Andare in Borsa
Nel 1956 la Ford, che da cinquant’anni e passa apparteneva a una sola famiglia, vendette al pubblico dieci milioni e duecentomila azioni. Ne ricavò seicentocinquantotto milioni di dollari. Fino ad allora nessuna società americana aveva incassato tanto con le azioni. La famiglia si era aperta al pubblico.
A preparare l’operazione fu Sidney Weinberg, della banca Goldman Sachs. Era amico di famiglia da tempo e le dava consigli in via informale. Il problema non era semplice. La famiglia voleva i soldi, ma non voleva cedere la società. Il pubblico voleva una quota della Ford, ma non voleva fare la pedina della famiglia. Weinberg trovò il modo di riorganizzare la società e di dividere i voti e i soldi, come abbiamo visto l’ultima volta. Lui stesso entrò nel consiglio, tra i primi amministratori indipendenti. E la banca ci mise il proprio nome per garantire che era tutto pulito.
Che cos’è un’offerta pubblica? Una società privata vende per la prima volta azioni a chiunque voglia comprarle. Detto così, sembra facile. In realtà, nel mondo dei soldi poche cose sono più complicate. E tutta questa complicazione serve a una cosa sola: far sì che degli sconosciuti si fidino di una società che non hanno mai visto da dentro.
Prima i tuoi
Finché la società è piccola, i soldi glieli dà chi conosce il padrone di persona. Parenti, amici, compaesani. Ti ricordi la United Lathing nel Bronx? La maggior parte dei suoi azionisti, scrive Critchley, veniva da Corleone. Chi metteva soldi negli affari di Gagliano non si distingueva perché frequentava la malavita, ma perché veniva dallo stesso paese. Qualcuno era pure suo parente.
Ed è normale. Il compaesano sa dove abiti. Conosce tuo padre. Sa che cosa dirai al matrimonio di sua figlia, se i suoi soldi spariscono. Ci si fida perché si vive vicini. Solo che il vicinato ha un tetto. Di compaesani di Corleone nel Bronx ce n’erano pochi, e anche di soldi ne avevano pochi.
Vuoi che a pagarti siano migliaia di sconosciuti? Trova qualcosa che prenda il posto del vicinato. È per questo che si costruisce tutta la macchina del collocamento. La società mette in piazza i propri affari nel prospetto. I revisori controllano i numeri. Lavorano gli avvocati. La Borsa decide chi far entrare. E la banca che fa da underwriter, cioè garantisce il collocamento, si gioca la reputazione e spesso compra lei stessa le azioni, per poi rivenderle al pubblico.
La prima offerta
La prima volta fu ad Amsterdam, nell’agosto del 1602. La Compagnia olandese delle Indie orientali aprì la sottoscrizione, e i soldi li portarono più di millecento persone, dai mercanti ricchi agli artigiani. Conoscevano gli amministratori? Non ce n’era bisogno. Dietro la compagnia c’era la carta degli Stati generali. E qualche anno dopo in città costruirono un edificio apposta per commerciare le quote. Ancora oggi lo chiamano la prima Borsa valori del mondo.
Senza prospetto
E un collocamento senza questa macchina, che faccia ha? Nessuno l’ha mostrato meglio di Saviano. La camorra napoletana, quando portava i soldi nell’economia legale, sapeva approfittare delle crisi. Se servivano capitali in fretta, vendeva titoli falsi, spacciati per titoli di Stato.
Che cosa può controllare chi compra un titolo così? Niente. Nessuno ha scritto un prospetto, nessun revisore ha controllato, nessuna banca ha garantito. C’è un bel modulo stampato e un uomo che te lo vende. Il pubblico distingue un collocamento vero da uno falso solo se qualcuno ne risponde. Ed è per questo che le banche d’affari si prendono le commissioni. A volte ingiustamente grosse. Ma non le paghi per la carta. Le paghi per la firma.
Come i soldi escono dall’ombra
E adesso ti racconto come un affare privato, e molto losco, una volta si è aperto al pubblico. Anche se dalla porta di servizio.
Durante il proibizionismo, i fratelli Reinfeld di Newark, insieme ad Abner Zwillman e Joseph Stacher, portavano alcol via mare. Secondo le stime, facevano entrare circa il quaranta per cento di tutto l’alcol che arrivava di nascosto in America dal Canada e dall’Europa. Dal 1926 al 1933, riferisce Critchley, il sindacato teneva in sei banche, sotto nomi inventati, più di ventuno milioni di dollari.
Il proibizionismo finì. I soci comprarono una quota di un importatore di liquori nazionale, perfettamente legale, e nel 1940 la vendettero alla Distillers-Seagram per sette milioni e mezzo di dollari. I soldi erano rimasti dieci anni sotto nomi di altri. Poi erano diventati una quota di una società legale. Poi un assegno firmato da uno dei più grandi produttori di whisky. Riciclati? Diciamola con più garbo: presentati in società.
È un collocamento vero e proprio? No. Un affare privato è stato semplicemente venduto a un grosso compratore con capitale pubblico. Ma il meccanismo è lo stesso. Quello che era nascosto è stato mostrato, sotto la roba dubbia ha messo la firma un compratore rispettabile, e i proprietari si sono ritrovati soldi da spendere. Critchley, tra l’altro, ci tiene a sottolinearlo: quel sindacato era molto più grosso degli italiani che di solito si chiamano i re del proibizionismo. I soldi grossi amano il silenzio. E non amano i cognomi nei titoli dei giornali.
Il sogno di diventare legali
Nel Padrino — è un film, non la storia — Michael promette a Kay che entro cinque anni la famiglia Corleone sarà del tutto legale. Passano gli anni. Nel terzo film Michael paga ancora cifre enormi per comprarsi la rispettabilità.
Gli sceneggiatori hanno capito la cosa principale. Aprirsi al pubblico è difficile, ma non per i soldi. I soldi i Corleone li avevano. È difficile perché il pubblico vuole sapere da dove vengono i soldi, chi li gestisce e che cosa succede se qualcosa va storto. E bisogna rispondere per iscritto, con la firma sotto. Una famiglia mafiosa può comprare qualunque cosa. Tranne il diritto di non rispondere alle domande.
Il Don garantisce
Don Vincenzo in Borsa non ha mai collocato niente. Ma a fare l’underwriter gli è toccato lo stesso.
Il nipote della signora Lucia aveva aperto un piccolo forno e sognava di portare il pane agli alberghi. Gli alberghi non lo conoscevano e da uno sconosciuto non volevano comprare. Lucia chiese al Don. Il Don per tre settimane mangiò quel pane ogni mattina, andò al forno, parlò con i garzoni. Poi accompagnò lui stesso il fornaio in due alberghi con cui lavoravamo e disse ai direttori: «Se vi lascia a piedi, ne rispondo io».
Sei mesi dopo il fornaio non si svegliò e non portò il pane per la colazione proprio il giorno di un grande banchetto. Il direttore non telefonò al fornaio. Telefonò al Don. Il Don pagò la penale all’albergo di tasca sua, e solo dopo parlò col fornaio. Da allora il fornaio non ha più tardato una volta, e cinque anni dopo portava il pane già a sette alberghi. Chiesi al Don perché avesse pagato lui. «Perché la prossima volta che garantisco per qualcuno», disse, «mi crederanno». Un garante vale esattamente quanto è disposto a pagare per lo sbaglio di un altro.
