Come vanno in fumo le banche
Il 18 giugno 1982, sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra, trovarono impiccato il banchiere italiano Roberto Calvi, che guidava il Banco Ambrosiano di Milano. Nelle tasche aveva dei mattoni e circa quattordicimila dollari in tre valute. La polizia londinese all’inizio decise: ha fatto da solo.
Dickie scrive che Calvi, per molti versi, aveva seguito le orme di un altro banchiere di triste fama, Michele Sindona. Tutti e due erano saliti in alto presto, erano amici del Vaticano, davano soldi ai partiti, erano crollati, avevano cercato disperatamente di salvarsi e avevano ricattato i politici. Tutti e due erano iscritti alla loggia massonica segreta P2. Solo nell’aprile del 2002 le autorità italiane riconobbero che Calvi non si era ucciso. Lo avevano aiutato. L’accusa si reggeva su quello che aveva raccontato l’ennesimo mafioso pentito: Calvi riciclava i soldi della mafia come Sindona, e quando smise di ispirare fiducia lo ammazzarono. Nel 2007 il tribunale assolse gli imputati. Ma l’omicidio lo riconobbe.
E la banca? Quando il Banco Ambrosiano crollò, mancavano all’appello circa un miliardo e duecentottantasette milioni di dollari, usciti attraverso società di comodo all’estero. La banca vaticana era legata a quelle società. Nel 1984 pagò ai creditori duecentoventiquattro milioni di dollari, senza ammettere colpe, «a titolo di riconoscimento di un coinvolgimento morale». Detto bene. Da noi si direbbe più semplicemente: ha pagato per il silenzio.
Nel Padrino – Parte III, ed è un film, ricordiamolo, un banchiere viene trovato impiccato sotto un ponte, e un affare con la banca vaticana si rivela una truffa. Gli sceneggiatori non si sono inventati niente. Hanno solo portato i titoli dei giornali sullo schermo.
Com’è fatta una banca destinata a bruciare
Vuoi capire come vanno in fumo le banche? Costruiamocene una piccola noi.
Tu ci metti dieci soldi tuoi: è il capitale. I correntisti ne portano altri novanta. Tu li presti tutti e cento. I debitori ti pagano, mettiamo, il sette per cento, e ai correntisti paghi il tre. La differenza te la tieni, e sui tuoi dieci soldi viene fuori tantissimo, perché lavori su cento.
E adesso facciamo che i debitori non abbiano restituito un decimo. Dieci su cento. Che cosa resta del tuo capitale? Zero. Ai correntisti devi sempre novanta, e di soldi ne hai esattamente novanta. Non paga un altro debitore, e non hai più con che pagare.
Questa si chiama leva finanziaria, o leverage. Meno capitale tuo c’è dietro ogni dollaro prestato, più la banca ingrassa negli anni buoni. E più in fretta muore in quelli cattivi. La banca d’affari Lehman Brothers nel 2003 aveva, per ogni dollaro di capitale, circa ventiquattro dollari di attivi. Nel 2007, trentuno. Bastava che gli attivi perdessero poco più del tre per cento, e il capitale spariva. Nel settembre del 2008 andò proprio così.
La corsa agli sportelli
C’è un secondo modo di bruciare. Anche se i prestiti sono buoni.
La banca prende a prestito corto e presta lungo. Il correntista può ritirare i soldi domani, e il mutuo l’hanno dato a vent’anni. Finché i correntisti non arrivano tutti insieme, non c’è niente da temere. Se arrivano, non c’è con che pagare: i soldi stanno nelle case degli altri.
Il 14 settembre 2007 la banca britannica Northern Rock chiese alla Banca d’Inghilterra un sostegno urgente. La notizia finì sui giornali, e la mattina dopo davanti alle filiali c’erano le code. Era da centocinquant’anni che i correntisti non prendevano d’assalto una banca britannica. Northern Rock prestava soldi per comprare casa, ma i soldi suoi non li prendeva dai correntisti: se li faceva prestare sul mercato all’ingrosso da altre banche, a breve. Nell’estate del 2007 quel mercato si congelò, e non si trovava più nessuno da cui farsi prestare. La banca non era spacciata. Semplicemente non arrivava a domani. Nel febbraio del 2008 la nazionalizzarono.
Ti ricordi come nel 1906 una voce per poco non mandò i correntisti all’assalto di una piccola banca di Little Italy? In cento anni è cresciuta solo la coda.
L’assicuratore che bruciò per primo
E il terzo modo, il più moderno. Le banche hanno imparato ad assicurare i loro prestiti. Compri da un assicuratore un contratto: se il debitore non paga, paga l’assicuratore. Si chiama credit default swap. Una cosa utile. Finché l’assicuratore stesso è in grado di pagare.
La compagnia d’assicurazioni americana AIG, attraverso la sua divisione finanziaria, vendette contratti del genere per centinaia di miliardi di dollari, assicurando titoli con il rating più alto, molti dei quali erano imbottiti proprio di quei mutui. Pagare, sembrava, non sarebbe mai toccato, e per questo AIG ci teneva sotto poco capitale. Poi i mutui cominciarono a franare, abbassarono il rating della stessa AIG, e le chiesero garanzie su tutti i contratti insieme. Il 16 settembre 2008, il giorno dopo il fallimento di Lehman, la Federal Reserve Bank di New York aprì ad AIG un credito fino a ottantacinque miliardi di dollari e in cambio si prese quasi l’ottanta per cento della compagnia. In tutto per salvarla ci vollero più di centottanta miliardi. Poi AIG restituì tutto, e lo Stato ci guadagnò pure. Ma se non l’avessero salvata, sarebbero bruciati tutti quelli che si erano assicurati con lei.
Ti ricordi delle mogli dei camorristi che non si fidavano della cassa del clan? Sparirà proprio quando ti serve. AIG era la cassa del clan per tutto il sistema finanziario del mondo.
La banca drogata
Un’altra lezione: i soldi della banca centrale curano il panico, ma non il buco.
Il finanziere Michele Sindona, che ho già nominato, nel 1972 comprò il controllo della Franklin National Bank americana, una delle grandi banche del paese. Secondo le indagini, dalla banca tirò fuori decine di milioni di dollari per coprire quello che aveva perso speculando sulle valute. Quando la cosa venne a galla, i correntisti scapparono. La banca stava in piedi facendosi prestare soldi dalla Federal Reserve, e le doveva più di un miliardo di dollari. Non servì. L’8 ottobre 1974 la Franklin National fu dichiarata insolvente. Una banca così grossa negli Stati Uniti non era mai caduta prima. Il prestatore di ultima istanza può dare tempo a una banca. Restituirle il rubato non può.
La regola del Don sui debiti
Don Vincenzo banchiere non era, ma una regola sulla leva ce l’aveva. Tutto quello che dovevano le lavanderie e il commercio dell’olio messi insieme, ai fornitori, per l’affitto, per la pressa, non doveva superare quello che guadagnavamo in un mese. I debiti superavano il mese? Non compravamo niente di nuovo finché non avevamo pagato.
Una volta gli chiesi: perché proprio un mese? «Perché un mese senza un soldo d’incasso me lo so immaginare», rispose il Don. «Se in un mese così devo più di quello che c’è in cassa, mi seppelliscono i creditori. Se devo di meno, solo gli scioperanti.» Scherzava. La cifra era seria. La leva non si sceglie sui tempi buoni, ma sul mese peggiore che riesci a immaginarti.
Tirando le somme
Una banca può bruciare per una perdita, per la coda davanti alla porta e per l’assicuratore che non è riuscito a pagare, e più spesso per tutte e tre le cose insieme. I soldi della banca centrale danno tempo. Il buco non lo chiudono.
