Una protezione onesta
Chi sente per la prima volta la parola «assicurazione» si dà l’aria da sapientone e comincia a sparare paroloni: polizza, premio, sinistro, attuario. Te la faccio semplice. Una compagnia di assicurazioni è una protezione che ha imparato a fare i conti. L’ha imparato trecento anni prima che Don Vincenzo rispondesse con la sua parola della prima strada, e lui ha dovuto imparare ogni lezione daccapo lo stesso, coi soldi suoi. Il Don i libri non li leggeva.
Londra, 1666
Nel settembre del 1666 a Londra prese fuoco un forno, e in quattro giorni bruciò quasi tutta la città: migliaia di case, chiese, magazzini. Il danno poi lo stimarono in dieci milioni di sterline. Per quei tempi, una cifra da non crederci. La sera uno andava a dormire padrone di casa e bottega, e la mattina stava in piedi sulle ceneri senza niente.
Nel 1680 un inglese intraprendente, Nicholas Barbon, aprì un ufficio che per una piccola somma all’anno prometteva di risarcire la casa se fosse bruciata. Sulla casa assicurata inchiodavano una targa di metallo con l’emblema dell’ufficio: le strade allora non avevano ancora i numeri, e sapere di chi era la casa serviva. Presto gli assicuratori fecero il conto che spegnere costava meno che ricostruire, e si presero dei pompieri loro. C’è una leggenda: i pompieri arrivavano, guardavano la targa, e la casa degli altri non la spegnevano. In realtà gli uffici si misero subito d’accordo per spegnere tutto e rimborsarsi le spese a vicenda. Il fuoco le targhe non le legge. Se brucia la casa accanto, prende fuoco anche quella assicurata. I conti li sapevano fare.
Ti ricorda qualcosa? È la protezione. Paghi un poco non perché non ti succeda niente. Paghi perché, se succede, qualcuno venga a sistemare. Un uomo tuo sta alla porta, la targa è appesa al muro, paghi poco per non pagare tanto. In che cosa l’ufficio di Barbon era diverso da quello che conoscono le nostre strade? In una cosa sola. Manteneva la parola secondo le tavole, non secondo l’umore, e se non la manteneva lo trascinavano in tribunale.
Le tavole
Le tavole ci misero molto a inventarle. Quante case bruciano in un anno? Quanta gente muore a ogni età? Quanto vale davvero una casa, così che il padrone non assicuri una baracca come un palazzo? Quanto tenere di scorta per l’anno cattivo, e chi controlla che la scorta non se la siano giocata alle corse? Domande semplici. Le risposte costavano soldi.
Nel 1762 a Londra aprì la società Equitable. Fu la prima a far pagare l’assicurazione sulla vita in base all’età, secondo le tavole di mortalità: il giovane paga meno, il vecchio di più. Il capo della società lo chiamarono attuario, e la parola è rimasta. Prima pagavano tutti uguale, e l’assicuratore tirava a indovinare. Adesso faceva i conti.
Duecento e passa anni dopo, la stessa Equitable promise ai clienti rendimenti garantiti e non pensò con che cosa pagarli se i tassi fossero scesi. I tassi scesero. Nel 2000 un tribunale obbligò la compagnia a mantenere le promesse, il buco arrivò più o meno a un miliardo e mezzo di sterline, e una delle più vecchie società di assicurazione sulla vita chiuse le porte ai nuovi clienti. Le tavole non ti salvano dalla superbia. La rendono solo visibile.
Don Vincenzo paga le lezioni
Don Vincenzo di tutto questo non sapeva niente. Da giovane i bottegai delle sue strade mettevano i soldi in una cassa comune, e lui fece solo il conto di quante botteghe bruciavano in un anno. Due o tre. Da ognuno si prendeva un poco, a chi bruciava si pagava senza storie, ed erano tutti contenti.
Poi venne una notte di caldo, e bruciò un quartiere intero. Venti botteghe in un colpo. I soldi nella cassa bastavano per quattro. Agli altri il Don allargò le braccia, e mezza strada passò ad altra gente.
Prima lezione: non contare una disgrazia comune come tante disgrazie separate. Due botteghe ai due capi della città bruciano ognuna per conto suo, e lì basta la cifra media: due o tre l’anno. Venti botteghe in un quartiere bruciano per una scintilla sola. Non sono venti casi, è uno, e la scorta per l’anno medio non lo regge. Una cosa così si può assicurare, ma in un altro modo. Non prendere tutti i clienti nello stesso quartiere. Tenere la scorta per la notte peggiore, non per l’anno normale. Passare una parte del rischio a qualcuno che ha le botteghe in un’altra città. I grandi assicuratori fanno proprio così, e ci arriveremo. Ma se i tuoi clienti stanno tutti nello stesso posto, hanno paura tutti della stessa cosa, e la cassa è fatta per l’anno medio, non sei un assicuratore. Sei un giocatore che ha puntato tutto su una carta sola.
La seconda lezione costò meno. Il padrone di una bottega di mobili marci, uno che chiamavano Sgabello, di colpo si mise a pagare come un santo: pagava in anticipo, sorrideva. Dopo tre mesi la bottega bruciò con tutti i mobili marci, e Sgabello venne a prendersi i soldi. Se avesse appiccato il fuoco lui o avesse solo smesso di avere paura del fuoco, il Don non si mise a indagare. Ne tirò fuori una regola: chi è assicurato per tutto il valore smette di stare attento. Da allora la cassa rimborsava solo una parte di quello che era bruciato. Che all’uomo resti un motivo per spegnere i mozziconi.
Gli assicuratori lo chiamano rischio morale. E nella New York di inizio secolo gli uomini di Morello ne fecero un mestiere. Dash racconta che la frode alle assicurazioni era uno dei loro traffici preferiti. Convincevano i bottegai spaventati a comprare una polizza cara contro l’incendio, poi davano fuoco alla bottega, e la maggior parte del risarcimento se la prendevano loro. Se ne occupava Antonio Cecala, parente di Lupo, che si diceva barbiere. Il bello è che Cecala si lamentava: era uno degli affari meno redditizi della banda. «Sono povero», diceva, «perché non ho capito abbastanza in fretta come si fanno i profitti nella Società». Perfino l’incendiario lo sapeva: una cassa onesta rende di più.
La terza lezione il Don la capì quando notò chi arrivava da lui per primo. Quello con l’impianto elettrico che faceva scintille. Quello col vicino che beveva. Quello che aveva già avuto i ladri in bottega due volte. Se fai pagare tutti uguale, raccogli i clienti più rischiosi della città e ci vai in rovina. Quindi devi sapere chi ti è arrivato, e far pagare a ognuno secondo il suo rischio. Gli uffici di Londra per questo tenevano i periti. Il Don teneva la vecchia signora Rosa. Di ogni bottegaio sapeva più di sua moglie.
Pagherà?
L’assicurazione ha una domanda principale che la pubblicità si guarda bene dal fare: quando arriva la disgrazia, ti pagheranno?
Gambetta si rifà agli storici della Sicilia. I mercanti siciliani, secondo gli storici, hanno sempre preferito assicurarsi all’estero, presso compagnie famose perché pagavano subito, senza tribunale. E gli assicuratori stranieri dei siciliani non si fidavano e gli facevano pagare un premio alto. La fiducia costava cara da tutte e due le parti.
Per che cosa paghi davvero l’assicuratore? Non per la polizza. Per la certezza che i soldi arriveranno il giorno in cui ti è bruciato tutto il resto. Le autorità di vigilanza pretendono le riserve, le agenzie di rating danno i voti, e tutta questa burocrazia noiosa serve a rispondere a una domanda sola: «Pagherà?»
E adesso confronta: ecco come si assicura senza tavole e senza riserve. Dash racconta come la banda di Morello, all’inizio del secolo, migliorò i vecchi metodi degli estorsori. Una somma enorme tutta in una volta alla vittima non la chiedevano più. Prendevano poco, ma ogni settimana e da tutti quanti, dai bottegai ricchi agli ambulanti. Joe Valachi, cresciuto a East Harlem, ricordava che suo padre, un povero venditore di verdura, pagava un dollaro a settimana per la «protezione», se no gli rompevano il carretto. Nella forma è un premio assicurativo: paghi poco e con regolarità. Nella sostanza paghi perché non ti tocchi proprio quello che riscuote. Niente riserve, niente tavole, niente risarcimenti. E in tribunale non ci vai. Provaci.
Protezione per tutti
Duecento anni dopo Barbon, dell’assicurazione si occupò lo Stato. In Germania Bismarck introdusse l’assicurazione obbligatoria per gli operai: nel 1883 per la malattia, nel 1889 la pensione di vecchiaia. La pensione la pagavano dai settant’anni, e ai settanta allora ci arrivavano in pochi. Il Cancelliere di ferro i conti li sapeva fare quanto il Don.
Anche la Famiglia aveva la sua previdenza sociale, solo che nessuno la chiamava così. Quando nel 1910 Morello finì dentro per un bel pezzo, i fratelli Terranova, scrive Dash, per compassione assegnarono a sua moglie Lina un sussidio di quattro dollari e mezzo a settimana. La donna, coi figli, andò lo stesso a lavorare in una fabbrica di materassi. Compassione senza cassa: un risultato molto modesto. Capita, del resto, anche la cassa senza compassione. Si chiama burocrazia. Ma quattro dollari e mezzo per un marito che si è preso venticinque anni parlano da soli.
Tirando le somme
Compri un’assicurazione? Controlla tre cose che Don Vincenzo ha pagato di tasca sua. L’assicuratore non brucerà lo stesso giorno in cui bruci tu, perché i suoi clienti stanno tutti nello stesso quartiere e la scorta è calcolata sull’anno normale? Ha una scorta per l’anno cattivo, e paga senza tribunale? E tu, non ti sei assicurato così bene da smettere di stare attento?
E se un giorno ti offrono una protezione senza tavole, senza scorta e senza tribunale, sappi che non è un’assicurazione. È protezione. Funziona anche quella. Fino alla prima estate calda.
