Come risvegliare un sentimento
Una volta io e il Don andammo in un piccolo albergo dove il padrone aveva appena finito i lavori. Il padrone ci portava su e giù per i corridoi e parlava di soldi. Quanto erano costate le finestre nuove. Come avevano aspettato gli operai per sei mesi. Come aveva litigato con l’impresa per le piastrelle. Io aspettavo il momento di infilare una parola sul bucato.
Il Don ascoltava in silenzio. Poi si fermò a una finestra dell’atrio e chiese una cosa sola: «Chi è stato il primo a vedere tutto finito?».
Il padrone ammutolì. Poi sorrise. Lui. Una mattina presto, quando gli operai se n’erano già andati e gli ospiti non erano ancora arrivati. Era rimasto lì da solo, davanti a quella finestra, e per mezz’ora non era riuscito a muoversi. Poi parlammo di suo padre, che quell’albergo l’aveva costruito, del mare, del figlio che non lo voleva prendere. Del prezzo del bucato, neanche una parola. Il contratto lo firmò una settimana dopo.
Dopo chiesi al Don perché gli servisse saperlo. Il Don alzò le spalle: «A me non serviva. Lui aveva qualcosa da raccontare e nessuno che lo ascoltasse. Delle finestre gli parlavano tutti. Di quella mattina non gli aveva chiesto niente nessuno».
Il Don non indovinava al posto del padrone e non gli suggeriva le parole. Fece una domanda asciutta su un fatto e stette zitto. Tutto il resto il padrone lo tirò fuori da sé. Le cose sue uno se le ricorda meglio di quelle degli altri.
L’indovinello del cimitero
La stessa porta c’è chi la sa aprire anche dall’altra parte. Gambetta scrive di un uomo che in Sicilia avevano giudicato troppo curioso. Gli telefonarono e, senza preamboli, gli chiesero se per caso sapesse dove si trovava la chiesa della Madonna del Riposo. Lui rispose cortesemente di no. E poi scoprì, in preda al panico, che quella chiesa sta nel cimitero della città. Il «riposo» del nome era quello eterno.
Nessuno l’aveva minacciato. Non una parola sulla morte. La minaccia se l’era disegnata da solo, e si era spaventato più che per qualsiasi frase diretta.
Lo stesso Gambetta riporta anche degli oggetti. Un cuore di metallo, di quelli che si regalano alla chiesa per grazia ricevuta, negli anni Ottanta fu fatto trovare almeno due volte. Tutte e due le volte il cuore era bucato dai proiettili. Salvatore Catania, a cui lo lasciarono davanti alla porta sul retro, sopravvisse e lo raccontò. Pasquale Gramaglia fu ucciso pochi giorni dopo.
Gambetta spiega perché segnali così sono comodi. Fanno più paura, e chi li manda rischia meno. Niente voce, niente calligrafia, nessuno che intercetti, nessuna traccia. Un segnale oscuro lascia un vuoto. E uno lo riempie da sé con la cosa più spaventosa che ha.
Un teschio arriva prima delle parole
All’inizio del Novecento gli abitanti della Little Italy di New York ricevevano lettere che chiedevano soldi. Dash descrive come le richieste venivano rinforzate con dei disegni. Teschi, rivoltelle, coltelli che gocciolavano sangue, cuori trafitti. E una mano alzata, disegnata con un inchiostro nero e denso. Proprio da quella mano un giornalista del New York Herald battezzò gli estorsori «Mano Nera».
Secondo me, lì il disegno lavorava più in fretta del testo. Uno che una lettera la decifrava a fatica, il teschio lo capiva subito. Un’immagine non chiede di essere letta fino in fondo. Va dritta dove abita la paura.
Vivere con la cosa
Le immagini possono essere anche pacifiche, e allora vendono. All’inizio degli anni Ottanta degli psicologi americani andavano porta a porta a proporre la televisione via cavo. Ad alcuni si raccontava semplicemente perché era buona. Ad altri si chiedeva di immaginarsi mentre la guardavano a casa loro. Poi contarono chi si era abbonato. Tra quelli che avevano solo ascoltato, più o meno uno su cinque. Tra quelli che avevano immaginato, quasi uno su due. Chi ha vissuto una volta con una cosa nella fantasia, l’ha già comprata a metà.
Un sentimento per tutta la strada
Saviano racconta di una sera che a San Cipriano si ricordano ancora. Lui era piccolo, allora, ma i cugini giurano di aver visto tutto coi loro occhi. Verso le sei di sera una decina di macchine del clan Schiavone girarono piano per le strade, davanti alle case dei rivali. Gli uomini stavano seduti sulle portiere, coi mitra, a viso scoperto. Si fermavano e gridavano ai rivali, con parole molto più crude, di scendere e uscire in strada se avevano il coraggio. Nessuno li fermò. Le saracinesche di negozi e bar si abbassarono. Quel coprifuoco, scrive Saviano, durò due giorni. La gente non usciva nemmeno per il pane.
Gridavano ai rivali. Ma a prendersi paura fu tutta la strada. Un sentimento svegliato davanti ai testimoni tocca a tutti i testimoni.
La regola funziona anche nel verso buono. Una volta, a un banchetto, i nostri uomini rovinarono una tovaglia al padrone del ristorante. Il Don gli diede i soldi lì in sala, davanti agli ospiti, anche se poteva farlo il giorno dopo. Quaranta persone videro che la Famiglia paga per i suoi errori. Quell’anno non abbiamo avuto pubblicità migliore.
Tirando le somme
Se vuoi farlo onestamente, si fa così. Chiedi a uno di che cosa va fiero, e stai zitto. Disegnagli solo quello che ci sarà davvero: così l’immagine la completa da sé e non resta deluso.
Adesso, come capire che a essere svegliato sei tu. Se all’improvviso vedi in modo vivissimo quanto sarai felice con quella cosa, e il venditore sta zitto e sorride, controlla chi ti ha disegnato quell’immagine. E se invece di parlarti chiaro ti fanno un indovinello, ricorda: a spaventarti non è chi telefona, ma quello che ci hai aggiunto tu. Chiedi chiaro e tondo che cosa intendevano. Un indovinello raramente regge a una domanda diretta.
