Il vocabolario dei sentimenti
Sonny Black, il capo di Pistone, una volta chiese a Donnie di non raccontare tutto a Lefty. Si ricordava che Lefty l’aveva aiutato in galera. La spiegazione stava in due frasi: «È un bravo ragazzo, ma ha un carattere esplosivo. E di ogni cosa fa una tragedia».
Sonny gli psicologi non li aveva letti. Ma faceva quello che fa ogni capo che ci sa fare. Sapeva che cosa provava il suo uomo e quanto ci metteva a prendere fuoco. E in base a questo decideva che cosa dirgli e che cosa no.
Per farlo servono le parole. Uno che per tutto ha solo «bene», «male» e «mi fa incazzare» è come un imbianchino con tre barattoli di vernice. Il muro lo dipinge. Un ritratto, no.
Il colletto bruciato
Una volta una giovane stiratrice bruciò il colletto della camicia di un cliente fisso, un avvocato del lungomare. La capoturno si mise a strigliarla lì davanti alla pressa, in mezzo a tutti. La ragazza diventò bianca e si chiuse nel retro. Il Don proprio in quel momento faceva il giro del mattino. Si fermò, ascoltò e chiamò la ragazza da sé.
Non la sgridò. Le disse: compra una camicia uguale a spese della lavanderia, stirala tu e portagliela insieme a quella bruciata. Lei la portò. L’avvocato per molti anni ancora ci portò le camicie e chiedeva se c’era sempre «quella che mi ha portato la camicia nuova».
Alla capoturno il Don spiegò poi la differenza. Tu l’hai fatta vergognare. Bisognava farle sentire la colpa.
Non è un gioco di parole. La psicologa americana June Tangney ha studiato per anni che cosa distingue la vergogna dalla colpa. La vergogna colpisce la persona intera: «sono cattiva». La colpa colpisce l’azione: «ho fatto una cosa cattiva». Chi si vergogna vuole nascondersi, sparire, e a volte ringhiare. Chi si sente in colpa vuole rimediare. Davanti alla pressa la ragazza l’avevano svergognata, e lei era scappata nel retro. Con la camicia in mano, andava a rimediare.
Chi ha paura senza sapere di che cosa
La seconda differenza è più semplice, e la conosce qualunque medico. La paura sa qual è il suo oggetto: il cane, il fisco, il licenziamento. L’ansia l’oggetto non lo sa. Aspetta non si sa che cosa, e per questo non finisce mai.
Quando al porto cominciò lo sciopero, i ristoranti presero a telefonarci tre volte al giorno. Come siamo con l’olio? Quando arriva? E se non arriva? Consolarli non serviva a niente. Il Don fece portare in tutte le cucine un biglietto di una riga: in magazzino c’è olio per tre settimane. E una cifra, quanto ne spetta a ciascuno a settimana. Le telefonate smisero in due giorni. Lo sciopero durò altre due settimane.
Non promise che sarebbe andato tutto bene. Diede un oggetto all’ansia. Un oggetto si può misurare, e allora l’ansia diventa una paura normale, con cui si può già vivere.
C’era anche un secondo lato. I cuochi avevano paura di perdere l’olio molto più di quanto si rallegrassero quando lo ricevevano. Kahneman e Tversky lo hanno dimostrato con gli esperimenti. Proponi a uno di lanciare una moneta. Croce, lui paga cento. Testa, ne prende di più. La maggior parte non accetta finché la vincita non arriva più o meno a duecento. Una perdita pesa quasi il doppio di un guadagno.
Dirlo ad alta voce
L’ansia la cura la parola. È stato verificato anche in laboratorio. Nel 2007 Matthew Lieberman e i suoi colleghi mostravano a persone dentro uno scanner facce arrabbiate e spaventate. Quando la persona trovava la parola per quella faccia, «rabbia», «paura», l’amigdala si calmava. È la zona che risponde per prima a una minaccia. Dare un nome a un’emozione già la raffredda un po’.
Da qui una vecchia abitudine del Don. A un fornitore arrabbiato non diceva «si calmi», ma «Lei è arrabbiato, e al posto suo lo sarei anch’io». Sul momento uno resta spiazzato. Poi tira il fiato.
La risposta viene dopo
Mike Dash riporta il ritratto del «vero mafioso» lasciato da uno scrittore dell’Ottocento. Il vero mafioso, in quel ritratto, parla con misura, con misura ascolta e si mostra molto umile. Se qualcuno lo offende davanti ad altri, non risponde subito: uccide dopo.
Una ricetta cupa. Ma guarda il meccanismo. Chi prende fuoco subito fa vedere dove colpirlo. Chi tace costringe l’altro a indovinare. Diego Gambetta, che la mafia siciliana l’ha guardata con l’occhio dell’economista, scrive quasi la stessa cosa. In un ambiente dove tutti stanno all’erta, uno coglie ogni segnale, e un sopracciglio alzato fa più paura di qualsiasi minaccia. La forza di un segnale non dipende dal volume, ma da come è sintonizzato chi lo riceve.
Di questo «dopo» io ti consiglio una cosa sola: il discorso la mattina dopo. Una risposta rimandata a domattina è quasi sempre più intelligente.
Tirando le somme
Lavorare onestamente col vocabolario vuol dire questo. Uno ha sbagliato: dagli la colpa e il modo di rimediare, non la vergogna davanti ai testimoni. È in ansia: dagli una cifra invece di una consolazione. È arrabbiato: chiama la sua rabbia per nome, ad alta voce. E tieni a mente chi dei tuoi prende fuoco e chi cova sotto la cenere, come faceva Sonny.
E adesso vediamo come lo fanno a te. Ti svergognano davanti a tutti perché tu non discuta, ma ti nasconda. Ti rifilano un’ansia senza oggetto e poi ti vendono la medicina. Non ti dicono «otterrà», ma «perderà», perché sanno quanto pesa una perdita. Quando senti cose così, di’ fra te e te che cosa esattamente ti hanno appena svegliato dentro. Un’emozione chiamata per nome si indebolisce. E chi ti metteva fretta si vede subito.
