I vecchi Don del mercato
Ogni mestiere ha i suoi vecchi Don. Sono quelli che ci hanno passato una vita, non sono falliti, si sono guadagnati rispetto e qualcosa agli altri l’hanno insegnato. Nel nostro mestiere li si ricorda dai racconti al tavolo di cucina. Sul mercato, dai libri, dalle lettere e dalle interviste. Non ne ho conosciuto nessuno e non farò finta di averli conosciuti. Tutto quello che ti racconterò si sa da fonti pubbliche, oppure l’hanno detto e scritto loro stessi. E che cosa prenderne per te, te lo dico di mio.
John Bogle: compra tutto il pagliaio
John Bogle fu licenziato dalla società che dirigeva. Per più di vent’anni aveva fatto carriera in una delle più vecchie società di gestione americane, fino ad arrivare in cima. E fu buttato fuori dopo una fusione che aveva approvato lui stesso. Quell’operazione poi la definì il suo errore più grande. Aveva passato i quarant’anni.
Nel 1974 fondò la Vanguard. Poco dopo lanciò un fondo che non cercava di scegliere le azioni migliori, ma comprava semplicemente tutte le azioni delle maggiori società americane, nelle stesse proporzioni dell’indice, e chiedeva per questo una commissione minima. I concorrenti ridevano e lo chiamavano «la follia di Bogle». Al lancio raccolse molto meno del previsto. Oggi i fondi indicizzati come quello gestiscono migliaia di miliardi di dollari.
L’idea principale di Bogle sta in una frase che gli si attribuisce spesso: non cercare l’ago nel pagliaio, compra tutto il pagliaio. Anche quest’idea ha il suo prezzo. Chi compra il pagliaio non batterà mai il mercato. Avrà il mercato meno una piccola commissione, nell’anno cattivo cadrà insieme a tutti e non potrà dirsi che è stato più furbo del vicino.
Che cosa ne prendi tu? La commissione di gestione si mangia il rendimento piano piano, senza farsi notare, come la ruggine. Chi ti chiede meno di tutti spesso ti fa guadagnare più di tutti. È la cassa comune, né più né meno. I capi che fanno la «scelta furba» non li paga. Tiene semplicemente una quota di tutto il quartiere.
Charlie Munger: non essere stupido
Nel 1973 la società d’investimento di Charlie Munger perse il trentadue per cento. Nel 1974, un altro trentuno. Chi gli aveva affidato un dollaro all’inizio del Settantatré, due anni dopo ne aveva in mano meno di cinquanta centesimi. Eppure la società lavorò dal 1962 al 1975 e, anche con quei due anni, rese in media quasi il venti per cento l’anno. L’indice Dow Jones allora cresceva del cinque. Dal 1978 fino alla morte Munger fu il vice di Warren Buffett alla Berkshire Hathaway. Morì nel novembre del 2023, poco più di un mese prima di compiere cent’anni.
In una lettera agli azionisti di una delle sue società, nel 1990, scrisse una frase che mi piace più di tutti i suoi aforismi: è straordinario quanto vantaggio a lungo termine abbiano ottenuto persone come noi cercando costantemente di non essere stupide, invece di cercare di essere molto intelligenti. E nel suo famoso discorso sulla psicologia degli errori umani consigliava di non pensare mai, in nessuna circostanza, a nient’altro quando bisogna pensare alla forza degli incentivi.
Che cosa ne prendi tu? Munger per due anni di fila perse un terzo del capitale, e lo stesso diventò uno degli investitori più rispettati del secolo. Le perdite non le evitava. Le reggeva. E se vuoi capire perché uno si comporta in un modo e non in un altro, prima scopri per che cosa lo pagano. È quello che ti ripeto da tutto il libro.
Howard Marks: non si può prevedere, ci si può preparare
Nell’autunno del 2008, quando tutti vendevano nel panico i debiti di chi stava per fallire, la Oaktree di Howard Marks li comprava, con un fondo di quasi undici miliardi di dollari raccolto quello stesso anno. Il più grande fondo del genere fino a quel momento. La scommessa era che il panico vende sotto quello che le cose valgono. Il punto più basso nessuno lo annuncia prima. Se la discesa fosse durata di più, quei soldi sarebbero affondati insieme al mercato, e chi compra sul panico questo rischio ce l’ha sempre.
A quell’autunno Marks ci arrivava da vent’anni. Dalla fine degli anni Ottanta si occupava di debiti in sofferenza, e nel 1995 fondò la Oaktree con quattro colleghi. Diventò famoso perché scriveva lettere ai clienti. Buffett diceva che, quando vedeva nella posta una lettera di Marks, la apriva per prima. Una di queste, del novembre 2001, si intitola «Non si può prevedere. Ci si può preparare». Lì scrive anche che i cicli sono inevitabili, e cita una sua vecchia lettera: gli sbalzi d’umore dei mercati dei titoli somigliano al movimento di un pendolo.
Che cosa ne prendi tu? Marks compra i debiti di gente che non riesce a pagare. Nel nostro mondo lo faceva l’usuraio, che comprava le cambiali degli altri a metà prezzo. La differenza è che Marks passa per il tribunale, non per le minacce. E guadagna perché non cede al panico, non perché lo crea. Essere pronti all’anno cattivo vuol dire soldi che stanno fermi negli anni buoni. Marks quel prezzo lo pagava. Don Vincenzo, con la sua busta nel cassetto della scrivania, pure.
Don Valentine: un mercato grande
Nel 1978 il fondo di venture capital Sequoia Capital mise centocinquantamila dollari in una giovane società chiamata Apple. Il fondo l’aveva fondato nel 1972 Don Valentine, un ex venditore di semiconduttori di quelle aziende che crearono la Silicon Valley. Il primo investimento del fondo fu Atari, che poi fu venduta per ventotto milioni di dollari. Più tardi il fondo finanziò Cisco e molte altre società diventate colossi. Valentine è morto nel 2019.
In un’intervista alla Stanford Graduate School of Business, nel 2010, spiegava il suo approccio in modo molto semplice. Il nostro obiettivo è sempre costruire grandi aziende. Se non attacchi un mercato grande, difficilmente costruirai un’azienda grande. E fra i fondatori gli piaceva la gente che sa quello che non sa.
Che cosa ne prendi tu? L’investitore di venture capital fa tante piccole puntate. La maggior parte va persa. Punta per quelle poche che cresceranno di cento volte. È un’opzione bella e buona: perdere puoi solo quello che hai messo, vincere quanto vuoi. Solo che in questo mestiere le puntate perse sono sempre più di quelle riuscite, e bisogna sopportarlo per anni. E l’idea del mercato grande io la tradurrei nella nostra lingua così: scegli il territorio, non l’uomo. Un quartiere grande dà da mangiare anche a un capo mediocre. Uno piccolo non salva nemmeno un genio.
Jim O’Shaughnessy: regole al posto delle emozioni
Nel 1997 Jim O’Shaughnessy pubblicò il libro What Works on Wall Street, dove su dati di decenni verificava quali semplici regole di scelta delle azioni avessero davvero reso più del mercato. Il suo approccio è quantitativo. Comprare azioni secondo regole fissate in anticipo, per esempio quelle a buon mercato e con pochi debiti, tenerle in un paniere e rivederle a scadenze fisse, senza farsi prendere dall’umore. Nel 2007 fondò una sua società di gestione, e nel 2021 un grosso gruppo, Franklin Templeton, accettò di comprarla.
In un podcast del 2025 ricordò un suo vecchio modo di dire: i quattro cavalieri dell’apocalisse degli investimenti sono la paura, l’avidità, la speranza e l’ignoranza. E aggiunse che di questi solo l’ignoranza non è un’emozione.
Che cosa ne prendi tu? Paura, avidità, speranza e ignoranza: proprio su questo guadagnava il nostro mondo quando raccoglieva scommesse, faceva girare il lotto clandestino e costruiva piramidi. O’Shaughnessy si difende da loro con regole scritte prima. Come Don Vincenzo col foglietto dell’anno di magra. La regola che hai scritto a mente fredda è più intelligente di te quando hai paura. Ma anche la regola ha il suo prezzo: ci sono anni in cui perde contro il mercato, ed è proprio allora che è più difficile tenerle fede.
Morgan Housel: la ricchezza che non si vede
Grace Groner rimase orfana presto. Per tutta la vita lavorò come segretaria nello stesso posto, visse da sola in una casetta e non guidava la macchina. Morì nel 2010, a cent’anni. E lasciò in beneficenza sette milioni di dollari, messi insieme con risparmi modesti e ottant’anni di paziente interesse composto.
La sua storia l’ha raccontata il giornalista finanziario Morgan Housel, il più giovane di questa lista, in un saggio del 2018 da cui poi è nato il libro La psicologia dei soldi. Lì ha scritto che l’industria finanziaria parla troppo di che cosa fare e troppo poco di quello che ti succede nella testa quando provi a farlo. E un’altra frase, che vorrei che tu ti ricordassi: la ricchezza, in realtà, è quello che non si vede. E il margine per gli errori, scrive Housel, ti permette di resistere, e la resistenza ti permette di durare abbastanza a lungo.
Che cosa ne prendi tu? La ricchezza che si vede sono soldi già spesi. Ti ricordi Pistone e i suoi conoscenti, che facevano il colpo grosso e poi facevano la bella vita per due settimane? Quello si vedeva. Grace Groner non si vedeva. L’ha pagato con una vita senza macchina e senza lussi, e ognuno decide da sé se un prezzo così valga sette milioni per il bene degli altri. Ma il capo Jimmy Capasso, che consigliava di mettere da parte da ogni affare presso un amico affidabile, sarebbe stato d’accordo con lei, credo.
Stanley Druckenmiller: proteggere il capitale e colpire a colpo sicuro
Nel settembre del 1992 ci fu il «mercoledì nero». Stanley Druckenmiller, il gestore principale del fondo di George Soros, giocò insieme a Soros contro la sterlina. La Banca d’Inghilterra spese riserve enormi per sostenere la sterlina, e dovette arrendersi. Il guadagno del fondo, secondo quanto riportato, superò il miliardo di dollari.
Sette anni dopo lo stesso uomo sbagliò alla grande. A cavallo fra il 1999 e il 2000, per sua stessa ammissione, comprò titoli tecnologici vicino al picco. Il fondo di Soros ci perse miliardi, e nella primavera del 2000 Druckenmiller se ne andò. Intanto, dal 1981, gestiva in parallelo un fondo tutto suo. Secondo i dati disponibili, in tre decenni quel fondo rese in media circa il trenta per cento l’anno e non conobbe un solo anno in perdita. Nel 2010 Druckenmiller lo chiuse, e dentro c’erano più di dodici miliardi.
In un’intervista per il libro di Jack Schwager sui grandi trader ricordava la lezione avuta da Soros: l’importante non è se hai ragione o torto, ma quanto guadagni quando hai ragione e quanto perdi quando sbagli. E una formula che i trader amano citare: ci vuole coraggio per fare il maiale, cioè prendere tanto quando sei davvero sicuro.
Che cosa ne prendi tu? Druckenmiller è il contrario di Bogle, e hanno ragione tutti e due, ognuno per la sua gente. Uno ha comprato tutto il pagliaio e non ci ha pensato più. L’altro pensava a ogni filo di paglia e colpiva con tutta la forza quando, di rado, era sicuro, e una volta con tutta la forza ha colpito a vuoto. Perfino la Banca d’Inghilterra, si è visto, la puoi mettere alle strette, se sai quanto ha in cassa. Ma per questo in cassa devi avere di più tu.
Che cosa li accomuna
Meno di quanto vorresti. Bogle consiglia di non scegliere, Druckenmiller di scegliere di rado e colpire con tutta la forza. Marks compra quello che si vende nel panico, Valentine punta su quelli che ancora non conosce nessuno, O’Shaughnessy non crede né a se stesso né a loro, solo alla regola. Vai dietro a uno, e ti tocca litigare con un altro.
Una cosa sola hanno in comune: ognuno si teneva un margine per gli errori e conosceva il prezzo del suo metodo. Il pagliaio non batterà mai il mercato. La puntata grossa un giorno ti colpirà in pieno. La regola può perdere per anni. I soldi per il panico degli altri stanno fermi per anni.
Don Vincenzo non ne ha letto nemmeno uno. Ha scelto il suo: una scorta per tre settimane, un contratto per cinque anni, la busta nel cassetto. E anche lui pagava: nell’anno buono pagava il frantoio più del dovuto, perché il prezzo era fissato in anticipo. Quale metodo sia il tuo, lo decidi tu. Solo, sappi con che cosa lo pagherai, e deciditi prima che arrivi la paura.
