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Parte prima. Come funzionano i soldi · Capitolo 2. Le prime Famiglie con lo statuto

Le piramidi dei re

Nella primavera del 1720, a Londra, di colpo diventarono tutti ricchi. La Compagnia dei mari del Sud aveva avuto dalla Corona il monopolio del commercio con le colonie spagnole del Sudamerica e si era presa una parte del debito pubblico. A gennaio le sue azioni valevano circa centotrenta sterline. A giugno superarono le mille. Commerciavano col Sudamerica? Quasi per niente. In compenso c’era uno statuto regio, i ministri stavano tra gli azionisti, e girava voce che lo Stato non l’avrebbe lasciata affondare.

Perché i concorrenti non stessero tra i piedi, a giugno il Parlamento approvò una legge: vendere azioni al pubblico potevano solo le compagnie con statuto regio. Gli storici pensano che l’abbia fatta passare proprio la Compagnia dei mari del Sud, perché i soldi del pubblico non scappassero dai vicini. Una piramide che cresce, per prima cosa chiude il mercato alle piramidi degli altri.

A settembre le azioni valevano meno di duecento sterline. Isaac Newton, dicono, a inizio anno aveva venduto le azioni e ci aveva guadagnato bene. Poi non resistette, tornò sul mercato proprio vicino alla cima e perse ventimila sterline. Un genio, e comprò al picco. Gli attribuiscono la frase che sapeva calcolare il moto dei corpi celesti, ma non la follia degli uomini. Gliela attribuiscono, per la verità, senza una fonte sicura. Quello che perse, invece, a quanto pare lo perse davvero.

Quando il padrone è il re

Nello stesso anno in Francia crollò quello che aveva costruito lo scozzese John Law. Aveva convinto il reggente che al paese servivano soldi di carta e una grande compagnia per mettere a frutto la Louisiana. La Compagnia del Mississippi emetteva azioni, la banca di Law stampava i soldi con cui quelle azioni si compravano, e Law in persona diventò controllore generale delle finanze, cioè ministro. Nella primavera del 1720 le azioni cominciarono a scendere, e le autorità annunciarono che avrebbero tenuto il prezzo a novemila lire tornesi. Non lo tennero. A dicembre le azioni valevano mille, e Law era scappato dalla Francia.

Guarda come sono fatte queste storie. La Corona dà alla compagnia un privilegio. La compagnia dà alla Corona i soldi e le alleggerisce i debiti. Il pubblico compra le azioni perché dietro la compagnia c’è il re. Finché ci credono tutti, si arricchiscono tutti. Ma ecco che qualcuno prova a vendere per primo, e salta fuori che a comprare non c’è nessuno, e il re che ha messo in piedi tutto quanto pagare non ha nessuna intenzione.

Qui la piramide la copre la protezione. Noi, gente semplice, così non sappiamo fare. Crolla la nostra protezione, crolla anche la piramide. Crolla quella del re, e il re firma un decreto, nomina i colpevoli, e la piramide di colpo diventa un affare privato dei cittadini. Comodo.

La banca autorizzata a stampare

Passarono centosettant’anni, e la favola la raccontarono in italiano, con una svolta nuova. Il privilegio qui non era più il commercio. Alla banca avevano permesso di stampare i soldi stessi. Dickie cita questa storia di passaggio, come sfondo dei disordini siciliani. Ma lo sfondo merita.

Nel 1892 venne fuori che la Banca Romana stampava più soldi di quanti le fosse permesso. E dire che era una delle poche banche a cui lo Stato permetteva di stamparli. Trovarono un mucchio di banconote con gli stessi numeri di serie. I soldi andavano ai politici di primo piano per le elezioni. Poi venne fuori anche dell’altro: un’ispezione già nel 1889 aveva trovato un buco nella banca, ma il governo aveva chiuso la relazione in un cassetto. Quando tutto venne a galla, la lira si indebolì. L’argento e perfino gli spiccioli di bronzo presero la via dell’estero. Non c’era più con che pagare, e le società di mutuo soccorso del Nord Italia cominciarono a emettere dei loro surrogati del denaro. Nel 1893 fondarono la Banca d’Italia, che col tempo diventò l’unica banca centrale. Il presidente del Consiglio Giolitti, coinvolto nello scandalo, si dimise.

Una banca che stampa i soldi, e i politici in debito con lei. Nessun mafioso avrebbe inventato uno schema migliore. E a nessuno l’avrebbero lasciato fare.

Uno statuto per ogni evenienza

Un piano più sotto nessuno ha la corona e nessuno stampa niente. Lì si scrive uno statuto, si raccolgono i depositi degli altri e si aspetta di vedere se qualcuno controllerà dove sono finiti.

Ai primi del Novecento, in Elizabeth Street a Manhattan, lavorava la «Società cooperativa di Sicilia». Per statuto, scrive Critchley, promuoveva iniziative cooperative e poteva agire come agente e mediatore di qualunque persona, società, ditta o corporation. Cioè fare qualunque cosa. Tra gli amministratori sedeva uno che si faceva chiamare Salvatore Saracino. In realtà si chiamava Joseph Palermo, e in Italia l’avevano condannato in contumacia a trentun anni per duplice omicidio e sequestro. Si diceva che nel 1907 fosse scappato portandosi via i soldi dei depositanti della sua banca nell’Upper East Side. Critchley lo sottolinea: si diceva. Dimostrarlo non si è messo nessuno.

Lo statuto permette tutto, e la vigilanza non c’è. Il pericolo di una libertà così gli inglesi l’avevano visto quasi duecento anni prima di Saracino, quando nel 1720 decisero che senza statuto regio una compagnia non si poteva fare. Lo decisero, come abbiamo visto, nell’interesse della piramide più grossa. Ma l’idea era giusta: registri una ditta «chiavi in mano, subito, senza domande», e hai aperto la porta a ogni Saracino. Oggi le domande sono di più. Una noia. E giustamente.

Rimetto i debiti a tutti i miei creditori

E l’ultima storia, la più vecchia. Qui non ci sono azioni, né torchi da stampa, né piramidi. Il re prende a prestito e poi non paga. Tutto qui.

Negli anni Quaranta del Trecento il re d’Inghilterra Edoardo III cominciò la guerra con la Francia. Per farla prese somme enormi in prestito dai banchi fiorentini dei Bardi e dei Peruzzi. Poi smise di pagare. Tutti e due i banchi crollarono. I fiorentini erano i migliori banchieri d’Europa e i conti li sapevano fare, ma una cosa non la sapevano fare: costringere un re a restituire un debito. Un re non lo porti in tribunale.

A fare la guerra a debito siamo capaci anche noi. Nel 1930 a New York cominciò la grande guerra tra Masseria e Maranzano, e il compito principale, scrive Critchley, era finanziarla. Valachi testimoniò che a dare più di tutti era stato Gagliano, proprio l’impresario dei listelli: centoquarantamila dollari. Altri davano cinquemila a settimana. Glieli restituirono? Valachi poi disse che Gagliano, per quanto ne sapeva lui, non aveva riavuto indietro un centesimo. Ai soldati davano venticinque dollari a settimana. E Maranzano in persona, il re di quella guerra, morì nel 1931 e lasciò ipoteche sulle case, titoli per diciottomila e qualche decina di migliaia di dollari sui conti. Non era andato in rovina, nota bene. Chi aveva finanziato la guerra ci aveva guadagnato potere, non soldi. A volte è la stessa cosa. Più spesso no.

Don Vincenzo questa regola la conosceva a modo suo. Una volta l’ospedale comunale ci ordinò il lavaggio per un anno intero e chiese una dilazione. Il Don disse sì: l’ordine era grosso, il comune una cosa seria. Il comune pagò dopo due anni e con lo sconto, perché era cambiato il bilancio. Da allora il Don non ha mai più fatto credito a chi ti può fare la multa se vai a chiedere il tuo. «Il re paga per ultimo», diceva. «E a volte non è nemmeno un re, è solo uno col timbro».

Tirando le somme

La Corona distribuisce un privilegio, la banca stampa troppo, lo statuto permette tutto, il re non restituisce il debito: guai diversi, e si curano in modo diverso. In comune hanno una cosa sola: se dietro un affare c’è il potere, il prezzo ti dice se credono nel potere, non nell’affare. E i debiti re, comuni e capi di guerra li rimettono volentieri. Solo i propri.

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Soldi di Famiglia

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    Parte prima. Come funzionano i soldi

    Capitolo 1. L'invenzione della protezione

    1. Come hanno rotto la macchina
    2. Una protezione onesta

    Capitolo 2. Le prime Famiglie con lo statuto

    1. Una ditta col timbro
    2. Le piramidi dei re

    Capitolo 3. Il capo che ruba al Don

    1. Chi gestisce i soldi
    2. Banche e timbri

    Capitolo 4. Vendere una quota della Famiglia

    1. Il voto e la quota
    2. Andare in Borsa

    Capitolo 6. Chi manda avanti il mercato

    1. Come funziona un mercato
    2. I giocatori al tavolo

    Parte seconda. Il rischio

    Capitolo 9. L'allibratore vince sempre

    1. Calcolare le probabilità
    2. Code grasse e cigni neri

    Capitolo 11. L'aritmetica del contabile

    1. L’aritmetica del contabile

    Capitolo 12. Paura e avidità

    1. La testa degli altri
    2. Quando si ha paura

    Capitolo 13. Non tenere tutto nella stessa cantina

    1. Le uova e il paniere
    2. Azioni contro obbligazioni

    Capitolo 14. Un mercato che non si compra facilmente

    1. Il prezzo sa tutto
    2. Il passo dell’ubriaco
    3. Codice d’onore

    Parte terza. La partita grossa

    Capitolo 15. Chi lo sa prima

    1. Chi lo sa prima

    Capitolo 18. A chi affidare i soldi della Famiglia

    1. Il consulente coi soldi degli altri
    2. La pensione del soldato

    Capitolo 19. Un accordo sul raccolto

    1. Forward e future
    2. Grano e petrolio

    Capitolo 20. Il diritto, non l'obbligo

    1. Call e put
    2. Quanto vale un diritto

    Capitolo 21. Un fondo di Famiglia per cent'anni

    1. Soldi per i secoli
    2. Come scegliere e quando entrare

    Capitolo 22. Le trappole nella testa del giocatore

    1. Troppo sicuro di sé
    2. La magia e i soldi già spesi

    Capitolo 23. I vecchi Don del mercato

    1. I vecchi Don del mercato
    2. Codice d’onore

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