Come guardare la gente
Il ventitré luglio 1983, nel centro di Palermo, la mafia fece saltare in aria la macchina del magistrato capo Rocco Chinnici, il superiore di Falcone. Morirono Chinnici, due uomini della scorta e la portinaia del palazzo. Un poliziotto che volle restare anonimo disse a un giornale che i mafiosi erano migliaia e loro qualche centinaio.
A Firenze la notizia arrivò ad Antonino Caponnetto, un magistrato tranquillo e timido, siciliano d’origine, che allevava canarini e stava per andare in pensione. Fece domanda per essere trasferito al posto dell’ucciso. Poi spiegò che era stato uno slancio, dettato dal senso del dovere, e che in lui aveva parlato anche il siciliano. Quando entrò nel nuovo ufficio al Palazzo di giustizia, trovò sulla scrivania un telegramma che gli augurava buon lavoro. Tra le righe, scrive Dickie, si leggeva chiaramente: preparati a morire. I quattro anni e mezzo seguenti Caponnetto li visse in una stanzetta minuscola in una caserma dei carabinieri.
E appena entrato in carica fece quello che prima di lui non aveva fatto nessuno. Riunì i magistrati che avevano esperienza nella lotta alla mafia, Falcone, Borsellino e altri due, e creò una squadra in cui tutti si passavano le informazioni a vicenda. L’idea l’aveva presa dalla lotta al terrorismo di sinistra, e il senso era uno solo: se fosse morto qualcun altro, quello che sapeva non sarebbe morto con lui.
Il ventinove settembre 1984 Caponnetto convocò una conferenza stampa e annunciò che Tommaso Buscetta aveva accettato di collaborare con la giustizia e che erano stati spiccati trecentosessantasei mandati di cattura. Molti imputati erano latitanti da tempo, eppure, scrive Dickie, alla polizia di Palermo mancarono addirittura le manette per arrestarli tutti in una volta.
Il tranquillo amante dei canarini fece quello che nessun eroe prima di lui era riuscito a fare: organizzò il lavoro.
La gente cresce fino a quello che ci si aspetta da lei
Questo è l’ultimo discorso sulla gente, e voglio cominciare dalla cosa più importante. Le persone diventano come le vedi tu. Non sempre e non del tutto, ma molto più spesso di quanto sembri. Se da uno ti aspetti tanto e glielo fai vedere, lui si allunga per arrivarci. Se lo consideri una mezza calzetta, col tempo smette di sforzarsi di dimostrarti il contrario.
Ti ricordi quando Sonny Black disse a Donnie: «Io credo in te». Donnie si rivelò davvero il migliore di tutti quelli che Sonny conosceva, solo che non lavorava per Sonny. L’ironia è amara, ma il meccanismo è giusto.
Don Vincenzo aveva una stiratrice, Anna, che era arrivata da noi ragazzina, parlava male e aveva paura dei clienti. Un giorno, quando l’addetta all’accettazione si ammalò, il Don mise Anna al banco di accettazione. Restarono tutti a bocca aperta. Anna compresa. Il Don le disse davanti a tutti: «La nostra biancheria la conosci meglio di chiunque. Ce la farai». Ce l’ha fatta. Dieci anni dopo dirigeva la nostra seconda lavanderia. Il Don poi mi disse che non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Sapeva un’altra cosa: se non ci avesse creduto, di sicuro non ce l’avrebbe fatta.
Giudichiamo gli altri più duramente di noi stessi
La seconda cosa da sapere quando guardi la gente. Quando a un altro una cosa non riesce, lo spieghiamo col suo carattere: pigro, stupido, disonesto. Quando la stessa cosa non riesce a noi, lo spieghiamo con le circostanze: non c’era tempo, mi hanno mollato, è andata così. È uno degli sbagli più vecchi della testa umana.
Ti ricordi i tassisti di Palermo, quelli del radiotaxi che è andato a rotoli? Se a uno degli autisti andava bene e prendeva un paio di chiamate in più, gli altri decidevano quasi in automatico che imbrogliava. In Sicilia, secondo Gambetta, non c’è niente di più sospetto della fortuna. Nessuno pensava che quell’uomo avesse avuto solo fortuna. Tutti pensavano che fosse fatto così.
Da noi c’era un autista che per tre settimane di fila arrivò in ritardo con la consegna del mattino. In lavanderia decisero tutti che era diventato pigro, e qualcuno giurava che arrotondava altrove. Ero già pronto a fargli un discorsetto severo, quando il Don mi chiese: «E tu gliel’hai chiesto, perché?» Venne fuori che sul suo giro avevano chiuso un ponte per lavori, e la deviazione aggiungeva quaranta minuti. Nessuno aveva chiesto, tutti avevano deciso. Il Don gli anticipò l’inizio del turno di mezz’ora, e i ritardi finirono.
Prima di decidere che uno non vale niente, chiediti: che cosa, nella sua situazione, avrebbe potuto spingere me a fare lo stesso? E chiedilo a lui. Quasi sempre la risposta è più semplice di quanto pensavi, e più umiliante per il tuo acume.
Tieniti una via d’uscita
La terza cosa: la gente in gamba tiene sempre in testa più di una strada. Non solo come dovrebbe andare, ma anche che cosa fare se va in un altro modo.
Durante la guerra di mafia dei primi anni Ottanta l’impresa edile Cassina lavorava in società con il costruttore Ignazio Lo Presti, che era protetto da Inzerillo. Quando Bontate e Inzerillo furono ammazzati, Cassina reagì in fretta: sciolse la società con Lo Presti e ne fece una nuova con un’impresa di Bagheria vicina ai vincitori. Lo Presti invece, scrive Gambetta, non trovò così in fretta un nuovo protettore, e nel 1982 sparì.
Nello stesso periodo un altro costruttore, Silvio Faldetta, si trovò in un guaio simile: il suo vecchio protettore era sparito, e cominciarono a telefonargli chiedendogli cinquanta milioni. Lui fermò il cantiere, attraverso la sorella di Pippo Calò arrivò a Calò in persona, e nel giro di un mese Calò gli permise di riprendere i lavori. I giudici accertarono poi che Faldetta conosceva Calò almeno dal 1980, molto prima di questi fatti. Questo, osserva Gambetta, può spiegare perché trovò un nuovo protettore con relativa facilità.
Guarda dov’è la differenza. Faldetta aveva una via d’uscita, preparata per tempo. Lo Presti no. Non ti chiedo di cercarti protettori in quegli ambienti. Ti chiedo di tenere in testa le alternative: un altro fornitore, un altro cliente, un’altra persona che possa fare il lavoro se questa non può. La via d’uscita che ti prepari nei tempi tranquilli costa poco. Quella che cerchi nel panico può costarti tutto.
Dirigere vuol dire costruire, non fare l’eroe
E l’ultima cosa, quella a cui porto tutto questo capitolo. Dirigere la gente non vuol dire essere il più forte, il più intelligente o il più coraggioso nella stanza. Vuol dire sistemare il lavoro in modo che vada avanti anche se tu non ci sei, e che perdere una persona qualsiasi, te compreso, non fermi l’affare.
Caponnetto non era un eroe nel senso in cui lo erano Falcone e Borsellino. Era un uomo tranquillo coi canarini. Ma capì quello che prima di lui non avevano capito: in una guerra dove ti ammazzano uno dopo l’altro, il sapere non puoi tenerlo in una testa sola. Costruì una squadra in cui il sapere ce l’avevano tutti. E quando otto anni dopo Falcone e Borsellino furono ammazzati, il loro lavoro non morì con loro: il sapere era rimasto agli altri, i processi andarono avanti, le condanne restarono in piedi.
In ufficio non ammazzano nessuno, ma la gente se ne va, si ammala, si trasferisce. Se tutto si regge su un solo insostituibile, l’affare è fragile. Costruisci le squadre in modo che ogni cosa importante la sappiano almeno in due. Passa le informazioni. Insegna alla gente a fare il lavoro l’uno dell’altro. E non vantarti che senza di te non funziona niente. Non è un complimento per te. È un lavoro lasciato a metà.
Tirando le somme
Costruisci l’affare in modo che sopravviva a chiunque, te compreso. Caponnetto ha dimostrato che per questo non serve essere un eroe. Serve allevare canarini, vivere in caserma e organizzare il lavoro. E, se possibile, fare scorta di manette per tempo.
