L’addestramento della recluta
Pistone ha messo per iscritto il racconto di un autista di nome Sonny. Durante un colpo, Sonny stava in macchina davanti a una casa, motore acceso, ad aspettare i suoi. Lì accanto c’era una chiesa. Alla macchina si avvicinò un prete che aveva voglia di fare due chiacchiere. Del tempo, degli uccellini, del cielo azzurro. «Mica potevo farlo fuori. E andarmene non potevo!». Il prete lo lasciò in pace solo quando i ragazzi stavano già uscendo dalla casa.
Il prete, probabilmente, era una brava persona. Solo che non vedeva che l’altro aveva fretta. È l’errore più frequente del principiante in una conversazione, e quello che lui stesso nota di meno. Se il cliente guarda l’orologio e tu gli racconti della pesca, non stai costruendo un rapporto. Lo stai tenendo in macchina col motore acceso.
L’abc
Pistone è cresciuto in una grande città e da ragazzo la mafia l’ha vista da vicino. Le regole che poi gli sono servite le elenca come un abbecedario: «Stai zitto quando serve. Non ficcare il naso negli affari degli altri. Fatti da parte se il discorso non ti riguarda».
Tre frasi, e tutte su come non dare fastidio. È detta anche la ricompensa: allora di te diranno che sei «un tipo a posto». Non una parola su che cosa dire. Prima di imparare a parlare, si impara a non stare in mezzo ai piedi.
Una settimana dietro il bancone
Il Don mi ha insegnato allo stesso modo. Quando arrivai da lui, mi mise per una settimana all’accettazione della prima lavanderia. La condizione era una sola. Coi clienti, solo «buongiorno», «grazie» e il prezzo. Tutto il resto: ascoltare.
I primi due giorni ero furioso. Il terzo cominciai a sentire. La moglie dell’avvocato portava le camicie e disse di passaggio che il marito adesso pranzava all’albergo in piazza. Il cuoco ritirava i grembiuli e se la prendeva col padrone nuovo. Una vecchia della strada di sopra portava una tovaglia al mese e ogni volta raccontava chi nel quartiere era malato. Entro venerdì sapevo della zona più di quanto ne sapessi l’anno prima. E capii perché il Don ogni mattina salutava l’addetta all’accettazione prima del direttore.
Il sabato il Don mi chiese che cosa avevo capito. Gli rovesciai addosso tutto. Lui annuì: «Adesso sai quanto parla la gente quando tu stai zitto».
Chiacchierare è lavoro
Ma quando il tempo c’è, bisogna chiacchierare. A Pistone non veniva facile. I ragazzi dicevano sciocchezze dalla mattina alla sera: chi si era fatto tagliare i capelli e dove, quanto costavano le scarpe, perché la Cadillac era meglio della Lincoln. E in mezzo a tutto questo, buttato lì come niente, saltava fuori un omicidio su commissione o un poliziotto comprato.
Chiedere di ripetere non si poteva. «Mica potevo infilarmi nel discorso e chiedere: “Allora, quale capo della polizia hai detto che si può comprare?”». Si adeguò alle loro maniere. Saltava da un argomento all’altro, come tutti. E sul punto più interessante si allontanava pigramente. L’argomento sarebbe tornato da solo. E se non tornava, ce lo avrebbe riportato lui dopo, come per caso.
L’antropologo Robin Dunbar ha paragonato le chiacchiere alle scimmie che si spulciano il pelo a vicenda. Il senso non sono le pulci: è dirsi che siamo tra noi. Poi il suo gruppo si è messo ad ascoltare di nascosto le conversazioni nei caffè e ha fatto il conto: per circa due terzi del tempo la gente parla di sé e dei conoscenti. Alla politica, al lavoro e all’arte va il resto. Le chiacchiere sono l’acqua in cui nuotano le cose importanti. Chi sta lì con la faccia di pietra ad aspettare che si parli «d’affari» non sentirà niente.
Di che cosa
Al primo incontro il Don parlava del posto. Sei entrato in un ristorante: loda il pane e chiedi chi lo fa. Sei entrato in un albergo: nota i tappeti nuovi. La gente parla volentieri delle cose sue. Tu ascolti e ti ricordi.
Ma un divieto ce l’aveva, uno solo, e io l’ho imparato a mie spese, con una bella figuraccia. Da giovane incontrai il direttore di un albergo e mi congratulai con lui per la promozione. A lui non l’avevano ancora annunciata. Diventò bianco e passò mezz’ora a cercare di capire chi me l’avesse detto. Il Don poi mi spiegò: «Non dire a un uomo quello che sai di lui senza averlo saputo da lui. Non si ricorderà la notizia, si ricorderà che lo tengono d’occhio».
Il fuoco
Il fuoco del Don era l’olio. Quando raccontava di come il vecchio padrone del frantoio assaggiava le olive coi denti, i cuochi ammutolivano. Lui non esponeva. Faceva vedere: l’odore, il rumore, le mani. Dopo cinque minuti il cuoco voleva assaggiare un olio di cui il giorno prima non aveva mai sentito parlare. Delle lavanderie il Don non sapeva parlare così. L’amido non lo accendeva. Per questo sul prezzo del lavaggio con gli alberghi trattavo io, e il Don arrivava a stringere la mano.
Recitare un fuoco che non aveva non ci provava nemmeno. L’entusiasmo recitato si sente subito, come una nota stonata.
E non sprecare le serate con la «ginnastica per il cervello». Gli scienziati l’hanno verificato su migliaia di persone: coi rompicapi cresce l’abilità di risolvere rompicapi. Nelle conversazioni si migliora conversando.
Tirando le somme
Al principiante basta poco. Stai zitto finché non hai capito dove sei. Chiacchiera alla pari quando la gente ha tempo, e taci quando non ne ha. Parla del suo posto, non di quello che hai sentito dire di lui dagli altri.
E tieni a mente il rovescio. Se intorno a te si chiacchiera alla leggera e da amici, e qualcuno sul punto più interessante si allontana pigramente, tienilo d’occhio. Forse anche lui ha fatto questo addestramento. E se con te stanno zitti volentieri e annuiscono tutto il tempo, chiediti chi sta ascoltando chi.
