Chi lo sa prima
Nel 1888 a capo dell’Ufficio investigativo di New York c’era l’ispettore Thomas Byrnes, un irlandese di quarantasei anni con dei baffi arruffati e due occhi che Dash paragona a ferri da calza d’acciaio. Lo consideravano il poliziotto più intelligente della città. Aveva messo in piedi la famosa «Galleria dei furfanti», una raccolta di fotografie di criminali, e aveva affinato i metodi d’interrogatorio: brutali, ma efficaci.
E poi era ricco. Secondo Dash, Byrnes si consigliava con gente di Wall Street che sapeva le cose da dentro, e comprava immobili e titoli. Il tutto valeva settanta volte il suo stipendio annuo di cinquemila dollari. Niente male, per un poliziotto.
Pensa un po’ perché Wall Street gli dava consigli. Byrnes proteggeva il quartiere finanziario da borseggiatori e ladri. E i banchieri e gli agenti di cambio che proteggeva non lo pagavano in soldi, ma in informazioni: che cosa comprare prima che lo sapessero gli altri. Il poliziotto non prendeva mazzette. Prendeva soffiate. Allora nessuno lo considerava un reato: in America una legge federale contro l’insider trading non c’era ancora.
Quando le regole non c’erano
Non c’era nemmeno quarant’anni dopo. Negli anni Venti, sul mercato americano, chi sapeva prima guadagnava su chi lo veniva a sapere per ultimo. Gli speculatori si mettevano d’accordo in gruppo, facevano ballare il prezzo di un’azione, spargevano voci, vendevano al pubblico sul picco e sparivano. Le società non erano obbligate a rendere conto dei propri affari. I banchieri vendevano ai clienti titoli di cui sapevano più di quanto dicessero.
Poi venne l’ottobre del 1929.
Dalla primavera del 1932 alla primavera del 1934 una commissione del Senato, che dal nome del suo accusatore principale, Ferdinand Pecora, tutti chiamavano la commissione Pecora, cercò di capire come funzionava la baracca. E capì parecchio. Lo stesso J. P. Morgan junior ammise che lui e molti dei suoi soci, nel 1931 e nel 1932, non avevano pagato l’imposta sul reddito. Sulla scia della commissione si fecero le leggi su cui il mercato vive ancora oggi. Con la legge del 1933 una società risponde se ha mentito nel prospetto. La legge del 1934 creò una commissione federale che da allora sorveglia il mercato. In sigla, la SEC.
Come primo presidente Roosevelt ci mise Joseph Kennedy, il padre del futuro presidente, uno che aveva guadagnato parecchio proprio con quei giochetti di Borsa che adesso bisognava vietare. Molti si indignarono. Ma il ragionamento era semplice: i trucchi li conosce meglio di tutti chi li ha usati. Metti la volpe a guardia del pollaio: almeno sa dove sono i buchi. In poco più di quattrocento giorni Kennedy riuscì a ridare alla gente fiducia nel mercato. La volpe fece il suo lavoro.
Mostra la faccia
L’idea di quelle leggi è semplice. Il mercato è onesto quando tutti giocano sapendo le stesse cose. Per questo una società quotata deve mostrare i bilanci e i rischi, dire che cosa comprano e vendono i suoi dirigenti e chi ha i pacchetti grossi. E chi sa qualcosa che gli altri ancora non sanno non ha il diritto di farci affari finché quella cosa non è diventata di tutti.
Ti ricordi di Lefty, che non poteva intestarsi il suo venti per cento nella ditta del pesce? Le regole sulla trasparenza dei veri proprietari sono state inventate proprio contro quelli come lui. Un proprietario nascosto può comandare una società senza rispondere di niente e, quando gli conviene, vendere le sue azioni a chi non sa chi è.
Gambetta, citando l’economista Reuter, spiega perché mostrarsi non è solo un obbligo, ma anche una convenienza. Un’impresa illegale non riesce quasi mai a farsi prestare soldi grossi: conti verificati non ne ha, e tenerla d’occhio non si può. La trasparenza fa costare meno il capitale.
Amici in Borsa
La mafia, si capisce, in Borsa ci andava pure lei. Mica solo la polizia. Il 2 marzo 2000 un gran giurì federale di Brooklyn incriminò diciannove persone. Sei di loro, secondo l’accusa, erano legate alle famiglie Bonanno, Genovese e Colombo. Dal 1993 al 1996, attraverso due società di intermediazione che controllavano in parte, avevano gonfiato con promesse false il prezzo delle azioni di quattro piccole società. Ai clienti non lasciavano vendere. I propri pacchetti li vendevano sul picco, e i soldi li portavano nei paradisi fiscali. La procura chiedeva di confiscare circa quaranta milioni di dollari.
I giornalisti si ricordarono subito della serie I Soprano, dove proprio quell’anno si vedeva Christopher, il nipote di Tony, «superare» l’esame da broker con le mani di un altro e darsi da fare in un ufficio che pompava azioni spazzatura. La serie era arrivata qualche settimana prima della procura.
Lo schema era identico a quello degli speculatori degli anni Venti. Solo che nel 2000 per quella roba si andava in galera.
Conosci il tuo cliente
La trasparenza ha anche un rovescio: pure la banca vuole sapere chi sei.
Nel 1976 Joe Pistone, appena cominciata la vita sotto copertura, andò ad aprire un conto in una grande banca di New York. Alla voce «conti precedenti» non scrisse niente: Donnie Brasco un passato non ce l’aveva. L’impiegato gli disse di no: senza verificare la firma presso la banca di prima, il conto non si apre. Così, scrive Pistone, prese la sua prima lezione di vita dall’altra parte della legge. Un conto senza storia creditizia non lo apri, nemmeno con mille dollari in contanti in tasca. Nella banca di fronte passò all’attacco: disse all’impiegato che era appena uscito di prigione e che gli stavano calpestando i diritti. L’impiegato si confuse e fece un’eccezione.
Oggi l’adeguata verifica della clientela è molto più severa, e quelle regole sono fatte contro quelli come Donnie Brasco. Solo che contro quelli veri. Ma l’episodio è utile ricordarselo: qualunque filtro si regge sull’uomo allo sportello. E un uomo lo puoi mettere in imbarazzo, convincere o spaventare.
I segreti che non si comprano
Una volta venne da Don Vincenzo il direttore di un grande albergo con cui volevamo lavorare da tempo, e per un piccolo favore si offrì di fargli vedere che prezzo per il lavaggio aveva messo il nostro concorrente in una gara a buste chiuse. Noi avremmo offerto un po’ meno e avremmo vinto.
Il Don rifiutò, con garbo e subito. Il direttore se ne andò offeso. Gli chiesi perché: il contratto era buono. «Chi mi vende il segreto di un altro», disse il Don, «domani venderà il mio. Non voglio lavorare dove i prezzi li sanno tutti, tranne gli onesti.» Quel contratto non lo prendemmo mai. Due anni dopo quel direttore lo licenziarono proprio per la stessa cosa, e il nuovo ci chiamò da solo.
Tirando le somme
Le regole non ti salvano dall’imbroglio. Lo puniscono soltanto e lo rendono più caro. Ma controllare con chi ti sei seduto a tavola, e come fa il vicino a sapere quello che sa, toccherà comunque a te.
