Il prezzo sa tutto
Il ventotto gennaio 1986, alle 11.39 del mattino, ora della costa orientale, settantatré secondi dopo il lancio, esplose lo shuttle americano Challenger. Morirono sette persone. Il paese guardava in diretta.
Pochi minuti dopo, alla Borsa di New York, cominciarono a vendere le azioni di quelli che lo shuttle l’avevano costruito a pezzi. Vendevano tutti e quattro, ma in modo diverso. I tre grandi appaltatori, a fine giornata, avevano perso dal due a poco più del tre per cento. La Morton Thiokol invece, che faceva i razzi a propellente solido, scendeva così in fretta che già alle 11.52 sospesero le contrattazioni sul titolo. In serata aveva perso quasi il dodici per cento.
La commissione governativa che indagò sul disastro ne indicò la causa solo il nove giugno: col gelo, gli anelli di tenuta in gomma del razzo avevano perso elasticità. Quale razzo? Quello della Morton Thiokol.
Il mercato l’aveva capito in un giorno. Senza commissione. Senza ingegneri. Senza rapporto. Nessuno di quelli che vendevano sapeva con certezza che cosa fosse successo. Ma migliaia di persone avevano ognuna un pezzetto di sapere, l’ingegnere, il fornitore, l’analista, l’ex dipendente, e comprando e vendendo hanno messo insieme i pezzetti in un numero solo. Il numero ha indicato il colpevole cinque mesi prima della conclusione ufficiale.
Magari le commissioni lavorassero così.
Il mercato efficiente
Nel 1970 l’economista americano Eugene Fama raccolse tutto quello che allora si sapeva sui prezzi delle azioni in un unico grosso lavoro. Da lì è nata quella che hanno chiamato l’ipotesi dei mercati efficienti. Il senso è semplice: il prezzo di un’azione ha già messo in conto tutto quello che si può sapere. Tutto. Nella forma debole: dai prezzi passati non indovini quelli futuri. In quella semiforte: una notizia pubblicata finisce subito nel prezzo, e leggendo il giornale non ci guadagni. In quella forte: il prezzo ha messo in conto anche quello che sui giornali non c’è.
Se è così, il mercato non lo batti: qualunque bella idea ti venga, è già venuta in mente a migliaia di altri, e il prezzo l’ha messa in conto. Comprare azioni ha senso non perché sei più furbo del mercato. Ma perché, sui tempi lunghi, il mercato nel suo insieme è cresciuto, e tu ti prendi la tua parte di quella crescita. Senza garanzia che continui così.
E adesso un’ironia che mi piace moltissimo. Nel 2013 il Nobel per l’economia se lo divisero in tre. Uno era Fama, il grande difensore dell’efficienza dei mercati. Un altro, Robert Shiller, il suo grande critico: tutta la vita a dimostrare che i prezzi saltano molto più di quanto giustifichino gli utili delle aziende. Il comitato del Nobel li ha premiati tutti e due per aver studiato la stessa cosa, e gli ha permesso di non essere d’accordo. Meglio di così non si può dire come stanno le cose. Il mercato scopre benissimo la verità. E ogni tanto esce di testa.
Le notizie corrono
Anche noi avevamo la nostra teoria dell’efficienza. L’hanno inventata i falsari.
Nel 1909 la banda di Morello stampò l’ennesima partita di banconote false, e l’incisore Comito sentiva i discorsi: lo smercio l’avrebbero organizzato in modo da buttare tutta la partita sul mercato in tutto il paese in un’ora sola, in un giorno stabilito prima. Dash ritiene un’intenzione del genere molto poco verosimile. Sarà. Il senso è chiaro a qualsiasi finanziere.
Tutte le banconote della partita erano stampate con le stesse lastre e sembravano uguali, con gli stessi segni particolari. Basta che riconoscano la prima in una banca, e la descrizione la mandano a tutte, e le altre diventano carta straccia. Il falsario guadagna solo finché la notizia non si è sparsa. C’è un solo modo di farcela: vendere tutto prima che il mercato lo sappia. I trader di oggi, che fanno affari in frazioni di secondo, corrono la stessa gara. Solo coi computer.
Il mercato che non si compra a pranzo
E adesso, perché di un mercato onesto ci si può fidare.
Il lotto clandestino americano dava da mangiare alle famiglie mafiose, ma aveva un problema: perché il giocatore doveva credere che il numero vincente non fosse truccato? La risposta che trovarono fu geniale. Il numero lo prendevano da cifre pubbliche, che nessuno poteva controllare. Dalle ultime cifre del saldo del Tesoro federale, che stampavano sui giornali. O da quante azioni si erano scambiate in un giorno alla Borsa di New York. Nessun boss poteva comprarsi la Borsa perché scambiasse il numero giusto. La mafia, fai caso, costruì la fiducia nel suo lotto su un mercato che non si compra a pranzo.
Ma a Boston, si dice, il numero lo prendevano dalla somma delle puntate sulle prime corse dell’ippodromo locale. E, come notano asciutti gli storici, il vincitore si poteva controllare manipolando la somma delle puntate. Un mercato piccolo si compra facile. Uno grande, molto meno.
Il punto è tutto qui. Più gente fa il prezzo, più costa spostarlo con un solo grosso affare. Un mercato piccolo, con tre compratori, si compra a pranzo. Uno profondo così non lo compri. Ma «difficile» non vuol dire ancora «impossibile». Nel 2020 la banca JPMorgan accettò di pagare alle autorità americane novecentoventi milioni di dollari per chiudere la causa. I suoi trader per anni avevano spostato i prezzi dei metalli preziosi e dei titoli del Tesoro americano, e mercati più profondi di questi al mondo se ne trovano pochi. Mettevano ordini che non avevano nessuna intenzione di eseguire, solo per spostare il prezzo. La grandezza del mercato al truffatore dà fastidio, ma non glielo vieta. E un prezzo che scopre in fretta le notizie può intanto camminare al guinzaglio di qualcun altro. Prima di fidarti di un prezzo, chiediti: quanta gente l’ha fatto, e chi di loro poteva dargli una spinta?
Il Don legge il prezzo
Don Vincenzo Fama non l’aveva letto, ma al prezzo credeva più che alle lettere.
Un autunno il padrone del frantoio ci scrisse: il raccolto è buono, i prezzi restano quelli. Una settimana dopo il Don notò che al mercato all’ingrosso l’olio era aumentato di un decimo, anche se quello nuovo non era ancora arrivato. Telefonò a due grossisti che conosceva. Né l’uno né l’altro sapevano niente di preciso. Il prezzo invece lo sapeva. Qualcuno, da qualche parte, aveva visto gli uliveti messi male e aveva cominciato a comprare in anticipo.
Il Don quel giorno stesso ordinò olio per due mesi più del solito, al vecchio prezzo. Tre settimane dopo arrivò la lettera del padrone del frantoio: la grandine aveva colpito gli ulivi, il raccolto era più scarso, i prezzi sarebbe toccato alzarli. «La lettera la scrive uno solo», disse il Don. «Il prezzo lo fanno tutti quelli che sanno qualcosa. Io ascolto tutti.»
Tirando le somme
Il prezzo è bravo a raccogliere quello che sanno gli altri. Ma gli si può dare una spinta, e a volte esce di testa da solo. Come succede, te lo dico nel prossimo capitolo.
