Incontri e carte
Una volta Sonny Black tagliò fuori Tony Rossi da un affare e disse a Donnie che d’ora in poi le cose sarebbero passate solo da lui. E gli spiegò la sua regola: «Io mi vedo sempre a tu per tu, perché in tre è già associazione a delinquere». E aggiunse: «Ma ne conosco tanti che per qualche chiacchiera di troppo si sono beccati cinque o dieci anni».
Dal punto di vista legale Sonny si sbagliava: per un accordo criminoso bastano anche due persone. E Donnie, con cui si vedeva a tu per tu, era un agente dell’FBI. Ma la disciplina in sé vale la pena di prenderla. Meno gente c’è nella stanza, meno testimoni, più preciso il discorso e meno ognuno recita per il pubblico.
L’incontro è uno strumento
Un incontro serve quando non se ne può fare a meno. Non per abitudine e non perché «è da un pezzo che non ci vediamo». Ogni incontro deve avere uno scopo solo, e tutti lo devono sapere prima di sedersi.
Il Don gli incontri li faceva brevi. Mai più lunghi di un pranzo. Se in un pranzo non ci si era messi d’accordo, voleva dire che qualcuno non era pronto, e bisognava rivedersi quando lo fosse. Le cose importanti le decideva di persona, a tavola, non al telefono e non per biglietti. Non in ufficio, ma dove era comodo all’altro: nella cucina del ristorante, nel magazzino dell’albergo. La gente parla più onestamente sul proprio territorio.
Gambetta riporta un particolare curioso sulle «commissioni» siciliane, dove si incontravano i capi delle famiglie. Lì c’era la regola di venire senza armi. Gambetta osserva che la regola stessa dice che il rischio di violenza c’era. Anche tu puoi giudicare un incontro dalle sue regole. Se alla riunione è vietato portare il telefono, lì si diranno cose che non devono uscire. Se invitano per forza l’avvocato, qualcuno si prepara al processo.
Controlla il posto
La richiesta stessa di un incontro è già un messaggio. Saviano descrive un episodio della guerra tra i clan di Napoli. I capi scissionisti, tramite un intermediario, chiesero un incontro con il boss in persona, a quattr’occhi. Il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, formalmente accettò. Ma non mandò né sottoposti né un rappresentante ufficiale della famiglia. A ispezionare il posto dell’incontro andarono i suoi fratelli, da soli, senza scorta, passandoci davanti a velocità normale. Presero nota delle vie di fuga e delle sentinelle e riferirono a Cosimo di persona. Lui capì che era un agguato. L’incontro richiesto, scrive in sostanza Saviano, era una trappola.
In ufficio l’agguato ha un’altra faccia. Ti chiamano «solo per fare due chiacchiere», e lì c’è seduto uno di cui non ti avevano detto niente. L’ordine del giorno mandato un’ora prima. La riunione fissata il venerdì sera, quando sono andati via tutti. Prima di andare, informati: chi ci sarà, di che cosa si parla, perché proprio adesso. E a informarsi sia uno di cui ti fidi, non quello che ti ha chiamato.
Il codice che ti tradisce
Adesso le carte. Nel 1909 a Palermo ammazzarono il detective americano Petrosino. La polizia fermò più di cento sospetti, tra cui un uomo di Morello, Carlo Costantino. Mike Dash racconta che saltarono fuori due suoi telegrammi. Il primo, indirizzato a «Giuseppe Morello, New York», era partito il giorno dopo l’arrivo di Costantino in Sicilia. Era così diverso dai telegrammi normali, a quanto pare perché cifrato, che l’impiegato delle poste ne mandò una copia ai superiori. Il testo, nella resa di Dash, suonava più o meno così: io Lo Baido lavoro Fontana. Una risposta di Morello altrettanto misteriosa la trovarono in tasca a Costantino: qualcosa come «perché deve tagliarsi i baffi?».
Che cosa volesse dire, non si sa ancora oggi. Ma il codice ha fatto la cosa principale: ha attirato l’attenzione. Una carta che spicca tra le altre tradisce chi la manda già solo per questo. E la risposta che ti porti in tasca la trovano alla prima perquisizione.
Che cosa mettere per iscritto
Io penso che, se c’è qualcosa da affidare alla carta, sono i conti: le cifre sono difficili da ricordare, facili da confondere e non si possono passare con un’allusione. Tutto il resto è meglio tenerlo in testa. Pistone alla carta non affidava nemmeno quello: «In tutti i sei anni dell’operazione non ho preso un solo appunto sui miei piani o sulle mie azioni». Potevano controllarlo in qualsiasi momento, e sarebbe stato stupido tenersi addosso delle prove. Faceva rapporto a voce, per telefono.
In ufficio non scrivere niente non si può: già questo è sospetto. Ma scrivere poco si può, e si deve. Scrivi quello che a parole non si può dire: cifre, scadenze, somme, chi ha promesso che cosa. Non scrivere quello che ti vergogneresti di sentire letto ad alta voce. Opinioni sulle persone, battute sui clienti, il nervoso per il capo: non sulla carta. E nemmeno in una lettera. Una lettera è una carta che gira per la città da sola.
Il Don segnava i tre numeri del lunedì: quanti chili di biancheria si erano presi, quanti capi erano arrivati con un reclamo, quanto restava in cassa. Il resto se lo ricordava o lo chiedeva. Le brutte copie delle lettere le bruciava nella stufa in cucina. Non perché ci fosse dentro qualcosa di segreto. Ma perché la carta, mi disse una volta, ha una proprietà: vive più a lungo di quanto tu ti ricordi che cosa ci hai scritto.
Tirando le somme
Incontrati quando non se ne può fare a meno, e prima di andare controlla chi ci sarà e perché.
E dall’altra parte, leggi gli incontri e le carte degli altri. Le regole di un incontro dicono di che cosa lì si ha paura. Un codice dice che c’è qualcosa da nascondere. Chi scrive tutto un giorno può mostrare i suoi appunti a qualcuno che non sei tu. E chi non scrive niente un giorno può dire che non ha promesso niente.
