In che cosa crede
Una volta Roberto Saviano passava a Secondigliano davanti al punto dove avevano ucciso Carmela Attrice. E sentì due ragazzini che litigavano. Litigavano sul serio: su quale fosse il modo migliore di morire. Uno, racconta Saviano, disse che voleva morire come lei: due colpi in testa, bum bum, e tutto finito. Saviano si intromise e propose il suo: meglio al cuore. Il ragazzino detto Pikachu gli spiegò da intenditore perché al cuore è peggio.
Saviano poi confessa di avergli chiesto di tutto. Tranne una cosa, la principale: perché a quattordici anni pensasse a quale fosse il modo migliore di morire. Quella domanda non gli era nemmeno passata per la testa.
Ecco che aspetto ha una convinzione. Il ragazzino non diceva: «Credo che morirò giovane». Discuteva i dettagli. E la convinzione stava sotto il discorso, e nessuno la toccava. Le convinzioni raramente si dicono ad alta voce. Si ragiona a partire da loro.
Più dei fatti
Nel 1986 il capo della famiglia Bonanno, Rusty Rastelli, aspettava il processo in un corridoio del tribunale di Brooklyn. Stava stravaccato in poltrona, con il suo seguito in piedi intorno. Contro di loro testimoniava Joe Pistone. Rastelli ragionava: «Anche se allora fossi stato fuori», l’agente «non mi avrebbe mai incrociato». Un mafioso lì accanto gli diede man forte: «Figurati! Ma che cosa vuoi che riuscisse a fare in sei anni?».
Guarda com’è fatta questa sicurezza. Rastelli tutti gli anni dell’operazione li aveva passati in galera. Eccola, la spiegazione semplice del perché non si erano incontrati. Ma a lui non basta. Gli serve che l’agente non potesse arrivare a lui per principio. Nell’elenco finale di Pistone, accanto al suo nome c’è scritto: dodici anni.
La testa fa l’avvocato
Nel 1979 gli psicologi Charles Lord, Lee Ross e Mark Lepper riunirono degli studenti di Stanford. Alcuni erano a favore della pena di morte, altri contro. A tutti fecero leggere due ricerche, presentate come vere. Una mostrava che la pena capitale scoraggia gli omicidi, l’altra che non li scoraggia. Ognuno trovò convincente quella che coincideva con la sua opinione, e nell’altra trovò degli errori. Dopo la lettura tutte e due le parti credevano alla propria idea ancora più di prima. Le stesse pagine avevano messo le persone più distanti di prima.
Tienilo a mente. La testa non fa il giudice. Non cerca la verità, cerca argomenti per il cliente che ha già scelto.
Il pensiero nel mezzo
Lo psicoterapeuta Albert Ellis amava ripetere Epitteto: a tormentare gli uomini non sono le cose, ma le opinioni che hanno sulle cose. Su questo Ellis costruì un intero metodo di cura. Prima succede qualcosa. Poi uno ne pensa qualcosa. E solo dopo arriva il sentimento. Ci sembra che a farci arrabbiare sia il fatto. A farci arrabbiare è il pensiero nel mezzo, che non abbiamo nemmeno notato.
Il Don non aveva letto Ellis, ma viveva allo stesso modo. Una volta un ristorante rinunciò al nostro olio, e io arrivai furioso. «Non ci rispettano», dissi. Il Don alzò le spalle: «Hanno rinunciato all’olio. La mancanza di rispetto te la sei inventata tu. Va’ e scopri che cosa è successo». Ci andai. Il ristorante aveva cambiato padrone, e quello nuovo contava ogni centesimo. Sei mesi dopo tornarono.
La preghiera prima del lavoro
Dickie riporta la preghiera che uno dei capi di una «squadra della morte» recitava prima di ogni operazione, più o meno in questi termini: Signore, sia fatta la tua volontà, sono loro che vogliono morire, e la colpa non è mia. Lo storico ammette onestamente che «è estremamente difficile stabilire dove finisce la fede sincera, per quanto sbagliata, e dove comincia l’inganno cinico».
È un caso estremo. Ma funziona come il solito «il mercato è così» o «fanno tutti così». La convinzione si prende la colpa e la distribuisce agli altri. Discuterci con gli argomenti è inutile. Non si regge sui fatti, ma sulla voglia di dormire tranquilli.
Il cuoco e l’olio greco
Avevamo un cuoco, vecchio e testardo. Era sicuro che l’olio greco fosse una porcheria e che quello buono fosse solo il nostro, siciliano. E nell’anno della grandine il nostro frantoio diede la metà. Il Don quella volta prese una partita dai greci. Secondo lui era migliore della nostra.
Col cuoco non discusse. Per niente. Gli portò due bottiglie senza etichetta e gli chiese di dargli una mano: «Dimmi qual è il migliore. Ho una discussione con un fornitore». Il cuoco assaggiò e scelse. Il greco. Una settimana dopo chiamò lui e ordinò «quello, il secondo».
Da dove venisse, il Don non glielo disse mai. «Perché?» mi spiegò. «A lui serviva un olio buono, non la verità sulla Grecia». Ci ho pensato a lungo, se fosse onesto. Ho deciso di sì, ma proprio sul confine. Il cuoco sceglieva con la lingua, non con l’etichetta. E se avesse chiesto, il Don gli avrebbe risposto. Non l’ha chiesto nemmeno una volta.
Tirando le somme
Con una convinzione, se vuoi giocare pulito, ci si comporta così. Non cominciare discutendo di quello in cui uno crede. Comincia da quello che gli serve. A te serve l’affare, non la vittoria. Fagli provare la cosa da solo, senza etichette. Ma gira intorno solo dove non nascondi niente: se ti chiedono, di’ la verità.
Su te stesso, invece, controlla un’altra cosa. Una notizia ti ha fatto piacere? Controllala il doppio: la tua testa sta già facendo l’avvocato. Qualcuno spiega quello che ha fatto in modo che la colpa sia di tutti tranne che sua? Non è un argomento, è la stessa preghiera, solo in abiti borghesi. E fatti la domanda che Saviano non si è fatto: perché io la penso così? Rastelli questa domanda non se l’è fatta. Gli ha risposto il tribunale.
