Soldi per i secoli
Nell’aprile del 1985 l’Università di Yale affidò il suo fondo a David Swensen, trentun anni. Veniva da Wall Street e accettò di guadagnare cinque volte meno di prima. Il fondo allora valeva circa un miliardo e trecento milioni di dollari, e quando Swensen morì, nel 2021, ne valeva più di trentuno miliardi. E questo nonostante per decenni, ogni anno, desse soldi all’università. Nei trent’anni fino al 2020 ha reso in media più del dodici per cento l’anno.
Che cosa fece Swensen? Soprattutto, capì che il fondo di un’università è fatto in un modo particolare. L’università ha intenzione di vivere per sempre, e non deve ritirare i soldi fra dieci anni, come un pensionato, o fra un anno, come uno speculatore. E se è così, si può investire dove la gente comune non può: in società private, in immobili, in fondi di venture capital, in boschi, in progetti lunghi da cui non esci in fretta. I soldi restano chiusi a lungo, e per questo investimenti del genere possono pagare di più. Possono, non devono. E anche a un fondo eterno ogni anno servono contanti per le borse di studio, quindi non tutto si può chiudere a chiave per tanto tempo. Nel 1989 quasi tre quarti del fondo stavano in azioni americane, obbligazioni e contanti. Nel 2019 circa il sessanta per cento era passato a questi investimenti «alternativi».
Il fondo che vive per sempre
Un fondo che deve esistere all’infinito si chiama endowment, fondo patrimoniale. I compiti sono due, e litigano fra loro. Il primo è dare ogni anno soldi alla causa: borse di studio, professori, laboratori. Il secondo è conservare e far crescere il capitale, per poter dare anche fra cento anni, e fra duecento.
Dai troppo, e il fondo un po’ alla volta si mangia da solo. Dai troppo poco, e gli studenti di oggi pagano perché stiano bene quelli di domani. Per questo Yale ha una regola di prelievo: impedisce alle spese di saltare insieme al mercato. Quanto spendere quest’anno si calcola così: l’ottanta per cento delle spese dell’anno scorso più il venti per cento di quello che verrebbe fuori prendendo una certa quota del valore del fondo, circa il cinque per cento. Ogni anno le spese si spostano verso l’obiettivo solo di un pochino. Nell’anno buono l’università non scialacqua. In quello cattivo non taglia tutto in un colpo.
Ecco quello che non sa fare chi vive da un colpo grosso all’altro. La regola decide in anticipo quanto si può spendere. L’umore del mercato non decide al posto tuo.
La cassa che tiene la fedeltà
Anche da noi c’erano fondi per i tempi lunghi. E anche loro avevano obblighi.
Dickie scrive che Bernardo Provenzano, preso il comando della mafia siciliana dopo l’arresto di Riina, ottenne soprattutto questo: fermò il passaggio in massa dei mafiosi dalla parte della giustizia. Non sterminava i traditori e le loro famiglie, ma li convinceva a ritrattare. E nello stesso tempo, come si usava da sempre, rimise la cura dei detenuti fra le prime faccende dell’organizzazione. A metà degli anni Novanta, quando tutto era sottosopra, a molti mafiosi in carcere non arrivava quello che spettava loro, e questo li spingeva a collaborare con gli inquirenti.
Guardala come la struttura di un fondo. La cassa mafiosa ha i suoi beneficiari: quelli che stanno dentro e le loro famiglie. La cassa paga, e loro stanno zitti. Smette di pagare, e cominciano a parlare. Finché il fondo mantiene la parola, tiene anche l’organizzazione. Provenzano aveva capito quello che capisce il consiglio di qualsiasi endowment: smetti di mantenere le promesse, e smettono di crederti. E a quel punto nessun patrimonio ti salva.
Il gestore del patrimonio
E perché il fondo cresca, ci vuole il suo Swensen. Anche i clan della camorra l’avevano capito.
Saviano racconta di Dante Passarelli, di Casal di Principe. Ex salumiere, aveva, secondo Saviano, uno straordinario talento commerciale. A quanto pare bastò perché gli proponessero di investire una parte dei capitali del clan dei Casalesi. Cominciò col commercio all’ingrosso, poi passò all’industria: dalla pasta all’edilizia, dallo zucchero alle forniture per la ristorazione. Finì col calcio. Gli inquirenti stimarono il suo patrimonio in trecento-quattrocento milioni di euro, e una bella fetta l’aveva messa in azioni e nell’agroalimentare. Era suo uno dei più grandi zuccherifici d’Italia. Nel dicembre del 1995 lo arrestarono. I beni furono confiscati.
Questa storia non te la racconto come modello, ma come specchio. Diverse classi di attività, un gestore di mestiere, un orizzonte lungo: tutto come a Yale. Quasi. La differenza è una sola. Il fondo di Yale si può controllare: pubblica i bilanci, e i soldi dentro sono puliti. Il capitale del clan possono confiscarlo in una notte, e nessuna diversificazione ti aiuta. Il rischio più grosso si rivelò quello comune a tutte le attività insieme. Che te le portino via.
Il fondo del Don
Quando Don Vincenzo aveva passato i settanta, fece una cosa che non disse quasi a nessuno. Mise in banca una grossa somma e la chiamò «fondo per i figli». Con quei soldi studiavano i figli delle stiratrici, degli autisti e di tutti quelli che avevano lavorato da noi più di dieci anni.
Il fondo aveva una regola sola, e il Don l’aveva scritta di suo pugno: ogni anno spendere non più del cinque per cento di quello che c’è nel fondo, e non toccare mai il capitale. Una volta la signora Lucia chiese un’eccezione. Una ragazzina aveva talento e doveva andare a studiare all’estero, e costava caro. Al fondo il Don disse di no. Pagò di tasca sua. «Il fondo è per tutti i figli, per cent’anni», disse. «Se comincio a fare eccezioni, fra vent’anni dentro non resta niente, tranne le mie buone intenzioni.»
Il cinque per cento non è una formula magica. Il fondo lo regge solo finché guadagna di più: cinque li dà ai ragazzi, qualcosa se lo mangiano i prezzi, qualcosa se lo prende la banca. Metti soldi così su un conto che non rende niente e spendi ogni anno il cinque per cento di quello che resta: fra vent’anni del fondo rimane poco più di un terzo. Per questo «non toccare il capitale» il Don lo intendeva così: custodire non la cifra sul libretto, ma quanti ragazzi ci puoi far studiare. Ogni anno guardava quanto avevamo speso e quanto aveva guadagnato il fondo. Aveva guadagnato poco? Quell’anno i ragazzi ricevevano di meno.
Il fondo funziona ancora oggi. Ne sono il fiduciario. La ragazzina, tra l’altro, è diventata medico.
