Debiti, tasse e quanto distribuire
Nel 1916 il napoletano Pellegrino Morano chiese a Nick Morello il lotto clandestino di East Harlem. Morello accettò alle stesse condizioni del padrone di prima: venticinque dollari a settimana. Fissi. Ogni settimana, qualunque cosa incassasse il lotto.
Morano mandò avanti il gioco per qualche mese, ma non rendeva abbastanza da poter pagare. Il braccio destro di Morello, Eugene Ubriaco, i soldi li pretendeva lo stesso. Critchley riporta le sue parole quasi alla lettera: a me non importa, se avessi vinto diecimila dollari te li saresti messi in tasca comunque. Logica di ferro. Se vinci, è roba tua. Quindi anche se perdi, è roba tua.
Morano calcolava di aver perso per colpa di Morello millecinquecento dollari. E, scrive Critchley, fu proprio lui il primo a proporre di ammazzare i fratelli Morello. Nell’autunno dello stesso anno Nick Morello e Ubriaco furono uccisi. Stando all’accordo, il creditore aveva ragione. Stando a come è finita, no.
Debito o quota
Ogni affare, quando ha bisogno di soldi, deve fare la scelta principale: prendere in prestito o vendere una quota?
Se prendi in prestito, hai promesso di pagare una somma fissa, succeda quel che succeda. Finché paghi, al creditore non interessa come vanno gli affari. Vanno benissimo? Tutto quello che supera il debito resta a te. Vanno male? Il debito pesa come in un anno buono. E alla fine ti spezza.
Se vendi una quota, hai promesso di dividere quello che verrà. Va bene? Il socio prende tanto. Va male? Poco o niente. Il rischio ve lo siete diviso.
Ti ricordi i padroni del lotto di Harlem del capitolo scorso? Si rifiutarono di pagare a Brooklyn un tributo fisso e si accordarono per dare il sessanta per cento degli incassi. Scelsero la quota. Morano accettò il debito. Stesso lotto, stesso quartiere, stesso anno. Una sola differenza: chi si tiene il rischio del mese storto. Nel caso di Morano se lo teneva Morano. E a un certo punto decise di scaricarlo sul creditore. Nel modo più brutale.
La torta resta quella
Nel 1958 due economisti americani, Franco Modigliani e Merton Miller, dimostrarono una cosa che all’inizio sembra strana. Se non ci sono tasse e il fallimento non costa niente, una società vale uguale, comunque si finanzi: col debito o con le azioni. La torta è quella. Si decide soltanto a chi va quale fetta e chi si tiene il rischio.
Morano l’avrebbe imparato sulla propria pelle. Il lotto rendeva quello che rendeva. I venticinque dollari a settimana non gli aggiunsero un centesimo di incasso. Gli caricarono addosso soltanto tutto il rischio delle settimane storte.
Poi Modigliani e Miller fecero una correzione. Ed è più importante del teorema stesso. Quando arrivano le tasse, conviene di più prendere in prestito: in molti paesi gli interessi sul debito abbassano le tasse della società, mentre i pagamenti agli azionisti no. È come se lo Stato ti desse un premio perché ti sei indebitato. Ma più devi, più il fallimento si avvicina, e il fallimento costa caro: avvocati, svendite a prezzi stracciati, clienti che se ne vanno. Una società assennata cerca la via di mezzo. Prende in prestito quanto basta per guadagnarci sulle tasse, ma non tanto da crollare al primo anno brutto.
Il creditore che non si spaventa
Già che parliamo di tasse.
C’è un creditore davanti al quale qualunque mafioso è disarmato. Il fisco. Nel 1927 la Corte suprema degli Stati Uniti stabilì che anche il reddito illegale è tassabile: hai guadagnato col contrabbando? Abbi la cortesia di pagare. Quattro anni dopo, con quella sentenza, misero dentro Al Capone. Questo lo sanno tutti.
Meno gente sa su chi il fisco si sia allenato prima e dopo. L’impresario edile Tommaso Gagliano, del Bronx, a quel tempo era già a capo di una delle famiglie di New York. Nel 1932 lo dichiararono colpevole di evasione fiscale: secondo l’accusa, non aveva dichiarato più di duecentoquarantacinquemila dollari guadagnati col cartello degli intonacatori. Si prese quindici mesi.
E Ciro Terranova, il fratellastro di Morello che un tempo si era arricchito col racket dei carciofi, finì ancora peggio. Nel 1935, scrive Dash, il governo lo prese di mira per le tasse non pagate, con lo stesso sistema usato contro Capone. Due anni dopo Terranova si dichiarò fallito: a quanto pare, non riusciva a pagare un conto di cinquecentoquarantatré dollari. La banca si prese la casa ipotecata. Nell’elenco dei suoi beni figuravano duecento dollari che gli dovevano, due azioni di una società immobiliare e «un possibile motivo per una causa per arresto illegittimo». Poco prima un capitano di polizia lo aveva preso in giro: la credono un pezzo grosso del racket, e invece è solo un ambulante da quattro soldi.
Il fisco non spara, non minaccia e non ha fretta. Arriva e basta, col conto in mano. E niente di quello a cui erano abituati gli uomini di Terranova funziona contro di lui.
Quando il debito diventa quota
C’è anche un’altra strada. La fa quasi chiunque abbia preso in prestito troppo.
Saviano racconta come la camorra a Napoli abbia rimesso a nuovo la vecchia usura. Al commerciante conviene pagare il fornitore in contanti: così la merce gli costa parecchio meno che con le cambiali. I contanti glieli presta il clan, in media al dieci per cento. Subito, secondo Saviano, si crea un rapporto quasi da società: i profitti si dividono a metà. Ma se il commerciante non riesce a stare dietro ai pagamenti, il tasso del clan sale, verso l’alto va sempre più denaro, e alla fine lui si ritrova nel suo negozio come prestanome a stipendio mensile. I clan, osserva Saviano, non sono come le banche, che ti portano via tutto fino all’ultimo. I beni se li prendono. Le persone le lasciano a lavorare.
Così il debito diventa quota. Le società legali fanno la stessa strada quando falliscono. I creditori che non sono stati pagati diventano proprietari. I vecchi padroni restano a mani vuote. A volte, seduti sulla poltrona da direttore.
Quanto prese in prestito il Don
Don Vincenzo in quarant’anni prese in prestito una volta sola. Si comprava la seconda pressa, in cassa i soldi non bastavano, e lui fece un prestito in banca per due anni. Lo restituì in quattordici mesi. Gli chiesi perché tanta fretta, se il contratto gli permetteva di prendersela comoda e l’interesse era basso. Il Don disse: «Finché devo soldi alla banca, nella lavanderia ho due padroni. Uno lo sopporto solo perché l’ho chiamato io».
Non ti consiglio di fare il testardo come lui. Modigliani e Miller hanno ragione: se prendi in prestito con giudizio, l’affare si rafforza. Ma anche il Don aveva ragione. La rata fissa non ti chiede che mese hai avuto. Prendi in prestito quanto reggi nell’anno peggiore, non in quello medio. Sennò un giorno, come il commerciante di Saviano, ti svegli che fai il direttore nella tua stessa bottega.
