Di che cosa ha paura chi parla
Al ristorante Casa Bella di New York un mafioso di nome Mike spiegava all’agente Tony Conte com’era andata a finire la storia di Milwaukee. Il boss locale, Frank Balistrieri, aveva fatto con Conte un accordo che non aveva il diritto di fare, e poi l’aveva stracciato senza spiegazioni. Il consiglio degli anziani aveva deciso a favore di Conte. Lo sbaglio, dopotutto, l’aveva fatto Balistrieri. Sembrerebbe tutto chiaro.
Conte alzò le spalle: «Se hai sbagliato, abbi il coraggio di ammetterlo e di chiedere scusa». Lefty e Mike, scrive Joe Pistone, «scossero la testa all’unisono». Mike spiegò: «Il capo di una famiglia non è tenuto ad ammettere i suoi errori». Poi si alzò, spostando la sedia con un gran rumore. Conversazione finita.
E al tavolo Lefty era raggiante. «Le prime buone notizie da dicembre!». Per via di Milwaukee non l’avevano invitato a nessuna riunione di Natale, a nessun matrimonio. Nemmeno a una veglia funebre. Uno che scherzava sugli spioni in fondo al fiume aveva passato mesi col terrore di non essere invitato nemmeno a una veglia.
La paura abita al piano di sopra
Pistone su quella gente ragiona così. Anche i più spericolati avevano paura dei boss, delle regole e delle punizioni. «Era la paura del sistema, non di persone in carne e ossa».
Portatelo dietro a ogni trattativa. Il coraggio di chi ti sta davanti ti dice poco. Cerca davanti a chi risponde: il padrone, il consiglio, la moglie, la sua stessa reputazione. Lì sta la sua paura vera. E lì sta anche il suo «no».
E la paura più grande di chi sta in alto è perdere la faccia. Per questo non dirà mai «ho sbagliato». Cambierà la decisione in silenzio e farà finta che fosse previsto così fin dall’inizio. Non aspettarti scuse. Non arriveranno. Guarda quello che fa, e lasciagli salvare la faccia. Costa meno di quanto sembri e rende di più.
La storiella dello yacht
La paura di un uomo si può saggiare senza dire una parola. Lefty, davanti a Pistone, raccontò una storiella. Una volta aveva invitato un tale a fare un giro sull’East River. Quello si era presentato tutto nervoso e non gli voltava mai le spalle: si era convinto che lo prendessero per uno spione e che volessero buttarlo fuori bordo. Lefty se l’era riso. «Che bisogno ho di portarti sullo yacht, se posso farti fuori direttamente al circolo mentre giochi a carte?».
Finito il racconto, Lefty guardò Pistone come per saggiarlo. Pistone si chiedeva perché gliel’avessero raccontato: «solo per farsi due risate, o perché capissi il messaggio nascosto sugli spioni». E rispose stando sull’argomento, sull’uomo di cui stavano parlando: «Speriamo che Paradise tenga la bocca chiusa».
Una storia che fa paura, raccontata davanti a un testimone, funziona come una radiografia. Chi ha paura si tradisce con la faccia, non con le parole. Una risposta nel merito non mostra niente. Ed è proprio quello che serve. Pistone scelse quella, anche se non ha mai saputo se lo stessero mettendo alla prova o no.
«Non preoccuparti» e «Speriamo»
Sempre lì, a Milwaukee, fecero saltare in aria in macchina un uomo sospettato di fare la spia. Pistone ammette che lui e Conte si erano innervositi. Lefty riuscì a parlare al telefono con Conte e tagliò corto: avevano fatto saltare uno che aveva fatto una cazzata.
«Ecco, adesso ho paura di farla anch’io, una cazzata», disse Conte. «Non preoccuparti, stai facendo tutto giusto». Conte rispose con una parola sola: «Speriamo». Ascolta bene. La consolazione non aveva funzionato. Allora Lefty gli mise in fila le cose: le prime due settimane gli sarebbe stato vicino, avrebbe fatto un salto a Chicago, avrebbe organizzato una cena e presentato Tony alle persone giuste.
Poi Lefty chiese di passargli Donnie. «Donnie, il tuo amico mi sembra proprio giù di corda». Pistone lo corresse: non è giù di corda, è nervoso, non capisce che cosa sta succedendo. Vedi con che velocità la paura di un altro è diventata un’informazione? Ne hanno parlato un minuto dopo, davanti a una terza persona. Meno male che quella terza persona era un amico.
La paura mente, ma serve
Nicholas Epley e Juliana Schroeder chiesero ai pendolari dei treni di Chicago di attaccare discorso col vicino. In anticipo la gente era sicura che sarebbe stato imbarazzante. Fu il contrario: il viaggio con due chiacchiere piaceva più di quello in silenzio.
Ma senza paura del tutto non si vive nemmeno. I neurologi seguono da tempo una donna che negli articoli chiamano S.M. Per una malattia rara ha le amigdale distrutte, e la paura quasi non la sente. Più di una volta si è cacciata in situazioni da cui chiunque altro sarebbe scappato. La paura è una cattiva consigliera e un buon cane da guardia. Ascoltarla non sei obbligato. Cacciarla non conviene.
Come il Don mi ha guarito
A vent’anni avevo paura di telefonare agli sconosciuti. Potevo girare per una settimana intorno al telefono. Il Don se ne accorse e non disse niente. Una mattina fece lui il numero della contabilità dell’albergo nuovo e mi cacciò in mano la cornetta quando dall’altra parte avevano già risposto.
La voce dall’altro capo tremava più della mia. La ragazza era al primo giorno di lavoro e aveva paura che le chiedessi qualcosa che non sapeva. Balbettavamo tutti e due. Poi ridevamo. A lungo. Quando misi giù la cornetta, capii una cosa semplice. Quello a cui telefoni, il più delle volte, ha paura anche lui.
E se tremi lo stesso, respira. Nel 2023 a Stanford hanno confrontato diversi metodi. Il migliore è risultato il sospiro ciclico: due inspirazioni di fila dal naso e una lunga espirazione. Cinque minuti al giorno, per un mese. L’umore migliorava più che in chi meditava.
Tirando le somme
Quando vuoi togliere la paura a qualcuno, non dirgli «andrà tutto bene». Digli chi gli starà vicino, che cosa succederà e quando. E a chi sta in alto lascia una strada per tornare indietro senza ammettere la colpa.
Quanto a te, regolati così. Se davanti a un testimone ti raccontano una storiella che fa paura e aspettano di vedere che faccia fai, rispondi nel merito. E non andare a confessare le tue paure al primo che capita. Un minuto dopo ne parleranno senza di te.
