Da dove viene l’interesse
Nel 1980, in Florida, Sonny Black, caporegime della famiglia Bonanno, discuteva con Joe Pistone, che credeva uno dei suoi, di come mettersi in piedi nel posto nuovo: prendere scommesse, prestare soldi. «Quanto ti serve per partire con gli strozzini?» Pistone rispose: venticinquemila, più o meno, per cominciare. E Sonny fece la domanda che al suo posto avrebbe fatto qualunque banchiere: «Che tariffe ci sono qui?»
Per tariffe, spiega Pistone, Sonny intendeva l’interesse a cui prestavano gli strozzini del posto. Gli risposero: il cinque per cento al massimo, dipende tutto dal cliente e dalla somma.
Dipende tutto dal cliente e dalla somma. Più in breve il tasso d’interesse non lo definisci. I professori scrivono libri spessi così. Lo strozzino della Florida se l’è cavata con una frase.
Di che cosa è fatto l’interesse
L’interesse è quanto valgono i soldi nel tempo. Tu dai i soldi oggi e li riavrai domani. Per quel «domani» ti devono pagare. E il prezzo è fatto di più pezzi.
Il primo pezzo è il tempo stesso. I soldi oggi sono meglio dei soldi fra un anno: con quelli puoi comprare qualcosa adesso, investirli, metterli in giro. Ci rinunci, e vuoi essere ricompensato.
Il secondo, l’inflazione. Se in un anno i prezzi salgono, il tuo dollaro compra di meno. Il creditore vuole che gli restituiscano non solo la somma, ma anche quello che ci si può comprare.
Il terzo, il rischio. Il debitore può non restituire. Più il creditore rischia, più vuole essere pagato per questo. Per questo al cliente affidabile si presta a meno che a quello rischioso. «Dipende tutto dal cliente.»
E il quarto, di cui di solito ci si dimentica: l’ignoranza. Il creditore non capisce bene a chi sta prestando? Allora nel tasso ci mette la sua paura. Gambetta scrive del Mezzogiorno dell’Ottocento, dove gli usurai lavoravano dappertutto e impedivano alla regione di svilupparsi: un interesse alto, fra l’altro, dice che al debitore non si crede — né che potrà restituire, né che vorrà. I soldi cari sono il sintomo. La malattia è la sfiducia.
Perché a chi è fuorilegge non si presta
Sempre Gambetta, rifacendosi all’economista Peter Reuter, spiega perché le imprese illegali non riescono quasi mai a farsi prestare somme grosse. Soldi grossi non glieli presta nessuno, e le ragioni sono tre. La contabilità non la tengono, perché hanno paura del pubblico ministero, e quindi non le puoi tenere d’occhio. Una garanzia solida non la possono dare. E i soldi bisogna darli a una persona, non a un’impresa, e se quella persona potrà pagare dipende troppo dal suo destino personale.
Questo non vale solo per la mafia. Tieni la contabilità, dai una garanzia, ti sei costituito in società, e l’interesse scende. Non perché la banca ami le carte. Ogni carta dice alla banca un po’ di più su di te. Ti arrabbi perché la banca ti chiede un altro certificato? Ricordati: quel certificato ti abbassa il tasso.
Interessi da strozzino
L’usura è vecchia come i soldi. E altrettanto vecchi sono i tentativi di proibirla.
La Chiesa per secoli ha considerato peccato prendere interessi. Nel 1179 il terzo concilio lateranense stabilì di negare agli usurai la comunione e la sepoltura cristiana. Nel 1311 il concilio di Vienne dichiarò eresia perfino credere che prendere interessi fosse lecito.
Il bisogno di soldi, per questo, non sparì. Se ne andò semplicemente nell’ombra. I poveri continuavano a prendere in prestito, solo che adesso da chi non aveva paura né della Chiesa né della legge, e a interessi che includevano il rischio di farsi beccare. L’interesse l’hanno proibito, e lui è rincarato.
E allora la Chiesa fece una mossa geniale. Nel 1462, a Perugia, i frati francescani aprirono un banco dei pegni cittadino, il primo: un «monte di pietà». Ai poveri si davano piccoli prestiti su pegno e si prendeva un compenso moderato, annunciato in anticipo. Per strappare la gente agli usurai, la Chiesa aprì lei stessa una bottega del credito. Onesta. Nel 1515 il quinto concilio lateranense riconobbe che quei monti potevano prendere un compenso moderato per coprire le spese. L’interesse era tornato. Sotto un altro nome.
Chi fa credito ai poveri
L’usuraio spunta sempre dove la banca non vede il debitore.
Dickie scrive che nell’America di inizio secolo i padroni italiani, i boss che trovavano lavoro agli emigranti, prestavano ai più poveri i soldi per il biglietto del piroscafo e poi se li trattenevano dalla paga, e con interessi pesanti. Gallucci, «il re di Little Italy», era, secondo Dash, uno dei più grossi usurai del quartiere. Una banca americana darebbe soldi a un contadino siciliano analfabeta, senza documenti e senza inglese? Nessuna. Il padrone glieli dava. Sapeva dove avrebbe lavorato e poteva prendersi il suo direttamente dalla paga.
L’altra faccia della stessa medaglia l’abbiamo già vista a Napoli. La camorra presta alle fabbriche clandestine al due-quattro per cento, perché ufficialmente quelle fabbriche non esistono e la banca non le vede. Là il clan conosce il debitore e può costringerlo a restituire, quindi presta a poco. Qui il padrone conosce il debitore e si trattiene il debito dalla paga, quindi presta caro: l’emigrante gli deve pure il lavoro. In realtà l’usuraio vende quello che sa del debitore e quello che gli può fare. E il tasso mostra soltanto quanto il debitore sia senza via d’uscita.
La maggiorazione del Don
Don Vincenzo non si è mai chiamato creditore. Ma lo era. I ristoranti ci pagavano l’olio una volta alla settimana. Chi voleva pagare una volta al mese poteva, ma con una maggiorazione. E la maggiorazione il Don la fissava a ciascuno su misura.
Il ristorante vecchio, che da vent’anni pagava puntuale al giorno esatto, aveva il mese quasi senza maggiorazione. Quello nuovo, che non conoscevamo, pagava di più, e la maggiorazione gliela abbassavano solo dopo sei mesi di pagamenti regolari. E a un ristorante il Don non concedeva nessuna dilazione, anche se pagava preciso. Gli chiesi perché. Il Don disse: «Ha tre creditori, e ognuno crede di essere l’unico.» L’aveva saputo dal fornitore di vino.
Allora ho capito che il Don calcolava gli interessi come lo strozzino della Florida: in base al cliente e alla somma. Solo che lui non minacciava, ascoltava: la signora Lucia teneva il quaderno, il fornitore di vino portava i pettegolezzi. Chi conoscevamo, pagava meno. Di chi sapevamo troppo poco, di più.
Tirando le somme
Ti fanno pagare più caro che agli altri? Chiediti che cosa non sanno di te.
