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Parte prima. Come funzionano i soldi · Capitolo 3. Il capo che ruba al Don

Chi gestisce i soldi

Il Banco dei Medici lo fondarono a Firenze nel 1397, e per cent’anni fu la migliore banca d’Europa. Era fatto con intelligenza. Ogni filiale, a Venezia, a Roma, a Londra, a Bruges, lavorava come una società a sé. Il direttore della filiale ci metteva una parte dei soldi suoi, e di profitti prendeva più di quanto gli sarebbe spettato per quello che aveva messo. Così i Medici legavano un estraneo al proprio interesse: che pensasse ai profitti della filiale come ai suoi.

A Bruges la filiale la dirigeva Tommaso Portinari. Lui amava molto la corte di Borgogna, e la corte di Borgogna amava molto prendere a prestito. Per contratto Portinari non poteva prestare al duca più di una certa somma. Gliene prestò quasi il triplo. Il duca Carlo il Temerario morì in battaglia nel 1477, e i debiti rimasero debiti. L’anno dopo la filiale di Bruges fu liquidata, con una perdita di oltre settantamila fiorini. Quella di Londra, intanto, faceva credito a piene mani al re d’Inghilterra e perse altri cinquantamila e passa. Una quindicina d’anni dopo crollò tutta la banca.

I Medici avevano pensato a come fare perché il direttore volesse i profitti. Non avevano pensato che gli venisse voglia di piacere al duca. Gli venne.

I soldi degli altri

È la domanda più vecchia che ci sia, quando si parla di soldi. Che succede quando i soldi li gestisce uno che non è il padrone? Adam Smith scriveva nel 1776 che i direttori delle società per azioni amministrano soldi altrui più che propri, e per questo non ci baderanno mai con la stessa ansiosa vigilanza, e la negligenza e lo sperpero lì prevarranno sempre, più o meno. Centocinquantasei anni dopo, gli americani Berle e Means ci scrissero sopra un libro intero. Nelle grandi corporation la proprietà si è separata dalla gestione: gli azionisti possiedono, i manager decidono, e a volte a proprio vantaggio.

Gli economisti lo chiamano problema di agenzia. Io lo chiamo il problema del capo che ruba al Don. E Gambetta, che ha studiato la mafia siciliana, ha mostrato come la mafia lo risolve. Alla radice. Non lo risolve.

Perché da noi non ci sono manager

Gambetta scrive che non c’è nessuna prova che nelle imprese mafiose il proprietario e chi le dirige siano persone diverse. E spiega perché. Anche se il padrone volesse togliersi i pensieri di dosso, non lo farebbe, perché il direttore gli porterebbe via l’impresa troppo facilmente. Per dirigere bisogna comandare, e chi comanda di fatto possiede. Gambetta cita Machiavelli: il principe che si mette nelle mani di un governatore molto capace sarà consigliato bene, ma durerà poco, perché quel governatore gli toglierà lo Stato.

Per questo, conclude Gambetta, nella mafia ci sono un sacco di sottoposti e nessun direttore. E anche i sottoposti li tengono al loro posto, perché non si facciano tentare. Il boss va in galera, e il sostituto provvisorio spesso resta per sempre, e quando il vecchio padrone torna comincia una delle guerre interne più frequenti. Chi la spunta. Le acquisizioni, nota asciutto Gambetta, capitano, e spesso sono ostili.

Da qui viene il limite principale del nostro mestiere. Se il padrone può dirigere l’impresa solo da sé, l’impresa non diventerà mai più grande di quanto lui riesca ad abbracciare con lo sguardo.

Non ci sono buoni amministratori

Joe Pistone, agente dell’FBI, ha vissuto quasi cinque anni tra i mafiosi sotto il nome di Donnie Brasco, e racconta una conversazione in un bar di Milwaukee, dove il boss locale Frank Balistrieri riceveva le congratulazioni. Il suo uomo Steve, per la centesima volta, cercava di convincere il boss a lasciar perdere la sua agenzia di scommesse. È più semplice, diceva, mettere una tassa su tutti gli allibratori della zona: mille dollari a settimana, e lavorate in pace. Noi non ci mettiamo le mani. Un’agenzia tua invece la devi mandare avanti, e amministratori in gamba oggi non li trovi nemmeno a cercarli col lanternino.

Un anno prima Balistrieri aveva provato a metterci un amministratore, e quello l’affare non l’aveva fatto girare. «Non ho tempo di stare dietro a tutto», si lamentava il boss. «Voglio trovare una persona fidata». La persona fidata che gli proposero subito si rivelò un agente dell’FBI. L’aveva trovata, eccome.

Guarda tra che cosa si sceglie. Puoi mandare avanti l’affare con un amministratore pagato e rischiare che rubi o che non ce la faccia. Oppure puoi dare l’affare in affitto per una somma fissa: mille a settimana, e quanto ci guadagna lui non è affar tuo. Meno controllo, ma anche meno mal di testa. Le società legali risolvono lo stesso problema di continuo: tenersi la propria divisione o darla in franchising?

E Pistone aggiunge un dettaglio che spiega tutto. Tutti i casinò di Las Vegas che la mafia possedeva di nascosto facevano sparire una parte degli incassi, e quella parte la raccoglievano e la dividevano tra le famiglie. I proprietari sulla carta ricevevano il rendiconto. Quelli veri, i contanti della sala conta. Senti la differenza. Scorsese ci ha girato sopra un film intero, Casinò. È finzione, ma copiata dalla vita.

Il manager in Ferrari

A volte però la mafia i soldi li deve affidare a un altro. Saviano racconta di Pietro Nocera, che, secondo la sentenza, era responsabile della parte principale del patrimonio del clan napoletano dei Nuvoletta. Nocera investiva i soldi del clan in terreni e costruzioni in tutta Italia e perfino in Spagna, dirigeva una cooperativa edilizia e, come scrive Saviano, girava in Ferrari e volava col suo aereo privato. Nel 2005 il tribunale gli sequestrò immobili e società per circa trenta milioni di euro. Secondo le stime, era più o meno il cinque per cento del suo impero economico.

L’amministratore vive da padrone. Come lo teneva in pugno il clan? Con la paura. E l’azionista come tiene il suo direttore? Gli fa fare i rendiconti, chiama i revisori, riunisce il consiglio di amministrazione, lo trascina in tribunale e lo ingrassa con le stock option. La paura costa meno, ma funziona solo finché il padrone è più forte dell’amministratore. I rendiconti costano di più. In compenso funzionano anche quando il padrone è un pensionato con cento azioni.

Come il Don teneva gli amministratori

La seconda lavanderia di Don Vincenzo la dirigeva Anna, che prima faceva la stiratrice. Il Don si fidava di lei più che di tanti parenti. Eppure fece tre cose che io ho capito molto dopo.

La prima: oltre allo stipendio, Anna prendeva la decima parte dei profitti della sua lavanderia. Non dell’incasso, dei profitti. Perché avrebbe dovuto gonfiare il giro d’affari in perdita?

La seconda: il libro degli ordini non lo teneva Anna, lo teneva la signora Lucia, che rispondeva direttamente al Don. Chi spende non scrive. Mai.

La terza: una volta a trimestre il Don arrivava in lavanderia senza avvisare e passava mezza giornata all’accettazione. Anna non la controllava. Guardava e basta.

In vent’anni Anna non ha preso un soldo. Chiesi al Don a che serviva allora tutto questo. Mi disse: «Perché lei non debba nemmeno pensarci». Il controllo non offende un uomo onesto. Lo difende dalla tentazione e dalle chiacchiere.

Tirando le somme

Ricordati di Portinari: la quota sui profitti non ti salva, se all’amministratore interessa di più piacere a qualcun altro. E dove non ci sono né rendiconti né tribunale, resta solo la paura. E la paura, quando l’affare cresce, rende poco.

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Soldi di Famiglia

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    Parte prima. Come funzionano i soldi

    Capitolo 1. L'invenzione della protezione

    1. Come hanno rotto la macchina
    2. Una protezione onesta

    Capitolo 2. Le prime Famiglie con lo statuto

    1. Una ditta col timbro
    2. Le piramidi dei re

    Capitolo 3. Il capo che ruba al Don

    1. Chi gestisce i soldi
    2. Banche e timbri

    Capitolo 4. Vendere una quota della Famiglia

    1. Il voto e la quota
    2. Andare in Borsa

    Capitolo 6. Chi manda avanti il mercato

    1. Come funziona un mercato
    2. I giocatori al tavolo

    Parte seconda. Il rischio

    Capitolo 9. L'allibratore vince sempre

    1. Calcolare le probabilità
    2. Code grasse e cigni neri

    Capitolo 11. L'aritmetica del contabile

    1. L’aritmetica del contabile

    Capitolo 12. Paura e avidità

    1. La testa degli altri
    2. Quando si ha paura

    Capitolo 13. Non tenere tutto nella stessa cantina

    1. Le uova e il paniere
    2. Azioni contro obbligazioni

    Capitolo 14. Un mercato che non si compra facilmente

    1. Il prezzo sa tutto
    2. Il passo dell’ubriaco
    3. Codice d’onore

    Parte terza. La partita grossa

    Capitolo 15. Chi lo sa prima

    1. Chi lo sa prima

    Capitolo 18. A chi affidare i soldi della Famiglia

    1. Il consulente coi soldi degli altri
    2. La pensione del soldato

    Capitolo 19. Un accordo sul raccolto

    1. Forward e future
    2. Grano e petrolio

    Capitolo 20. Il diritto, non l'obbligo

    1. Call e put
    2. Quanto vale un diritto

    Capitolo 21. Un fondo di Famiglia per cent'anni

    1. Soldi per i secoli
    2. Come scegliere e quando entrare

    Capitolo 22. Le trappole nella testa del giocatore

    1. Troppo sicuro di sé
    2. La magia e i soldi già spesi

    Capitolo 23. I vecchi Don del mercato

    1. I vecchi Don del mercato
    2. Codice d’onore

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