Soldi e tempo
Il giudice Giovanni Falcone, che la mafia ha ucciso nel 1992 insieme alla moglie e alla scorta, una volta parlò in una scuola. Per far capire agli studenti perché combattere il traffico di droga fosse così difficile, fece loro un esempio. Saviano scrive che quell’esempio finì poi nei quaderni di centinaia di ragazzi. Il senso era questo: il traffico di droga è un affare enormemente redditizio, e mille lire messe nell’affare il primo settembre, il primo agosto dell’anno dopo diventano cento milioni.
Mille lire erano gli spiccioli per un gelato. Cento milioni, un appartamento. Undici mesi in mezzo. Falcone voleva spaventare i ragazzi con la grandezza della cifra. Io penso che, già che c’era, gli abbia spiegato l’interesse composto meglio del professore di matematica. Il guaio è solo su quale merce.
Questo capitolo parla del fatto che soldi e tempo sono legati più stretti di quanto sembri. Lo stesso dollaro oggi e tra un anno sono due dollari diversi. E un affare che sulla carta è in utile può morire perché i soldi sono arrivati una settimana dopo il momento in cui servivano.
I trenta giorni del Lupo
Ignazio Lupo, che chiamavano il Lupo, a inizio secolo aveva a New York una catena di negozi di alimentari, di cui ti ho già accennato. L’attività sembrava solida: commercio all’ingrosso, negozi, la bottega principale in Mott Street, immobili. Poi arrivò la crisi del 1907, gli italiani cominciarono a comprare meno ai prezzi alti del Lupo, e lui, come scrive Dash, prese l’abitudine di tirare fuori dall’attività tutto il contante per la sua bella vita.
Che cosa abbia rovinato Lupo, Dash lo spiega meglio di qualsiasi manuale. Nel commercio di alimentari la cosa principale è un flusso di soldi continuo. I fornitori di solito volevano essere pagati entro trenta giorni. Se in trenta giorni non avevi fatto in tempo a vendere la merce e a incassare, saltavi il pagamento, e ti chiudevano il credito. Lupo non faceva in tempo. Quando i revisori dei creditori più grossi arrivarono in Mott Street a controllare i conti, trovarono che l’intera catena aveva beni, scorte comprese, per millecinquecento dollari. I debiti superavano i centomila.
Guarda: il Lupo aveva gli immobili, aveva il giro d’affari, aveva una reputazione che faceva paura a tutto il quartiere. Non aveva i soldi in cassa il trentesimo giorno. È bastato questo.
Si chiama ciclo del flusso di cassa: quanto tempo passa dal momento in cui hai pagato la merce al momento in cui te l’hanno pagata. Più è lungo, più soldi devi tenere dentro l’affare perché non si fermi. L’affare che cresce è il più pericoloso: più vendi, più soldi restano appesi tra il pagamento al fornitore e il pagamento del cliente. In tanti sono falliti non per le perdite, ma per un successo che non avevano di che pagare.
Don Vincenzo lo sapeva, anche se non conosceva la parola. Con i ristoranti si accordava per il pagamento una volta a settimana, con il frantoio una volta al mese. I soldi dei ristoranti arrivavano da noi prima di partire per la Sicilia. Ai ristoranti che volevano pagare una volta al mese faceva il prezzo un po’ più alto, e spiegava perché: usi i miei soldi per tre settimane, e questo costa. Nessuno si offendeva. Tutti capivano di che si parlava.
Soldi oggi e soldi domani
Perché usare i soldi degli altri costa? Perché un dollaro oggi vale più di un dollaro tra un anno. Il dollaro di oggi lo puoi mettere a lavorare, e tra un anno sarà diventato di più. Il dollaro di domani, invece, può anche non arrivare mai.
Pistone lo racconta dall’altra parte. A un agente dell’FBI sotto copertura capitava ogni tanto di dover comprare qualcosa dai mafiosi, e ogni volta bisognava chiedere permesso e soldi ai superiori. I superiori ci pensavano per settimane. E il venditore, scrive Pistone, un paio di giorni li aspetta, nessun problema, ma un mese non lo aspetta nessuno. Se tiri per le lunghe di settimana in settimana ti rovini la reputazione, e se fai cilecca un paio di volte ti prendono per un chiacchierone con cui non vale la pena perdere tempo. O per qualcosa di peggio.
Eccoti il valore del denaro nel tempo visto dal venditore. Chi paga subito ha il prezzo migliore, la merce migliore e il rispetto. Chi tira per le lunghe paga l’attesa, anche se nessuno glielo dice. Quando ti offrono soldi adesso o di più dopo, calcola quanto costa quel «dopo». Di solito più di quanto sembri. E quando chiedi a un cliente di aspettare, ricordati che anche il suo tempo costa.
Non spendere gli interessi
Adesso parliamo della forza più sorprendente negli affari di soldi: l’interesse composto. È quando il guadagno comincia da solo a portare guadagno.
Dominick Napolitano, detto Sonny Black, caporegime della famiglia Bonanno, una volta diede a Pistone cinquemila dollari in biglietti da cento e lo mandò in Florida a fare piccola usura. La condizione era una sola: gli interessi non si spendono. Tutto quello che arriva in più, lo si ripresta, finché il capitale complessivo non arriva a sessanta-ottantamila. Solo allora si divide. Sonny non aveva letto libri sull’interesse composto. Semplicemente aveva proibito di mangiarselo.
Non copiare il mestiere di Sonny, copia la sua regola. L’interesse composto lavora piano, e poi molto in fretta. I primi anni sembra che non succeda niente: il tuo guadagno sul guadagno sono spiccioli. Dopo dieci anni gli spiccioli si cominciano a vedere, dopo venti sono la parte principale. La regola è la stessa per i soldi in banca, per l’affare in cui reinvesti l’utile e per le conoscenze che si accumulano una sopra l’altra. La cosa peggiore che puoi fare con l’interesse composto è interromperlo: ritirare l’utile appena compare. La migliore, cominciare presto e non toccarlo.
E una precisazione, visto che abbiamo cominciato con Falcone. La promessa di raddoppiare i soldi in un mese è sempre o una bugia o un reato. Saviano descrive come i clan napoletani, all’inizio degli anni Duemila, permisero a pensionati, impiegati e piccoli bottegai di investire soldi nelle partite di cocaina. Una pensione da seicento euro in un mese raddoppiava. Nessuna garanzia, tranne la parola dell’intermediario. La gente lo confrontava con gli interessi miserabili della banca e portava i soldi. Un interesse composto che batte di cento volte tutti i modi onesti, onesto non è mai. Se ti offrono una cosa del genere, chiediti che cosa stai comprando esattamente.
Che cosa perdi davvero
Un’ultima cosa: il costo opportunità. Ogni volta che scegli una cosa, rinunci a un’altra. Il prezzo della tua scelta non è solo quello che hai pagato, ma anche quello che avresti potuto avere scegliendo diversamente.
Saviano ha registrato col registratore una conversazione con un ragazzino che lavorava per il clan. Nel racconto di Saviano, il succo del discorso del ragazzo era questo: prima lavoravo in un bar, prendevo duecento euro al mese, con le mance duecentocinquanta, e pensavo solo a come licenziarmi; nel Sistema in una settimana mi vengono trecento euro, e se lo spaccio va bene ci sono pure le percentuali su ogni «mattone», trecentocinquanta, quattrocento.
Il ragazzino aveva calcolato il costo opportunità. Ogni mese al bar gli costava più di mille euro di soldi mancati. Il conto è giusto, solo incompleto. Nel suo conto non erano entrati gli anni che passerà in carcere, né quanti anni gli restano in tutto. Il costo opportunità va sempre calcolato su tutte le voci, non solo su quella che salta subito all’occhio.
In ufficio è lo stesso. Chi tiene i soldi in cassa «non si sa mai» perde quello che renderebbero nell’affare. Chi passa una settimana su un ordine piccolo perde quello grosso, per cui non gli è rimasto tempo. Il capo che si ricontrolla da solo le bolle perde quello che in quelle ore avrebbe potuto fare da capo. Ogni volta chiediti: a che cosa rinuncio, facendo questo? A volte la risposta è «a niente di importante». A volte ti sorprende, e non in bene.
Il commercio del Lupo, tra l’altro, non l’hanno rovinato né i poliziotti né i giudici. L’hanno rovinato trenta giorni.
