Perché «tutto in comune» non funziona
Nella primavera del 1903 Benedetto Madonia, muratore di Buffalo, ricevette una lettera dal cognato. Quello stava in carcere, aspettava la sentenza e chiedeva soldi. Madonia riuscì a racimolare mille dollari, chissà dove. Per l’epoca, una somma enorme. Mandarli direttamente non se la sentì, e spedì una busta a dei conoscenti di New York con un biglietto: prendete i contanti e consegnateli alla persona giusta, in un saloon di Prince Street. I soldi dovevano servire per l’avvocato, o per influire in qualche modo sull’andamento del processo.
Cosa successe dopo l’ha raccontato la vedova, e Dash lo riporta. Gli amici i soldi li ricevettero. E non fecero niente: l’avvocato non lo presero, sul processo non influirono. Il resto non lo restituirono. Madonia scrisse lettere, poi supplicò, poi decise di andare di persona a New York a riprendersi il suo. Qualche settimana dopo il suo corpo fu trovato in quel famoso barile da cui comincia la storia della famiglia Morello. La vedova era convinta che a rovinarlo fosse stato proprio l’aver chiesto indietro i soldi. Dash la presenta come la versione di lei. Anch’io.
Hai dato soldi alla «causa comune» senza contratto, senza rendiconto e senza una persona che ne risponda? Fa’ conto che non siano più tuoi. E chiederli indietro, in un sistema così, è un’offesa.
Una cassa senza padrone
Abbiamo appena visto quanto funziona bene una cassa comune, e adesso parliamo del perché tanto spesso non funziona.
Il primo guaio è chi sta più vicino alla cassa. Nel 1873 il marchese Notarbartolo, di cui abbiamo già parlato, diventò sindaco di Palermo. E per prima cosa, scrive Dickie, costrinse Raffaele Palizzolo, futuro membro del consiglio del Banco di Sicilia, a restituire i soldi che aveva rubato al fondo che comprava il pane per i poveri. Da lì cominciò la loro inimicizia, che vent’anni dopo, a dar retta all’accusa, finì con un omicidio. Quando nessuno sorveglia la cassa pubblica, non va a chi ne ha più bisogno, ma a chi ha la chiave.
Il secondo guaio è il padrone che tratta la cassa comune come il suo portafoglio. Pistone racconta che il suo capo, Sonny Black, teneva una cassa per i prestiti a strozzo e da lì prestava a interesse. A Sonny servirono diecimila dollari, e lui, senza farsi tanti problemi, ordinò di tirarli fuori dalla cassa e portarglieli all’aeroporto. Pistone e il suo socio volarono a New York con metà della somma ciascuno in tasca. Il padrone prende quanto vuole e quando vuole? Allora non è una cassa. È il suo portafoglio, dove i soldi ce li mettono gli altri.
Il terzo guaio sono le promesse mantenute a metà. Gambetta riporta il racconto di un mafioso pentito di una piccola famiglia del paese di Vicari. Per regola la famiglia aiuta i suoi quando finiscono nei guai con la legge. Ma nella pratica, racconta quello, i soldi non sempre si dividevano senza litigi, e a volte gli arrestati gli avvocati se li pagavano da soli. Nelle regole il mutuo soccorso c’era. Nella vita, a metà.
Il forte lavora per il debole
E adesso il guaio più famoso del «tutto in comune».
Nel 1620 dei coloni inglesi sbarcarono a Plymouth, nel New England. I soci finanziatori di Londra avevano posto una condizione: nei primi anni la colonia lavora per la pentola comune, tutto quello che si coltiva si mette insieme e si divide in parti uguali. La colonia faceva la fame. Nel 1623 il governatore William Bradford si consultò con gli anziani e fece quella che oggi chiameremmo una riforma. A ogni famiglia diede un pezzo di terra — per ora solo in uso, senza il diritto di passarlo ai figli — e permise di seminare il granturco per sé.
Com’è andata, Bradford l’ha scritto nella sua cronaca. Ebbe ottimo successo, scrive: tutte le braccia diventarono molto operose, si seminò molto di più di quanto il governatore avrebbe potuto far seminare con qualunque altro mezzo. Le donne, che prima si appellavano alla loro debolezza, adesso andavano volentieri nei campi e si portavano dietro i bambini. Mentre il sistema comune, secondo lui, generava molta confusione e malcontento: i giovani e i forti si indignavano di lavorare per le mogli e i figli degli altri senza nessuna ricompensa.
Ti presento il portoghese: quello che viaggia senza biglietto. Dividi il raccolto in parti uguali, e a tutti tocca la tua fatica, ma anche la tua pigrizia. Lavori di più e non ci guadagni niente, lavori di meno e ci guadagni un pochino, e così ragionano tutti. Tutti lavorano di meno. Tutti fanno la fame.
Quando il bene comune funziona davvero
Ma non andartene da qui con la conclusione facile «il privato è buono, il comune è cattivo». Non è vero.
L’economista americana Elinor Ostrom, premio Nobel nel 2009, ha passato la vita a studiare come la gente di tutto il mondo si divide pascoli, boschi, zone di pesca e acqua per irrigare. Ha trovato un’infinità di comunità che per secoli hanno gestito un bene comune senza saccheggiarlo. L’esempio più noto sono i pascoli alpini in Svizzera: le comunità di villaggio li amministrano con regole proprie dal Cinquecento.
Che cosa hanno in comune quelli a cui è riuscito? Confini chiari, perché tutti sappiano chi è dei nostri e chi no; regole che chi le usa si è dato da solo e capisce; una sorveglianza, cioè qualcuno che guarda quante mucche hai portato al pascolo; una punizione che cresce con l’infrazione, prima la multa, poi la cacciata. E un modo di risolvere le liti senza venire alle mani.
Adesso guarda le casse di questo capitolo. Gli amici di Madonia non avevano né regole, né sorveglianza, né punizioni. Palizzolo aveva la chiave, e un revisore non c’era, finché non arrivò il nuovo sindaco. Sonny le regole le aveva, ma non per sé. E i pastori scozzesi del capitolo precedente avevano tutto: confini, tavole, contributi, rendiconti. La loro cassa è durata secoli.
Le regole della cassa delle stiratrici
Ti ricordi la cassa delle stiratrici di Don Vincenzo? Una volta per poco non la mandò a fondo la storia più banale del mondo. Una nuova aveva pagato i contributi per un mese e poi si era «ammalata» per tre settimane. L’avevano vista al matrimonio della sorella. Aveva ballato fino all’alba.
Le stiratrici andarono dal Don e pretesero che la cacciasse. Il Don non la cacciò. Propose a loro di inventarsi una regola. Ne inventarono due: pagare dalla cassa solo chi versa da sei mesi, e solo con il certificato del medico. La nuova restituì i soldi dallo stipendio e lavorò da noi altri dodici anni. E le loro regole le stiratrici le rispettavano più severamente di quanto avrebbero rispettato qualunque regola inventata dal Don.
