Forward e future
I limoni che nell’Ottocento crescevano nei giardini intorno a Palermo ci mettevano parecchio ad arrivare su una tavola di Londra o di New York. Passavano di mano in mano: agenti commerciali, grossisti, imballatori, trasportatori. Dickie scrive che tutto questo commercio si reggeva su infinite speculazioni finanziarie: i soldi cominciavano a girare quando i frutti stavano ancora maturando sugli alberi. I padroni dei giardini volevano assicurarsi contro il cattivo raccolto e rientrare di quello che avevano investito, e investivano parecchio. Per questo i limoni, di regola, si vendevano molto prima della raccolta.
Così faceva anche il padrone di un giardino chiamato fondo Riella, cognato del medico palermitano Gaspare Galati. Vendeva il raccolto in anticipo ai mediatori. Ma all’inizio degli anni Settanta dell’Ottocento i mediatori che avevano comprato il raccolto notarono una cosa strana. Limoni e mandarini sparivano direttamente dagli alberi. Da soli. Il giardino si fece una fama, come scrive Dickie, assai dubbia, e quasi nessuno dubitava che dietro ci fosse il guardiano, Carollo. E che quel giovanotto intraprendente volesse una cosa sola: far crollare il prezzo del fondo e poi comprarselo.
Vendere il raccolto prima del raccolto
Più vecchio di questo accordo c’è solo il baratto. Vendere quello che ancora non c’è, a un prezzo fissato oggi. Il padrone del giardino sa quanto incasserà anche se in autunno i limoni crollano, e il compratore sa quanto pagherà anche se i prezzi volano. Tutti e due dormono più tranquilli. Ognuno passa all’altro il rischio che a lui non va giù.
Un accordo così si chiama forward. È utile ed è onesto. Ma ha due punti deboli, e il fondo Riella li ha mostrati tutti e due.
Il primo è il rischio di consegna: e se poi non consegnano? I due si sono accordati su un giardino preciso, e tutto dipende da quello che succede a quel giardino. Il guardiano ruba, il giardino brucia, il padrone ci ripensa, e il compratore resta a mani vuote. Il prezzo è fissato. I limoni no.
Il secondo è il rischio di controparte: e se il socio scappa? In autunno i limoni costano la metà? Il compratore, che aveva promesso il vecchio prezzo alto, ha una gran voglia di non pagare. Costano il doppio? Il venditore ha una gran voglia di vendere a qualcun altro. Chi ci perde in un accordo cerca sempre il modo di uscirne.
Dal giardino alla Borsa
Giapponesi e americani l’hanno risolta ciascuno a modo suo.
A Osaka, all’inizio del Settecento, il riso era moneta: col riso si pagavano i samurai, col riso saldavano i conti i signori feudali. Sul mercato del riso, nel quartiere di Dojima, si compravano e si vendevano ricevute per il riso che stava nei magazzini, e poi si cominciò a comprare e vendere contratti: riso di qualità standard, consegna in tale data. Nel 1730 lo shogunato riconobbe ufficialmente quel mercato. L’importante non è che si commerciasse riso futuro. L’importante è come: i contratti erano tutti uguali, potevano trattare solo i membri della Borsa e i conti si regolavano attraverso la Borsa.
A Chicago, nel 1848, i mercanti fondarono una camera di commercio. Nel 1865 presero i loro accordi sparsi, su chi doveva consegnare grano a chi e quando, e ne fecero contratti di Borsa standard, per i quali entrambe le parti versavano un deposito. Così nacquero i future.
Che differenza c’è fra un future e un forward? Il future è standard: non «il raccolto del fondo Riella», ma «cinquemila bushel di grano di tale varietà, consegna nel tal mese». Quindi lo puoi vendere a chiunque, non solo a quello con cui ti sei accordato. E fra compratore e venditore c’è la camera di compensazione: a volte un ufficio della Borsa, a volte una società a parte. I finanzieri la chiamano controparte centrale: nessuno fa l’affare con l’altro, tutti lo fanno con lei. Qualcuno non paga? La camera prima gli prende il deposito e la sua quota del fondo di garanzia. Poi ogni camera ha il suo ordine: c’è chi mette per primi i soldi propri, chi le quote degli altri partecipanti, ma tutte tengono delle riserve per quel giorno.
Il deposito ogni giorno
E perché la camera non vada in rovina lei stessa, prende un deposito da ciascuno: il margine. Di solito fra il cinque e il quindici per cento di quanto vale il contratto. E ogni sera la Borsa rifà i conti: chi ha vinto nella giornata e chi ha perso. Hai perso? Versi soldi sul conto. Non li versi? Ti chiudono la posizione.
Nessun guardiano Carollo avrebbe potuto rubare così su un contratto di Borsa. Avevi promesso di consegnare limoni e cerchi di svignartela? Il tuo deposito ce l’ha già la camera.
Solo, non pensare che il rischio sia sparito. Ha cambiato forma. Il socio non può più scapparti, ma è spuntato altro. Se un grosso partecipante crolla tanto da far saltare la camera, a versare saranno tutti gli altri. Chi si copre versa il margine in contanti ogni sera, anche se il suo raccolto va benissimo e in autunno ci guadagnerà. E il contratto standard tratta grano standard: non della tua varietà, non dal tuo silo e non nel tuo giorno. Che cosa comporta, te lo racconto nel prossimo capitolo.
Quando il margine morde
Come morde il margine l’hanno mostrato meglio di tutti due miliardari texani, i fratelli Nelson Bunker Hunt e William Herbert Hunt. Alla fine degli anni Settanta cominciarono a fare incetta d’argento: il metallo e i future sul metallo. Alla fine del 1979, insieme ai soci, ne controllavano circa centonovantacinque milioni di once. Nell’estate del 1979 un’oncia d’argento costava meno di dieci dollari, e nel gennaio 1980 superò i cinquanta. Più di cinque volte tanto.
Allora la Borsa cambiò le regole. Il sette gennaio limitò quanto argento si poteva tenere in posizione, e il ventuno gennaio stabilì che le vecchie posizioni si potevano solo chiudere, non aprirne di nuove. I compratori sparirono e il prezzo prese a scendere. Il ventisette marzo 1980, il giorno che poi chiamarono «giovedì d’argento», l’argento chiuse a dieci dollari e ottanta centesimi. Ogni sera agli Hunt chiedevano nuovo margine. Non avevano con che pagare. Le loro posizioni furono vendute d’ufficio, e dopo, solo presso un broker, restò a loro carico un debito scoperto di circa centoventidue milioni di dollari. Perché il mercato non crollasse, tredici banche prestarono alla compagnia petrolifera di famiglia degli Hunt un miliardo e cento milioni.
Agli Hunt non servirono né i miliardi né la sicurezza. Il margine non ti chiede quanto sei ricco: ti chiede quanto verserai stasera.
Il patto del Don
Ti ricordi come Don Vincenzo si accordò con il frantoio per cinque anni, fissando in anticipo sia la quantità sia il prezzo? Un forward bello e buono. E con tutti e due i suoi punti deboli: il frantoio poteva bruciare, e in un anno molto brutto il padrone poteva voler vendere l’olio più caro a qualcun altro.
Una Borsa il Don non ce l’aveva, e i buchi li chiudeva con quello che aveva: il primo chiedendo al padrone di assicurare il magazzino, il secondo facendo affari con lui da vent’anni e, negli anni brutti, prestandogli lui stesso soldi senza interessi. «La Borsa controlla che nessuno scappi», diceva il Don. «Io la Borsa non ce l’ho. Quindi devo fare in modo che a nessuno venga voglia di scappare.»
Tirando le somme
La Borsa non elimina il rischio dell’affare, gli cambia forma: al posto del socio che può scappare hai la camera e un conto margine da rimpinguare ogni sera. I soldi per quella sera tienili pronti prima.
