a lamentarsi della polizia, anche se ce ne sarebbe stato motivo. Per sei anni, scrive Dash, lavorò con impegno a rendere più efficiente il suo servizio. Assunse agenti nuovi. Uno di loro, Peter Rubano, che parlava italiano, verso il 1905 lo mandò sotto copertura nel quartiere degli immigrati, e quello a poco a poco conobbe diversi uomini di Morello, tra cui il Lupo, Ignazio Lupo. Si procurò informatori italiani, i cui nomi teneva nel più assoluto segreto. Sotto la sua guida l’ufficio diventò, come scrive Dash, quello che la polizia di New York avrebbe potuto essere e non era. Nel novembre 1909 Flynn arrestò Morello, e nel febbraio 1910 il tribunale gli diede venticinque anni.

Flynn non era nato genio dell’investigazione. Lo è diventato crescendo da un fallimento, perché nel fallimento vedeva non una condanna, ma un compito. Fai lo stesso. Dopo ogni fiasco non chiederti «perché non ho fortuna», ma «che cosa devo imparare». E impara. Tra sei anni ti stupirai da solo.

Tirando le somme

Cerca che cosa dipendeva da te, non di chi è la colpa. Lefty per trent’anni è rimasto lo stesso Lefty. Flynn in poco più di sei anni è passato dal fiasco del 1903 alla condanna di Morello. Scegli a chi somigliare.

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