I debiti si pagano
Al mercato della frutta di Palermo, quello che ha studiato Gambetta, il credito si faceva alla buona. I commissionari davano la merce ai compratori per una settimana o per un mese, senza carte, sulla parola. Per i piccoli bottegai è più comodo: non c’è niente da firmare né da mettere in regola. I commissionari assicuravano di fare credito solo a gente di cui si fidavano, e comunque nessuno prestava a un solo cliente più di un milione e mezzo di lire al giorno.
Fidarsi è bene, ma non oltre il milione e mezzo.
E se non paghi? Gambetta risponde quasi da contabile. Se la somma è piccola, il debitore non deve quasi mai temere per la vita: per due soldi nessuno ammazza nessuno. Ma l’insolvente viene messo al bando. Nel giro di pochi giorni ogni venditore del mercato sa che ha un debito, e da quel momento compra solo in contanti.
Con i debiti grossi il discorso cambia. Un interlocutore di Gambetta gli raccontò cos’era successo in piazza Scaffa. Lì avevano un debito di parecchi milioni di lire, e un debito di quella taglia, spiegò più o meno così, ti apre nel bilancio un buco tale che si capisce perché li hanno ammazzati: a nessuno piace non essere rispettato. Nella notte del 18 ottobre 1984, nel cortile del macello di piazza Scaffa a Palermo, furono uccisi otto uomini legati al commercio dei cavalli. Forse, scrive Gambetta, furono uccisi per un debito non pagato. Forse: è lui a sottolineare la parola. Anch’io.
La scala delle punizioni
Guarda questa scala. Debito piccolo, e perdi il credito. Debito grosso, e perdi la vita. Dove si presta, bisogna in qualche modo punire chi non restituisce. Altrimenti si smette di prestare.
Il mondo legale ha fatto tutta questa strada. Duemilacinquecento anni fa, ad Atene, chi non restituiva un debito poteva diventare schiavo del creditore. I contadini più poveri davano a chi gli aveva prestato la sesta parte del raccolto. Solone con la sua riforma cancellò i debiti, liberò quelli che erano stati venduti come schiavi per debiti e vietò di dare in pegno la propria libertà. La città ne fu sconvolta. Ma non si poteva fare altrimenti: una città non può vivere quando metà dei cittadini è schiava per debiti dell’altra metà.
Passarono più di duemila anni, e a Londra i debitori li mettevano ancora in prigione. Nel febbraio del 1824 nella prigione per debiti della Marshalsea finì John Dickens: doveva al fornaio poco più di quaranta sterline. Suo figlio Charles, dodici anni, dovette andare a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe a incollare etichette sui barattoli. Il padre uscì dopo tre mesi, ma il figlio non lo dimenticò per tutta la vita, e poi descrisse la prigione per debiti nei suoi romanzi. In Inghilterra smisero del tutto di mettere in carcere per debiti solo nel 1869.
Oggi all’insolvente non tolgono la libertà, ma la storia creditizia. È lo stesso mercato di Palermo, solo che i conti li fa il computer: nel giro di pochi giorni tutte le banche sanno che hai un debito, e tu compri in contanti. Per i debiti grossi c’è il fallimento: il tribunale divide fra i creditori quello che è rimasto, e il debitore può ricominciare da capo. È più umano che sparare nel cortile di un macello. E soprattutto funziona meglio: il creditore qualcosa lo prende, e il debitore resta uno che lavora, non un cadavere.
E da un morto, si sa, non riscuoti niente.
Chi ha comprato la protezione migliore
Il debito ha anche un’altra faccia. Chi te lo fa restituire?
Ecco due casi da Gambetta. Un certo Felice Bruno si era fatto prestare da un conoscente dieci milioni di lire e non aveva fretta di restituirli. Allora il conoscente si presentò da lui «da parte di don Pietrino», il sottocapo di una delle famiglie di Palermo. Se Bruno abbia pagato, scrive asciutto Gambetta, lo lascia decidere al lettore.
E nel 1969 un uomo prestò in fretta una grossa somma a tre debitori il cui pregio principale era il legame con la mafia di Agrigento. Quando chiese indietro i soldi, lo sequestrarono all’aeroporto di Palermo, lo tennero qualche ora e lo invitarono a riflettere sulla sua posizione. Ne uscì convintissimo che fosse meglio accettare la mediazione del boss locale. Si misero d’accordo, e al creditore il debito fu restituito. Non tutto.
Vedi? Far restituire un debito è un servizio, e si compra. Il creditore ha comprato la protezione migliore? Paga il debitore. L’ha comprata migliore il debitore? Paga il creditore, solo che adesso paga per riavere almeno una parte. Il tribunale serve proprio a questo: perché l’esito non dipenda da chi ha gli amici più spaventosi. E quando il tribunale va per le lunghe, la gente va da chi fa prima, e la velocità la paga con la giustizia.
La concorrenza addolcisce
E un’altra osservazione di Gambetta. È quella che mi piace di più. Un tempo sui mercati siciliani il credito lo teneva in mano l’«uomo di rispetto», e il contadino che si era fatto prestare i soldi da lui era obbligato a vendere il raccolto solo a lui. Poi si misero a funzionare le casse rurali, e trovare un prestito diventò possibile. E allora, scrive Gambetta, i creditori ricorsero meno spesso alla violenza contro i debitori insolventi, per non perdere i clienti, che se ne sarebbero andati da concorrenti più morbidi.
Il creditore è uno solo, e si può permettere la crudeltà. I creditori sono tanti, e quello crudele perde i clienti. Un argomento migliore per la concorrenza fra le banche io non lo conosco.
Il prestito più caro
Adesso parliamo di te. Il prestito più caro è il debito che non hai restituito. Non perché ci corrono sopra gli interessi, anche se pure per questo. Ma perché ti costa la reputazione, e la reputazione è l’unica garanzia che ti porti sempre dietro.
Una volta due ristoranti pagarono a Don Vincenzo con un mese di ritardo. Il padrone del primo venne dal Don di sua iniziativa, prima della scadenza, si sedette e raccontò cos’era successo: era morto il capocuoco, il ristorante era rimasto chiuso due settimane. Chiese un altro mese. Il Don gliene diede due e non prese nessuna maggiorazione. Il padrone del secondo smise di rispondere al telefono e si nascondeva dall’autista. Quando un mese dopo finalmente pagò, il Don prese i soldi e non gli concesse mai più una dilazione. Neanche di un giorno.
Avevano pagato tutti e due allo stesso modo. Ma uno era rimasto con il credito, e l’altro senza. «I soldi li ha restituiti», mi disse il Don del secondo. «Ma quello che ha perso non lo riavrà mai più.»
