Il voto e la quota
Lefty Ruggiero, quello che faceva da maestro a Joe Pistone nella mafia, una volta arrivò al circolo arrabbiato nero. Insieme a due amici, scrive Pistone, possedeva il venti per cento delle azioni di una ditta al mercato del pesce di Fulton e prendeva dai padroni cinquemila dollari al mese. Le azioni Lefty non le aveva comprate. Se le era guadagnate: aveva aiutato i padroni della ditta a sistemare una lite tra loro, e per questo gli avevano intestato una quota.
E allora perché era arrabbiato? Si era seduto con gli altri padroni e poi si lamentava: «Ma che razza di sistema è, non posso nemmeno registrare le azioni a nome mio».
Certo che non poteva. I mafiosi, spiega Pistone, nascondevano entrate e beni: le macchine le intestavano a dei prestanome, le dichiarazioni dei redditi non le presentavano, e i cinquemila al mese arrivavano a Lefty, ma le azioni risultavano a nome di un altro. E quell’altro, se avesse voluto, poteva presentarsi all’assemblea degli azionisti, votare e vendersi il pacchetto. A Lefty restava solo da sperare che non lo volesse.
Che cosa compra un azionista
Un’azione sono due cose insieme, ed è meglio non confonderle. La prima è il diritto a una parte dei profitti. La seconda è il voto: decidi che cosa fa la società con quei profitti, chi la dirige e se non sia il caso di venderla tutta.
La prima cosa Lefty ce l’aveva, la seconda no, e i soldi arrivavano finché i padroni della ditta si ricordavano chi li aveva aiutati e finché avevano paura. Finisce la paura, finiscono i soldi, e nessun tribunale difenderà una quota intestata a un altro. Se una quota non vota e non sta nel registro, non è proprietà. È un favore.
Il mondo legale per questo ha messo in piedi tutto un apparato: gli azionisti li iscrivono nel libro soci, i titoli li tengono in un depositario, rilasciano estratti, convocano assemblee, fanno causa. Una noia? Una noia. Ma tutto questo serve proprio perché la tua quota resti tua anche se nessuno ha paura di te.
Il voto vale più dei soldi
Capita che il voto e i soldi li separino apposta. E del tutto legalmente.
Quando nel 1956 la Ford si quotò in Borsa, la famiglia Ford si tenne una classe speciale di azioni. Oggi quelle azioni valgono circa il due per cento del capitale della società, ma danno il quaranta per cento dei voti. Il pubblico ha avuto la sua parte di profitti. La famiglia si è tenuta il volante. Tutti contenti? Quasi. Nel 2004 lo stesso fecero i fondatori di Google: la loro azione votava dieci volte, quella del pubblico una.
Perché il pubblico ci sta? Gli servono i profitti, e dirigere un gruppo automobilistico non ci pensa nemmeno. Ma per questo paga il suo prezzo. Se la famiglia decide di portare la società nella direzione sbagliata, agli azionisti resta solo vendere le azioni.
I primi a ribellarsi furono gli azionisti di quella stessa Compagnia olandese delle Indie orientali. Nel 1622 i soci scontenti accusarono il consiglio di aver sperperato il capitale e di pagare di rado i dividendi. Con il nuovo statuto del 1623 la vigilanza fu rafforzata, i controlli diventarono regolari, i pagamenti più frequenti. Il voto dei piccoli azionisti era debole. In compenso si sentiva forte.
Prendere gratis
E adesso l’estremo opposto: una quota che non si paga per niente.
Saviano racconta come il clan La Torre di Mondragone decise un giorno di entrare nel capitale di una clinica privata che stavano costruendo. Un pacchetto consistente era del vicesindaco Nuñez. Il boss Augusto La Torre mise nel consiglio della clinica un uomo suo, che si era arricchito con una discarica. Comprare le azioni a un prezzo di favore, scrive Saviano, come avrebbe fatto qualunque boss diplomatico, non ci pensava proprio. Voleva averle gratis. In cambio prometteva che le sue ditte avrebbero pulito, sfamato, trasportato e sorvegliato la clinica bene e a poco prezzo. A Nuñez l’idea non piacque. Poi sparì nel nulla.
Nel mondo legale questo ha un parente più gentile. Si chiama diluizione. La società emette nuove azioni e le dà a qualcuno a prezzo basso: ai manager, a un nuovo socio, a un «investitore strategico». Il tuo pacchetto non te l’ha portato via nessuno, ma la tua quota adesso è più piccola. La differenza con Mondragone è una sola: per diluirti legalmente bisogna votare, pubblicare un prospetto e, se sei contrario, vincere in tribunale. Per questo il voto non è una formalità.
Vendere per bisogno
E un’altra storia di quote. Stavolta coi numeri.
Nel 1916 i napoletani di Brooklyn cacciarono la famiglia Morello da East Harlem e pretesero dai quattro padroni locali del lotto clandestino un tributo mensile per il diritto di lavorare. I padroni del lotto, scrive Critchley, erano giocatori anche loro e gente dura. Si misero d’accordo in un altro modo. Il quaranta per cento degli incassi se lo tenevano, il resto andava a Brooklyn. Il tributo era diventato una quota.
Passarono tre mesi o giù di lì. Uno di quelli di Brooklyn lo arrestarono, e servivano subito i soldi per la cauzione. Quelli di Brooklyn restituirono il gioco ai vecchi padroni per duecento dollari: dateci duecento, il resto ce lo darete quando vi pare. Il sessanta per cento di un affare che rendeva se ne andò per una cifra che certi lotti raccolgono in una sera.
Chi ha bisogno di soldi oggi vende sempre a poco. Se hai una quota, tieniti vicino dei soldi per i giorni neri. Così non dovrai venderla proprio quando il bisogno stringe di più.
Il Don divide il voto
Quando il commercio dell’olio diventò una società, il padrone del frantoio siciliano ne ebbe un terzo. Ci aveva messo dei soldi e, soprattutto, il suo olio. Dopo un anno scrisse una lettera al Don. Visto che possedeva un terzo, voleva decidere lui a quali ristoranti vendere e a che prezzo.
Il Don rispose con una riga sola, e me la ricordo ancora: «Tu decidi sull’olio, io decido sui cuochi». Il terzo dei profitti al frantoio arrivava puntuale. Il voto sull’olio, che raccolto, che spremitura, che bottiglia, il Don lo lasciò tutto al padrone e non ci mise mai becco. Il voto sui clienti se lo tenne lui. Ognuno votava dove ne capiva di più. La società è durata vent’anni, e i soci non hanno litigato una volta.
