Quando si dividono i profitti
La Compagnia olandese delle Indie orientali, che abbiamo già incontrato, per otto anni non pagò agli azionisti un centesimo. Le navi partivano per l’Asia e tornavano dopo anni, e la compagnia spendeva i soldi in navi nuove, fortezze e guerre con i portoghesi. Gli azionisti mugugnavano. Uno dei fondatori, Isaac Le Maire, nel 1609 arrivò a pubblicare un libello contro il consiglio.
Nel 1610 la compagnia pagò finalmente il primo dividendo. In spezie. Agli azionisti distribuirono macis per tre quarti del valore nominale delle loro quote, e in contanti pagarono per la prima volta solo nel 1612.
Immaginati quei mercanti di Amsterdam: otto anni ad aspettare la loro parte, ricevono un sacco di spezie e adesso si chiedono a chi rifilarlo. Non c’è modo migliore per spiegare la prima verità sui dividendi. Il profitto non è ancora denaro. Sta nella stiva, in magazzino, nei debiti dei clienti, nella nave nuova. E si può dividere solo quello che c’è in cassa.
Quanto abbiamo tirato su
Pistone descrive una telefonata che potrebbe capitare in qualunque piccolo ufficio del mondo. Lui seguiva per Lefty il giro delle scommesse. Lefty chiama:
«Allora, prendo la matita e mi segno i numeretti. Quanto abbiamo tirato su ieri?» «Millecentosessanta.» «E l’altro ieri?» «Duemilaquattrocentottanta.» «Quindi in una settimana sei a più millecinquecento.»
Pistone risponde: sì, ma mille vanno in stipendio a chi lavora, e quelli non si possono tagliare. Lefty sbuffa. Al loro capo, Dominick Napolitano detto Sonny Black, non piacerà.
E Sonny, guarda caso, pretende che Pistone gli porti duemilacinquecento dalla cassa delle scommesse. I suoi uomini perdevano da tre settimane di fila puntando sul football, e Sonny voleva rifarsi. Ti suona familiare?
Togli il colore: che cosa resta? «A più millecinquecento» è il profitto sulla carta. Prima ci paghi la gente, sennò domani di profitto non ce n’è più. E intanto il padrone tira fuori contanti da un affare per tappare un buco in un altro. Anche questo è un dividendo, solo che è pessimo: i soldi escono non perché l’affare ha guadagnato in più, ma perché al padrone è venuta la voglia. È così che vanno in rovina le buone società. Quando hanno padroni cattivi.
La decima ai piani alti
Come si dividevano i profitti in Famiglia? In tanti modi. E la differenza dice qualcosa.
Dai Morello, a inizio secolo, scrive Dash, i singoli membri della banda si arrangiavano con piccoli colpi come volevano, purché pagassero il dieci per cento a chi stava sopra. Il furto di quindici orologi da taschino un giovane bandito lo chiamò «il lavoro di una bella serata». Anche da una serata così partiva il dieci per cento.
Invece tra i napoletani di Brooklyn, vicini e rivali dei Morello, quest’usanza, come ha notato Critchley, non c’era. Chi metteva in piedi un affare divideva l’incasso con qualche socio. Verso l’alto non saliva niente.
La stessa domanda se la pone qualunque holding: che cosa si tengono le controllate e che cosa mandano nella cassa comune? Se lasci tutto in basso, al centro non resta niente per pagare gli avvocati, fare la guerra, aiutare chi sta dentro. Se porti tutto in alto, in basso nessuno si darà più da fare. Il dieci per cento è una via di mezzo ragionevole. A quanto pare se la sono inventata tutti quelli che hanno mai riscosso un tributo: la Chiesa, i re e i capi.
Quando distribuire
Una società legale decide i dividendi in assemblea e li annuncia prima: un giorno si fissa l’elenco degli azionisti, un altro si paga. Hai comprato l’azione il giorno prima? Li prendi. L’hai comprata il giorno dopo? Non li prendi, e quel giorno di solito il prezzo scende più o meno quanto il dividendo. I soldi non escono dal nulla. La società li ha dati a te ed è diventata più povera di altrettanto.
Da qui un’idea semplice, ma dura da mandare giù. Il dividendo non è un regalo. Sono soldi tuoi: la società ha deciso di non metterli nell’attività, ma di restituirli. È un bene? Dipende se sa investirli meglio di te. La società giovane con buoni progetti fa bene a non pagare niente, e quella vecchia, che non ha dove crescere, fa bene a dare tutto.
A volte le società restituiscono i soldi in un altro modo: ricomprano sul mercato le proprie azioni, le azioni diminuiscono e la quota di chi è rimasto cresce. Viene quasi come un dividendo. Solo che le tasse sono diverse, e anche l’umore degli azionisti.
Come divideva il Don
Don Vincenzo divideva i profitti una volta l’anno, prima di Natale. Non ogni mese e non quando qualcuno lo chiedeva. All’inizio pensavo che il vecchio avesse le sue fisime.
Me lo spiegò già nel mio primo anno, in autunno, quando il libro segnava un bel profitto sull’olio e io proposi di dividerlo subito. Il Don aprì il quaderno della signora Lucia e mi fece vedere quanto ci dovevano i ristoranti. Quasi tutto il profitto stava da loro, un’altra parte era in magazzino, nelle latte. In cassa non c’era neanche un terzo. «Si divide quello che sta in cassa», disse il Don. «Quello che sta scritto nel libro lo dividono gli stupidi, e poi fanno debiti per pagare sé stessi.»
Prima di Natale metteva da parte i soldi per la pressa nuova, per la scorta d’olio e per l’anno di magra. Alla gente andava solo quello che avanzava. Negli anni brutti prendevano meno e non se la prendevano, in quelli buoni prendevano tanto e non si montavano la testa. La regola la conoscevano tutti.
Tirando le somme
Non tirare fuori soldi da un affare per rifarti in un altro. E mettiti d’accordo prima su come si divide: una regola che conoscono tutti ti salva dai rancori meglio di qualunque generosità.
