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Capitolo 11. La macchina

Quello che nessuno sa

Nel febbraio 1962 due famiglie palermitane, i fratelli La Barbera e i Greco, entrarono insieme ad altri in un consorzio che finanziava una partita di eroina dall’Egitto. Per garantire la consegna a New York, col carico mandarono il mafioso Calcedonio Di Pisa, sul transatlantico Saturnia. A Brooklyn i destinatari scoprirono che nelle confezioni l’eroina era meno del previsto.

Il cameriere della Saturnia a cui Di Pisa aveva passato la merce lo torturarono, ma non confessò niente. I sospetti caddero sullo stesso Di Pisa. Una riunione di pochi scelti esaminò la faccenda e lo prosciolse. Ma i fratelli La Barbera fecero capire che la decisione non gli piaceva.

Il ventisei dicembre Di Pisa fu ammazzato a colpi di pistola davanti a una tabaccheria alla periferia di Palermo. A gennaio Salvatore La Barbera sparì: trovarono la sua macchina bruciata, il corpo no. Il dodici febbraio un’autobomba distrusse la casa di Salvatore Greco, detto Ciaschiteddu. Il diciannove aprile da una macchina crivellarono una pescheria dove poteva trovarsi Angelo La Barbera. Poi vennero altri morti e altre bombe. Dickie scrive che nemmeno i protagonisti di quella guerra capivano bene cosa stesse succedendo, e la paragona a un gioco con la morte al buio.

Il 30 giugno 1963, in un mandarineto vicino a Ciaculli, trovarono un’Alfa Romeo abbandonata con una gomma a terra e una bombola di gas sul sedile posteriore. Gli artificieri tagliarono la miccia e dissero che ci si poteva avvicinare. Quando il tenente Mario Malausa aprì il bagagliaio, scoppiò la bomba nascosta lì dentro. L’esplosione strappò le foglie ai mandarini per centinaia di metri tutt’intorno e uccise il tenente e altri sei. La bomba, a quanto pare, era destinata a Greco.

Tutto era cominciato perché a Brooklyn nei pacchetti c’era meno eroina del previsto.

Un piccolo guasto in una macchina stretta

È la prima cosa da sapere sull’ignoto. In un sistema dove tutto è legato stretto e tutto dipende da tutto, un piccolo guasto può provocare una catastrofe che nessuno ha pianificato e nessuno poteva prevedere. Gli studiosi la chiamano incidente normale: normale non perché sia da poco, ma perché in un sistema complesso e stretto prima o poi capita da sé.

L’eroina che manca al peso è una sciocchezza. Un sospetto è una sciocchezza. Il malumore per la decisione di una riunione è una sciocchezza. Ma ogni sciocchezza si agganciava alla successiva, e un anno e mezzo dopo, sulla strada vicino a Ciaculli, morirono sette uomini che con l’eroina non c’entravano niente.

In ufficio l’incidente normale ha un’aria tranquilla, ma è fatto allo stesso modo. Il fornitore ritarda un pezzo, per quel pezzo si ferma la linea, per la linea salta un ordine, per l’ordine se ne va un cliente, per il cliente non ci sono i soldi degli stipendi. Nessuno, preso da solo, ha colpa. La colpa è che tutto era legato troppo stretto, senza margine tra un anello e l’altro. La medicina è allentare i legami: tenere una scorta, avere un secondo fornitore, non puntare tutto su un ordine solo. Quando gli anelli sono legati più larghi, il guasto in uno non si tira dietro tutti gli altri.

Le conseguenze delle conseguenze

Seconda cosa: ogni azione ha delle conseguenze, le conseguenze hanno le loro, e le seconde spesso contano più delle prime.

Chi aveva messo la bomba a Ciaculli voleva ammazzare un concorrente. Prima conseguenza: morirono quelli sbagliati. E adesso la seconda. Nella notte tra l’uno e il due luglio la polizia circondò Villabate e Ciaculli, arrestò quaranta persone e sequestrò un sacco di armi. Era solo l’inizio: la polizia organizzò la retata più grande dai tempi del «prefetto di ferro» fascista. Ai funerali dei sette morti vennero circa centomila persone, con in testa il ministro dell’Interno. In tutto, scrive Dickie, arrestarono quasi duemila persone. La polizia, raccontava Buscetta, sembrava impazzita. Nell’estate del 1963 la Commissione si riunì per l’ultima volta e decise di sciogliersi. Le famiglie si dispersero. Secondo un pentito, a Palermo smisero perfino di riscuotere i soldi della «protezione».

Il colpo a un concorrente diventò un colpo a tutto il settore. L’operazione antimafia meglio riuscita da decenni l’aveva fatta la mafia stessa.

Prima di muoverti, non chiederti solo «che cosa succede?», ma anche «e poi che cosa succede?». Abbassi il prezzo: i concorrenti lo abbassano pure loro, e guadagnano tutti meno. Licenzi metà reparto per risparmiare: quelli che restano si mettono a cercare lavoro. Punisci uno davanti a tutti: gli altri smettono di ammettere gli errori. La prima conseguenza di solito è quella che volevi. La seconda è quella che ti sorprende.

Su chi conti

Terza cosa: dipendi da gente che ti promette quello che non dipende da lei. Si chiama rischio di controparte.

Il 12 marzo 1992, sulla strada da una località di mare a Palermo, ammazzarono Salvo Lima, politico democristiano. Proprio quello che un tempo procurava a Buscetta i biglietti per l’opera e che insieme a Ciancimino aveva guidato il sacco di Palermo. Fu la prima vittima della guerra che Riina aveva dichiarato allo Stato, prima di Falcone e Borsellino. Un pentito poi spiegò: Lima aveva garantito che a Roma si sarebbe sistemato tutto, e non aveva mantenuto le promesse. Si parlava delle condanne del maxiprocesso, che la Cassazione aveva confermato a gennaio. Dickie osserva che non c’è motivo di sostenere che Lima avesse fatto davvero promesse del genere. Quello che conta è che Riina riuscì a far credere ai suoi uomini che quelle garanzie c’erano state.

Guarda questa storia da due lati. Riina per anni aveva costruito i suoi piani sul fatto che i politici «sistemavano a Roma». I politici non potevano garantirlo: la Cassazione non prendeva ordini da loro. E Lima, se davvero l’aveva promesso, aveva promesso una cosa che non dipendeva da lui, e l’ha pagata con l’unica cosa che dipendeva soltanto da lui.

Ogni volta che il tuo affare si regge sulla promessa di qualcuno, chiediti: ma lui può mantenerla? Non se vuole, se può. E che succede se non può? Non costruire tutta la casa sulla promessa di un uomo solo, per quanto ti sembri affidabile.

Un mese storto

Un’ultima cosa. A volte non hai sbagliato niente, e hai perso lo stesso, perché il mondo intorno è cambiato e tu non lo sapevi.

Gambetta racconta la storia dell’impresario Antonino Saladino. Il sedici agosto firmò l’accordo con i suoi protettori. Quindici giorni prima avevano ammazzato Carmelo Colletti, l’uomo più importante della zona. A fine novembre ammazzarono il capo della famiglia vicina. Il dieci dicembre spararono al cognato di Saladino, quello attraverso cui teneva i contatti con gli uomini d’onore. A gennaio ne morì un altro. L’ultimo della vecchia coalizione lo arrestò la polizia. Il 18 febbraio 1985 Saladino si prese nella schiena una scarica di pallettoni da un fucile a canne mozze, sopravvisse e lasciò l’appalto. L’appalto passò subito a un altro, a un prezzo più alto. Gambetta scrive che l’errore di Saladino non fu sfidare la mafia: aveva solo firmato l’accordo con i suoi protettori nel momento sbagliato. In provincia di Palermo, dal 1978 al 1988, la mafia ammazzò quarantotto imprenditori, quasi tutti costruttori.

La tua sicurezza dipende da gente della cui sorte puoi non sapere niente. Il fornitore, la banca, il cliente grosso, il socio: ognuno di loro può finire nei guai, e tu lo saprai per ultimo. Tieni d’occhio quelli da cui dipendi. Non reggere tutto l’affare su un socio solo. E quando intorno cominciano i cambiamenti, non aspettare che arrivino fino a te.

In Casinò, che è un film, ricordiamolo, c’è una scena che mi torna in mente ogni volta che qualcuno mi chiede di «mettere tutto per iscritto, per ordine». L’uomo dei boss di Kansas City annota con cura sul taccuino tutte le spese dei viaggi per prendere i soldi del casinò e si lamenta ad alta voce di quanto costano. Il taccuino e le sue chiacchiere finiscono all’FBI, e crolla tutto il sistema. Una sola abitudine di casa, di un solo uomo nella catena, che nessuno lassù conosceva.

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