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Capitolo 13. La messa a punto

Quando chiudere bottega

Nella primavera del 1981 Joe Pistone era a un passo da una cosa che nessun agente dell’FBI si era mai sognato. Sonny Black, caporegime della famiglia Bonanno, sotto il quale adesso stava, lo preparava all’affiliazione. Ancora un po’, e un agente del Bureau sarebbe diventato un membro vero di una famiglia mafiosa. Pistone capiva cosa voleva dire. Chi è affiliato può entrare in qualunque riunione. E quando si fosse saputo che un agente aveva fatto il rito, sarebbe crollato il mito che alla mafia non si arriva.

E proprio allora nella famiglia scoppiò la guerra. Ammazzavano gente di alto rango. Il quartier generale decise che era ora di uscire e ordinò di chiudere tutto entro il primo giugno. Pistone non voleva. Chiedeva di restare almeno fino ad agosto.

I colleghi la pensavano diversamente. Adesso, dicevano, la sua vita era in pericolo. Il materiale raccolto bastava, e rischiare ancora non aveva senso. Pistone scrive che, per quanto gli bruciasse, dovette obbedire.

Poi ci fu una riunione in un albergo vicino a Washington. L’operazione di Pistone si intrecciava con un sacco di altre indagini, e non la si poteva troncare di colpo: i colleghi avevano bisogno di tempo per prepararsi. A chi serviva un mese dissero di farcela in due settimane. L’uscita fu fissata al 26 luglio 1981.

Pistone ne uscì vivo. Sonny Black, che lo aveva fatto salire, poco dopo andò a una riunione di boss e a casa non tornò più. E quasi cinque anni di lavoro di Pistone diventarono processi, dopo i quali la mafia, dice lui, non fu più la stessa.

Lasciare quando la fortuna gira

La decisione più difficile, in qualunque affare, è chiudere una cosa che funziona ancora.

Chiudere un affare fallito è facile: tutti vedono che è fallito, e non c’è niente da discutere. Ma chiudere un affare che rende è una tortura. Ancora un po’, e sarà di più. Ancora un mese, e arriva l’affiliazione. Ancora un anno, e la bottega va in attivo. Così ragionano tutti quelli che sono rimasti al tavolo troppo a lungo.

Guarda come era fatta la decisione sull’uscita di Pistone. Non decideva lui. Lui era innamorato dell’operazione, e si capisce: quasi cinque anni della sua vita. Decideva gente che guardava da fuori e non chiedeva «quanto possiamo ancora prendere», ma «quanto possiamo ancora perdere». Quando il rischio comincia a crescere più in fretta del risultato, è ora di alzarsi.

Da qui una regola semplice. Quando devi decidere se chiudere un tuo affare, chiama uno che non l’ha cominciato. Chi l’ha cominciato troverà sempre un motivo per aspettare ancora. E la seconda regola: chiudi per tempo, non all’ultimo momento. Pistone è uscito secondo un piano, con i colleghi preparati e una copertura studiata. Uscire nel panico, quando sono già venuti a prenderti, ha un altro nome.

Don Vincenzo una volta chiuse le consegne d’olio nella città vicina. Andavano avanti da sette anni, e qualcosina rendevano pure. Ma quando costruirono la strada nuova e laggiù arrivarono i grossisti della capitale, la nostra parte cominciò a sciogliersi, e l’autista ci perdeva un giorno intero. Il Don non aspettò che le consegne cominciassero a fare perdite. Avvisò i tre ristoranti con due mesi di anticipo, li mise in contatto con un grossista affidabile e restituì all’autista quel giorno per i nostri quartieri. Gli chiesi perché non aspettare ancora un anno. Mi rispose: «Fra un anno la chiuderei con la rabbia. Adesso posso chiudere con un inchino».

Come non si chiude

C’è anche un altro modo di chiudere bottega. Non lo approvo, ma ti conviene conoscerlo, perché non lo usano solo i gangster.

In Quei bravi ragazzi — è un film, non dimenticarlo — il padrone di un ristorante pieno di debiti va dagli uomini di Paulie a chiedere aiuto e finisce per cedergli il ristorante. I nuovi padroni ordinano merce a credito, dai liquori alle tovaglie, e la rivendono subito dalla porta di servizio in contanti. Le fatture non le pagano. Quando non c’è più niente da spremere, il ristorante lo bruciano.

È una chiusura pensata come l’ultima rapina. I creditori restano a mani vuote, i fornitori a quell’indirizzo non daranno più credito. Negli uffici lo fanno con più garbo: prima di chiudere un reparto lo spolpano, smettono di pagare i fornitori, promettono ai clienti cose che non arriveranno mai. Il guadagno è oggi, e poi il tuo nome non lo lavi per un pezzo. Quando chiudi bottega, paga i conti. Chiudi un affare, non la tua reputazione.

Cambiare per sopravvivere

Capita che a dover chiudere non sia una bottega, ma il vecchio modo di vivere.

Nel 1910 Giuseppe Morello finì dentro per molti anni. Per lunghi mesi governò la famiglia dalla cella, passando ordini nel dialetto di Corleone, che metteva in difficoltà persino chi aveva l’incarico di leggergli le lettere. Il potere non voleva mollarlo. Solo nel 1911, quando gli respinsero l’appello e fu chiaro che non sarebbe tornato presto, Morello passò il comando ai fratelli Lomonte, Tom e Fortunato.

Una scelta strana. Dash scrive che i fratelli non erano membri della famiglia, erano giovani, non spiccavano in niente e, con ogni probabilità, erano semplicemente gli unici rimasti in piedi dopo gli arresti. E la situazione era disperata. Flynn, alla fine del 1909, aveva stimato la banda in centodieci uomini e ne aveva portati a processo quarantacinque. La famiglia aveva perso i capi e quasi metà degli uomini.

I fratelli Lomonte fecero quello che in una situazione del genere fanno tutti quelli che sopravvivono. Cambiarono la ditta. Presero gente nuova, e solo pochi dei nuovi venivano da Corleone, alcuni non erano nemmeno siciliani. Il calabrese Eugene Ubriaco fu il primo non siciliano ad arrivare in alto nella famiglia. Strinsero alleanze con altre bande. Dash tira le somme: le alleanze diedero protezione, ma a spese della vecchia chiusura di clan e dell’indipendenza della famiglia.

Questa è flessibilità. La famiglia dei corleonesi, che accettava solo i suoi, sopravvisse quando smise di accettare solo i suoi. Il prezzo fu alto. Ma l’alternativa era una sola: restare fedele a se stessa e sparire. Quando il mondo intorno è cambiato, aggrapparsi al vecchio assetto per orgoglio vuol dire scegliere una bella morte. A volte, per salvare un affare, devi rinunciare a quello che era.

Se domani non ci sei più

E c’è un altro lato della stessa questione. Che ne sarà del tuo affare se domani a chiudere non sarà la bottega, ma te?

Morello non ci aveva pensato prima, e la famiglia aspettò per mesi ordini in un dialetto incomprensibile, e poi finì in mano a chi per caso era rimasto in piedi. È il peggior piano di successione che esista: nessun piano.

Garantire che il lavoro non si interrompa vuol dire fare in modo che l’affare non dipenda da un solo uomo, una sola macchina, un solo foglio. La signora Lucia ha tenuto il nostro libro degli ordini per quarant’anni. Una volta il Don le chiese: «E se il libro brucia?» Lei si offese, perché lo curava meglio dei suoi figli. Ma da allora ogni sabato ricopiava gli ordini della settimana in un secondo libro, e quel libro stava a casa del Don. Il primo è mai bruciato? No, mai in quarant’anni. Il secondo è servito? Una volta, quando Lucia per tre settimane non poté venire al lavoro, e senza libro non avremmo saputo cosa portare, a chi e quando.

Con le persone è lo stesso. Da noi ogni stiratrice sapeva lavorare alla pressa. Ogni autista conosceva due giri. Io stesso sapevo tutto quello che sapeva il Don, tranne quello che lui non raccontava a nessuno. Non perché aspettassimo una disgrazia. Perché la disgrazia non avvisa.

Tirando le somme

Chiudi per tempo e con un inchino, non all’ultimo momento e con la rabbia: si chiude la bottega, non la reputazione. E costruisci tutto in modo che l’affare sopravviva senza di te almeno tre settimane. Meglio ancora, quarant’anni.

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