Un tetto sopra la testa
A Palermo, vicino a piazza Francesco Crispi, c’è un parcheggio all’aperto tutto pieno di cartelloni pubblicitari. Se guardi bene, sotto i cartelloni si vedono i riccioli arrugginiti di una vecchia cancellata in ferro battuto. Della villa Deliella non è rimasto altro. Eppure una volta lì c’era una delle più belle case liberty della città: una torretta di guardia, finestre strette, un balcone, e intorno crescevano le palme.
Sabato 28 novembre 1959, scrive Dickie, al consiglio comunale presentarono i progetti per demolire la villa. Li approvarono, e lo stesso giorno cominciarono a buttarla giù. In due giorni di fine settimana della casa restò un mucchio di pietre. Un mese dopo l’edificio avrebbe compiuto cinquant’anni, e la legge lo avrebbe messo sotto tutela.
Un mese dopo. Non un anno. Qualcuno teneva d’occhio il calendario con molta attenzione.
Un diritto vale quanto chi lo protegge
Ricordati la prima cosa: la casa non sono i muri. È un diritto. Il diritto di abitarci, affittarla, venderla, rifarla e non far entrare gli estranei. Senza diritto i muri non valgono niente: ci può andare a stare chiunque. E un diritto che nessuno protegge è un pezzo di carta.
La villa Deliella è rimasta in piedi cinquant’anni meno un mese. C’era quasi arrivata. La legge stava per proteggerla ed è arrivata con un mese di ritardo. Quindi una protezione vera non c’era, c’era solo una scadenza entro la quale facevano in tempo ad aggirarla. C’era il boom edilizio, e il terreno sotto la villa valeva più della villa. È stato il mercato a raderla al suolo.
Il boom, tra l’altro, non era venuto dal nulla. Dopo la guerra i bombardamenti alleati avevano lasciato senza casa a Palermo circa quattordicimila persone, e negli anni Cinquanta la popolazione della città crebbe di un quinto, fino a seicentomila abitanti. Costruire bisognava. Il guaio è un altro. Chi ebbe il diritto di costruire e come lo usò? Su questo Dickie scrive un capitolo a parte, e si intitola «Il sacco di Palermo».
Il documento più antico che conosco su chi possiede la terra lo hanno fatto in Inghilterra. Nel 1086 Guglielmo il Conquistatore ordinò di registrare chi possedeva quale terra, quanto valeva e quante tasse se ne potevano ricavare, e ne venne fuori il Domesday Book, con più di tredicimila località. Il re voleva sapere chi far pagare e, già che c’era, mettere fine alle liti dei baroni su di chi fosse la terra. Per commerciare in immobili, prima serve un registro. Senza, ogni lite sulla terra la si risolve con la forza.
Di che cosa si fidano le banche
Ricordati la seconda: le banche adorano prendere in garanzia gli immobili.
Saviano ne scrive con rabbia e con precisione. Le banche italiane, secondo lui, fanno credito ai costruttori con tanta voglia, come se fossero nate solo per loro. Mancano le garanzie? Si trova sempre un buon amico pronto a fare da garante. La ricerca, invece, i laboratori, l’agricoltura, l’artigianato, ai direttori di banca sembrano un pianeta sconosciuto, senza gravità. Le banche italiane credono a una cosa sola: il cemento e i mattoni sono sicuri.
La banca la puoi capire. Un’invenzione non la tocchi con mano. Una casa invece sta lì. Se chi ha preso il prestito non paga, la casa la vendono. Ma da qui nasce lo squilibrio. Il credito scorre nel cemento, il cemento rincara, e le banche prestano ancora più volentieri, perché il mattone «sale sempre». Finché un giorno non sale più. Ne parliamo nel prossimo capitolo.
Il mutuo per tutti
E la terza: il mutuo, come lo conosciamo noi, è un’invenzione piuttosto recente.
In America, fino agli anni Trenta, il prestito per la casa era tutt’altra cosa. Di solito lo davano per cinque o sei anni, e per tutto quel tempo chi l’aveva preso pagava solo gli interessi, e alla fine restituiva tutta la somma in un colpo. E la banca prestava solo circa la metà di quello che valeva la casa. Alla scadenza i soldi non c’erano? Si prendeva un prestito nuovo. In tempi buoni funzionava. Con la Grande depressione le banche smisero di dare prestiti nuovi. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa.
Lo Stato rispose con tutta una serie di invenzioni. Nel 1933 crearono una società che ricomprava dalle banche i prestiti in difficoltà e dava alla gente prestiti nuovi, più lunghi e meno cari. Nel 1934 nacque un’amministrazione federale che assicurava i mutui, e con lei le durate di venti e trent’anni. Nel 1938, un’agenzia che ricomprava dalle banche i prestiti assicurati, perché le banche avessero i soldi per farne di nuovi. Poi la soprannominarono Fannie Mae, e la ritroveremo.
Ma l’invenzione principale fu la rata costante. Ogni mese paghi la stessa somma, e dentro ci sono gli interessi e un pezzetto di debito. All’inizio paghi quasi solo interessi, verso la fine quasi solo debito. Passati venti o trent’anni, la casa è tua, e in fondo non ti aspetta nessun pagamento enorme. Così la casa è diventata alla portata di chi prende uno stipendio normale. E così quella stessa gente è diventata debitrice per un terzo della vita.
Il mutuo ce l’hanno tutti
Ci piace pensare che i mafiosi comprino le case in contanti, con le valigie. I documenti dicono un’altra cosa.
Quando nel 1931 ammazzarono Salvatore Maranzano, il «capo di tutti i capi» di New York, che lo fu per poco, di lui, scrive Critchley, restarono mutui su case in tre posti, qualche titolo e dei depositi in banca. E Ciro Terranova, un tempo ricco racketeer dei carciofi, alla fine degli anni Trenta fallì, e la banca, scrive Dash, gli tolse la casa ipotecata, tanto che lui e la moglie dovettero tornare sulla 116ª strada, nella vecchia casa di famiglia.
Di chi avesse paura East Harlem, alla banca non importava niente. Hai saltato una rata? La casa te la prendono. Forse non si è mai inventato niente di più democratico del mutuo.
Il Don e l’appartamento di Anna
Anna, che dirigeva la seconda lavanderia, decise di comprarsi un appartamento e venne a chiedere consiglio al Don. Il Don, in quarant’anni, un mutuo non l’aveva mai fatto e non aveva intenzione di farlo. Ma non provò a dissuaderla. Le chiese di fargli vedere i conti.
Prima guardò quanto le sarebbe venuto al mese e lo confrontò con il suo stipendio: la rata non arrivava a un terzo. «Bene», disse il Don. Poi le chiese: per quanto ti bastano i soldi, se la lavanderia chiude per sei mesi? Anna fece il conto. Per quattro mesi. «Metti da parte per altri due, poi compra», disse il Don. E per ultimo le disse di informarsi se la casa aveva tutte le carte in regola. Venne fuori che per l’ampliamento dove stava la cucina il permesso non c’era. Anna trovò un altro appartamento.
Otto mesi dopo, nella prima casa, l’ampliamento lo fecero demolire. Anna poi diceva che il Don le aveva salvato la cucina.
Tirando le somme
Controlla le carte prima di innamorarti del balcone. E tieni a mente: davanti alla banca siamo tutti uguali. Anche quelli di cui ha paura tutto il quartiere.
