
Capitolo 7. Don di te stesso
Codice d’onore
- Conta la condanna, non l’arresto.
- Comincia la giornata da quello che conta, non da quello che strilla.
- La testa sa fare una cosa alla volta. Non fingere che ne sappia fare due.
- Ogni faccenda ha quattro destini: farla, cancellarla, passarla, rimandarla.
- Un no servito come un regalo nessuno lo prende per un no.
- Essere occupati non è lavorare. Anche Riina era molto occupato.
- L’abitudine risparmia le forze e tradisce i tuoi orari.
- Non sederti ogni sera allo stesso tavolino, se in città gira chi ti vuole fuori dai piedi.
- L’obiettivo finisce. Quello che sei lavora tutti i giorni.
- Quello che guardi la mattina, la sera lo spari.
- Decidere vuol dire tagliare.
- Prima il nocciolo, poi i fatti, poi le strade, poi la scelta.
- Chiedi «perché» finché non arrivi all’autista che non conosce il giro.
- Un compito senza il passo successivo non ha gambe.
- Tutto quello che scrivi, un giorno lo leggerà qualcun altro.
- Più ci credi, più devi cercare le prove contrarie.
- «Lo sapevo» è una consolazione, non una lezione.
- Lo scenario peggiore: recitalo fino in fondo, prendi le misure, poi spegnilo.
- Il lavoro si allarga fino alla scadenza. Senza scadenza, si allarga all’infinito.
- Il riposo fa parte del lavoro, non un’assenza ingiustificata.
- La noia è pericolosa quanto la stanchezza. Solo più silenziosa.
- La casa sono le retrovie, non l’ufficio.
- Cerca quello che dipendeva da te. I colpevoli li troveranno anche senza di te.
- L’esperienza che non insegna niente è solo anzianità.
- Rispetta il socio, ma non sposare l’affare.
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